Alfredo
Ronci
|
alla
fine, in una sorta di delirium onnicomprensivo, la sua colpevolezza.
L’uomo, amico d’infanzia di una famiglia ebrea che gli aveva dato
lavoro come barbiere, durante gli anni del potere di Hitler si iscrive
alle SS e partecipa attivamente allo sterminio degli ebrei (“Quanti
ne hai ammazzati con le tue mani, Max?” “Non lo so esattamente. Non li
ho contati” “All’incirca, Max” “All’incirca diecimila. Ma
potrebbero essere stati di più), ma quando l’esercito nazista è
alla disfatta si rifugia in un vecchio casolare nella foresta polacca e
dopo qualche tempo rientra in Germania assumendo le generalità
dell’amico ebreo, Itzig Finkelstein. Da questo momento assistiamo ad una sorta di trasformazione stevensoniana: da carnefice dal cinismo aberrante (Si è messo in testa che gli apostoli di Hitler abbiano fatto sapone di sua moglie e dei suoi cinque figli. Da buon barbiere mi sarebbe piaciuto moltissimo domandargli: Che tipo di sapone? Perché tutti sanno che esistono tanti tipi diversi di sapone. Ma poi ho ritenuto più consigliabile tacere.) a vero e proprio paladino della questione ebraica (rinserrerà le file del terrorismo sionista contro la presenza in terra santa dell’esercito inglese). In tutto questo bailamme di avvenimenti però Max Schulz (o l’alter ego Itzig Finkelstein) non apporrà alla sua difesa argomenti di estraneità, anzi. Oddio, un tentativo maldestro e finale di corresponsabilità lo saggia (Io seguivo la corrente! Seguivo semplicemente la corrente! Anche gli altri seguivano la corrente. A quel tempo era legale.), ma è solo un singulto, perché a sopravvivere in lui non è un’autodifesa da sbarra, ma la convinzione che i propri ideali debbano, di necessità, correre parallelamente alla sua bramosia di riscatto personale e alla sua ricerca “personale” di una vita da vivere. Ci chiediamo: è peggio uno sterminatore che per placare la propria coscienza chiama al comune peso i propri superiori o un simile che per puro spirito di sopravvivenza (anche quando Max Schulz opta per il terrorismo sionista non scorgiamo un’ideale raggiunto, ma una mistificazione dei propri sentimenti libertari) si adatta, come un perfetto camaleonte, alle trasformazioni più imprevedibili? Edgar Hilsenrath, che ha vissuto personalmente la condizione di ebreo durante il nazismo, le deportazioni, il viaggio apparentemente salvifico in terra di Palestina, ha costruito un personaggio originale ed alienato. Ha aggiunto un tassello fondamentale nella ricostruzione di un periodo aberrante della storia moderna (si affaccia in lui, quasi timidamente, ma per vie davvero traverse, la denuncia ferma e sicura della Arendt a proposito della corresponsabilità delle associazioni ebraiche nel rastrellamento nei ghetti) e ci consegna un uomo difficilmente etichettabile se non nell’incomprensibilità feroce della guerra. Un personaggio “finto” talmente inetichettabile da avere il suo perfetto contraltare nella realtà: Elfriede Lina Rinkel. |
| Luigi
Reitani Il Messaggero Veneto maggio 2006 È possibile raccontare lo
sterminio degli ebrei in Europa dalla prospettiva di un carnefice? Quando
nel 1971 Il nazista & il barbiere
uscì in traduzione inglese, gli editori tedeschi diffidavano del suo
autore. Come si poteva fare dell'umorismo su una materia tanto tragica? E
per di più mettendo al centro della storia un criminale, un individuo
abietto e senza scrupoli, un assassino di migliaia di innocenti vittime,
una incarnazione della «banalità del male»? Ben venticinque case
editrici rifiutarono il romanzo e dovettero passare cinque anni prima che
– sull'onda del milione di copie venduto in Inghilterra e America –
l'opera potesse finalmente essere pubblicata nella sua lingua originale.
Solo allora, con la benedizione di Heinrich Böll, che si spese in
un'impegnativa “apologia”, Edgar Hilsenrath entrò nell'olimpo degli
scrittori di lingua tedesca. Così oggi l'autore, ormai ottantenne, può
assistere con soddisfazione a una edizione delle sue opere complete, e
godere di stima e riconoscimenti anche in Germania. |
suoi
ricordi di nazista e il ruolo di ebreo che egli assume pubblicamente. Per
l'eroe picaresco di questo romanzo nella vita non ci sono leggi morali da
rispettare, ma solo un vantaggio da trarre. Il suo è un cinismo
dichiarato e consapevole, che non ha paura di irridere i perdenti. Il
linguaggio di Hilsenrath è crudo ed esplicito, ma con degli improvvisi
scatti poetici, soprattutto nella descrizione dei paesaggi in Palestina.
Nel testo ci sono poi riferimenti espliciti a situazioni e personaggi
celebri della letteratura tedesca. Per esempio la Frau Holle, da cui
Schulz trova rifugio nella Berlino del dopoguerra, ha lo stesso nome di
una protagonista di una fiaba dei Grimm. In tal modo l'autore ha forse
voluto rendere le stazioni della vita di Schulz passaggi esemplari di un
attraversamento della cultura tedesca nel suo complesso. Ebreo tedesco nato a Lipsia nel 1926, Edgar Hilsenrath dopo il 1938 cercò riparo con la famiglia in Romania, ma lì conobbe l'esperienza della deportazione in Ucraina e le condizioni umilianti dei campi di concentramento, descritte nel suo primo romanzo, Notte. Dopo l'arrivo dell'Armata Rossa, Hilsenrath si metterà fortunosamente in salvo a Bucarest, da dove emigrerà con documenti falsi in Palestina, preferendo però nel 1951 trasferirsi negli Stati Uniti, in cui vivrà fino al 1975, anno del suo definitivo ritorno in Germania. Non c'è dubbio che Il nazista & il barbiere sia un romanzo per molti aspetti da preferire rispetto a molta letteratura sulla Shoah scritta dalla prospettiva delle vittime, il cui rischio maggiore è quello di finire per trasformarsi in un'epopea sentimentale a lieto fine, con l'eroe che nonostante le sofferenze e le perdite riesce a salvarsi dall'inferno della persecuzione. Nella grottesca parabola del carnefice che si trasforma in vittima per occultarsi alla giustizia e trovare ancora profitto dalla vita, si può invece leggere l'agghiacciante verità di un episodio centrale della nostra storia, che ha distrutto milioni di esistenze, senza che a esse sia possibile offrire un autentico risarcimento. Occorre tuttavia aggiungere che non tutto nel romanzo di Hilsenrath risulta convincente, a partire dalla psicologia del personaggio principale, ora sofisticato e intellettuale, ora cinico e rozzo. E troppo semplici sono le cause che fanno di Schulz un nazista assassino, come troppo palesi sono i sensi di colpa che in lui si manifestano in vecchiaia. Una prima traduzione italiana del romanzo era uscita nel 1973 da Mondadori, sulla base della prima edizione in inglese. Questa traduzione, opera di Maria Luisa Bocchino, viene ora riproposta, rivista e integrata da Marzia Luppi Cortaldo, che ha lavorato sull'originale tedesco. Una riproposta assolutamente meritevole, che però forse meritava una piccola nota informativa. |
| Maria
Ghedini L’indice maggio 2006 Identità intercambiabile Occorre innanzitutto spiegare il motivo
della pluritraduzione, interessante dal punto di vista della ricezione.
Hilsenrath, nato nel 1926 a Lipsia in una famiglia di ebrei orientali,
dopo molte vicissitudini emigrò negli Stati Uniti nel 1951. Nel 1964 fu
pubblicato il suo primo romanzo in Germania in soli mille esemplari, negli
Stati uniti con grande successo. Questo, il secondo, uscì nell’ordine,
negli Stati Uniti, in Italia (Mondadori, 1973, tradotto dall’inglese),
Francia e Gran Bretagna. Nel 1975 Hilsenrath si stabilì a Berlino, e
finalmente trovò un editore e l’attenzione che meritava, ricevendo nel
corso degli anni molti importanti premi letterari.
|
dell’amico
d’infanzia, che ha probabilmente ucciso lui stesso. Ma non basta: lo
sterminatore si fa circoncidere, tatuare un numero di Auschwitz e con una
carta d’identità da displaced person eccolo trasformato nel
borsaro nero ebreo Itzig Finkelstein. Decide quindi di emigrare in
Palestina, dove torna a fare il barbiere, combatte per il paese,
diventando un eroe della guerra dei Sei giorni, si sposa e fa carriera. In questa edizione, come in quella tedesca, Max muore dopo aver inscenato con un vecchio giudice, ebreo tedesco, il processo allo sterminatore, che però non ha una conclusione, "perché non esiste punizione che possa riconciliarmi con le mie vittime" mentre nell’edizione americana Dio lo vorrebbe condannare per aver seguito la corrente; Max però rifiuta la condanna, perché Dio è più colpevole di lui e non può giudicarlo, essendosi limitato a guardare. La diversità dei due finali non è cosa da poco; l’autore ha scelto per l’edizione italiana il meno duro. Evidentemente non è vero che dopo Auschwitz non si può più fare poesia: la cifra del grottesco e della satira, anche se inusuale, è una possibilità concreta, naturalmente per uno scrittore ebreo, perché, come dice Hilsenrath, i tedeschi sono diventati filosemiti e non oserebbero. Questo romanzo è a tratti sgradevole, la banalità del male vi è dimostrata paradigmaticamente: Max Schulz ha il "cervello bacato", forse perché il patrigno lo violentava fin da neonato, ma non odia gli ebrei, anche se afferma di averne uccisi circa diecimila, tanto che è perfettamente integrato in Israele, dimostrazione vivente dell’intercambiabilità dell’identità umana. |
| Edoardo
Caizzi Pulp marzo/aprile 2006 Le tragiche vicende dell’Olocausto sono state narrate in forme e linguaggi differenti, ma quelle che maggiormente finiscono per rimanere nella memoria sono quelle che ci inducono ad una risata illusoria prima di calarci senza appello nel dramma. È il caso di questo romanzo, che nella vicenda allegorica di Max Schulz ripercorre con gli occhi dei carnefici e con quelli delle vittime il dramma della deportazione. Figlio di padre ignoto, il protagonista trascorre la sua esistenza secondo un suo personale codice etico, "sempre dalla parte dei vincitori". Prima fa carriera nelle SS, poi si finge un deportato e si tatua un codice sul braccio, fuggendo con una borsa piena di denti d’oro. Diventa quindi un affermato barbiere, si arricchisce con gli aiuti delle vittime dell’Olocausto e si avvicina al movimento sionista, emigrando in Israele. |
Una
vicenda picaresca e allegorica, tutta giocata sul continuo scambio di
identità tra vittima e carnefice, e dove l’umorismo nero che accompagna
le gesta di un personaggio opportunista e aberrante, riesce a far passare
per normali stupri, violenze, uccisioni. L’orrore che diventa normalità e per questo scuote ancora di più, non la banalità del male che in qualche moda risulta autoassolutoria, ma la normalità del male, che inchioda alle proprie responsabilità anche gli spettatori più passivi. Hilsenrath ha voluto descrivere in modo provocatorio e grottesco il suo ""senso di colpa per essere sopravvissuto". Scritto nel '75, Il nazista & il barbiere viene ora riproposto da Marcos y Marcos, in un paese che ha vissuto tragedie di portata minore ma altrettanto drammatiche. Il tono grottesco della vicenda e il continuo ribaltamento del meccanismo fiabesco contribuiranno sicuramente a rendere più nitide delle pagine di storia che non devono essere dimenticate. |
| Il
foglio quotidiano marzo 2006
Non sono molti, nella pur fornita
letteratura novecentesca, i personaggi negativi che possano reggere il
confronto con Max Schulz, protagonista di "Il nazista & il
barbiere". Difficile trovare nella letteratura contemporanea un
simile concentrato di abiezione e perversità. Figlio di una puttana e
figliastro di uno stupratore di bambini, Max è un vero eroe del male,
ottuso e vile, "di quelli che si schierano sempre accanto ai
vincitori". |
E
sarà proprio Max a trasformarsi in carnefice del suo stesso amico e di
tutta la famiglia Finkelstein. Sterminatore nel lager polacco di
Laubwalde, deve fuggire con l’arrivo dei russi. Scappa nella foresta con
una cassetta di denti d’oro rubati alle sue vittime e sopravvive
rifugiandosi nella capanna di una diabolica vecchia che sembra appena
uscita da una fiaba dei fratelli Grimm in versione horror. Alla fine della
guerra, per salvarsi, non trova di meglio che assumere l’identità del
suo vecchio amico Itzig. Max si fa circoncidere e tatuare un numero di
Auschwitz, vende i denti d’oro, fa fortuna con la borsa nera e infine
emigra in Palestina, dove si trasforma in un eroe dell’esercito
israeliano con il quale combatte eroicamente nella Guerra dei Sei Giorni.
Ma il tormentoso ricordo degli occhi delle sue vittime non gli dà tregua.
Per raccontare l’orrore, Edgar Hilsenrath sfrutta una vasta gamma di
registri che passano da un espressionismo grottesco e allucinato, al più
feroce sarcasmo. La rappresentazione lirica di una foresta in primavera,
dove "gli alberi smettono di piangere e la terra, il sole e la
pioggia stendono un nuovo tappeto colorato d’erba e di fiori" è
accostata a un’insistita ricerca dei particolari più sordidi, con la
descrizione di uomini sbudellati "come donne mestruate, con un buco
rosso tra le gambe nude". E un uso sapiente della tecnica dello
straniamento, utilizzata nei momenti più drammatici, accentua l’assurdità
delle situazioni narrate. Hilsenrath, ebreo di Lipsia internato in un ghetto rumeno, riparato in Palestina e poi negli Stati Uniti prima di tornare in Germania dove vive tuttora, scrive questa atroce denuncia degli orrori nazisti nel 1968, ottenendo un immediato successo negli Stati Uniti. Ma dovevano passare quasi dieci anni e il plauso di scrittori come Heirich Böll, prima che il suo romanzo venisse pubblicato in Germania. Ci voleva del tempo perché questa provocatoria parabola sulla "banalità del male" potesse essere accettata anche nel Paese in cui aveva avuto origine. |
| Marilia
Piccone stradanove.net febbraio 2006 L'assassino col nome della vittima Qual'è il metodo migliore per un
assassino per evadere la giustizia, sfuggendo a chi è sulle sue tracce?
Certamente camuffarsi da vittima, entrare tra le grigie fila di coloro che
l’hanno scampata e che suscitano compassione. E’ quello che fa il
protagonista del romanzo dello scrittore ebreo tedesco Edgar
Hilsenrath, “Il nazista e il
barbiere”: l’arianissimo Max Schultz, aguzzino nel campo di
sterminio di Laubwalde in Polonia, a guerra terminata assume l’identità
dell’ebreo Itzig Finkelstein, suo amico d’infanzia.Non è difficile la
sostituzione per Max Schultz: entrambi figli di barbieri (in realtà Max
non sapeva neppure chi fosse suo padre, il barbiere era uno dei compagni
della madre), abitavano nella stessa strada e Max sapeva tutto delle
usanze e delle feste religiose ebraiche. In più- e questo è il maggiore
paradosso e fonte di continua ironia nel romanzo- Max Schultz sembra un
ebreo, i suoi lineamenti sono quelli delle vignette satiriche e malevole
della campagna antisemita nazista, naso a uncino e occhi da rospo. Mentre
Itzig potrebbe passare per tedesco, con i suoi occhi azzurri e i capelli
biondi. Ma Max Schultz sa per certo che Itzig è morto a Laubwalde con i
suoi genitori, perché è lui che lo ha ucciso. |
Finkelstein,
racconta dall’inizio, la vita prima della guerra e poi il nazismo, la
Notte dei Cristalli e le camicie nere, i corpi speciali in Russia e i
duecentomila ebrei uccisi a Laubwalde, la fuga per sfuggire all’Armata
Rossa e lo scontro con i partigiani nella foresta polacca. Il tono della narrazione è freddo, cinico, fortemente ironico e arriva a sfiorare il grottesco in alcune delle avventure di Max (quando è ancora un SS in fuga), come quando sverna in una casupola ospitato da una donna che sembra una strega delle favole e che lo obbliga, in una parodistica pena del contrappasso, a stremanti e disgustosi rapporti sessuali a suon di frustate, oppure più tardi quando Max trova alloggio da una donna con una gamba di legno che si chiama Frau Holle, come la vecchina della fiaba dei Grimm. E’ facile spacciarsi per un morto, quando non c’è più nessuno che lo possa riconoscere: la circoncisione è una piccola operazione, un intervento chirurgico toglie il tatuaggio da SS sotto l’ascella e un altro incide sul polso un numero di Auschwitz. Itzig Finkelstein, un tempo Max Schultz, è pronto per l’ultimo passo, salpare per Israele che ormai sarà la sua patria. Su una nave che si chiama ironicamente “Exitus” al posto della nota “Exodus”. Si fa beffe di tutto il neo Itzig Finkelstein nella sua continua menzogna, vendendo i denti d’oro portati via dal campo (anche per quelli ci sono delle storie macabramente ridicole), facendo iniezioni di vitamine ai bambini (nel campo si era esercitato con iniezioni letali), usando il fucile a difesa di Israele. Un ultimo grandioso paradosso finale chiude questo romanzo che causa uno strano effetto: ci fa molto male facendoci ridere. Ci obbliga a ricordare qualcosa per cui non c’è nessun perdono. |
| Enzo
Di Mauro il manifesto febbraio 2006
Nemesi tedesca Un ariano dagli occhi di rospo e un ebreo biondo: scritto nel '68 e sùbito pubblicato in America (in Germania uscirà solo nel '77, salutato da Böll), questo è il romanzo di uno degli scrittori tedeschi che non distolsero lo sguardo dalle Macerie.
Gli autori di lingua
tedesca nati nel corso degli anni venti del secolo scorso non hanno
potuto, per privilegio o dannazione d'anagrafe, confondere storia e mito,
esperienza e magia, memoria e superstizione. Anche senza voler provvedere
a una meticolosa mappatura, basti qui rammentare che Paul Celan è del
1920, del 1921 Erich Fried e Heiner Müller, Ingeborg Bachmann e Siegfried
Lenz del 1926, Günter Grass e Martin Walser del 1927, infine del 1929
Hans Magnus Enzensberger e forse vale la pena, inclinando all'indietro
di pochissimo e così forzando per affinità la costellazione, aggiungere
il nome di Heinrich Böll, classe 1917. In forme e maniere pure distanti e
con risultati spesso lontani e di peso divergente anni luce, a segnare e a
ferire la loro opera fu il rifiuto della rimozione. Qualunque tesi sarà
pronto a sostenere più tardi (autunno del 1997) W.G. Sebald nella sua
serie di conferenze zurighesi (si leggano ora in Storia naturale della
distruzione, Adelphi, 2004), nelle opere di quel gruppo di scrittori non
si coglie affatto l'«ansia di ritoccare l'immagine che si intendeva
tramandare di sé» e neppure, come logica conseguenza, l'incapacità,
almeno di quella generazione, «di descrivere e di consegnare alla nostra
memoria ciò di cui era stata testimone». Dunque nessun processo
preconscio, sono sempre parole di Sebald, «di autocensura allo scopo di
dissimulare un mondo ormai non più comprensibile». Si potrebbe persino e
ancora rispondere che a nessuno, di quella schiera, riuscì di distogliere
lo sguardo dalle macerie, magari lasciandosi abbagliare dalla consolatoria
luce dell'indicibile o dalla nozione di irrappresentabilità. Marchiarono
anzi di abominio e di vergogna il mito della ricostruzione tedesca, e se
in alcuni il futuro ebbe una funzione, ecco, essa fu solo di carattere
pratico, cioè di lotta politica mediante (ma non unicamente) la
scrittura. «Frau Holle si avviò zoppicando tra le macerie. La guerra era
stata spietata. Nietzschestrasse non era stata ancora sgomberata e il
transito era praticamente impossibile. In mezzo alla strada c'erano
crateri di bombe e, tra le scorie e i mucchi di rovine, carcasse di
veicoli e carri armati bruciati, alcuni sprofondati nel terreno, altri
rovesciati come enormi maggiolini morti. Le macerie ammassate ai bordi del
marciapiede sbrecciato parevano trattenere le grida, come se preparassero
un ultimo appello, come se volessero farsi riconoscere un'ultima volta dal
sole pallido, prima di morire. Il sole apparteneva ai vincitori, lacerava
le orbite infossate delle finestre, illuminava il campo di battaglia, come
se Dio, da lassù, stesse scattando un'istantanea col flash, sorridendo
alla gente che camminava senza meta con gli abiti a brandelli, barcollando
o zoppicando, e beffandosi della gamba di legno di Frau Holle»: ecco
piuttosto uno squarcio della capitale del Reich Millenario nei giorni
della caduta così come appare nel romanzo Il
nazista & il barbiere (traduzione di Maria Luisa Bocchino e Marzia
Luppi Cortaldo) di Edgar Hilsenrath,
anch'egli nato nel 1926, il 2 aprile, a Lipsia, da genitori di origine
ebraico-orientale fuggiti dalla Germania nel 1938. In Bucowina, dove si
erano stabiliti, conobbero nel 1941 la deportazione. I russi, che li
liberarono tre anni più tardi, tentarono a loro volta di spedirli in
Siberia.
|
Il
futuro scrittore riesce a raggiungere la Palestina, poi (nel 1947) torna
in Europa e, dalla Francia, nel 1951, parte per gli Stati Uniti. Rientra
in Germania nel 1965, poi ancora a New York fino al 1975, quando decide di
stabilirsi definitivamente a Berlino. Autore di sette romanzi nel 1991
Rizzoli pubblicò, nella traduzione di Claudio Groff, La fiaba dell'ultimo
pensiero Hilsenrath ha veramente cominciato a scrivere negli anni
cinquanta, anche se poi i suoi libri, essi sì, furono a lungo rimossi e
alla lettera cancellati dal paesaggio editoriale e culturale tedesco, al
punto che proprio Il nazista & il
barbiere, composto nel 1968, venne pubblicato quasi subito in America
e, in Germania, solo nel 1977, salutato da Böll come un'opera necessaria
ovvero un capolavoro di smascheramento, un altro dei segnali di un conto
mai chiuso con la storia. Tutta l'opera di Hilsenrath è attraversata da
questa lancinante e coattiva emergenza morale e materiale, cioè politica,
della testimonianza di chi, in primo luogo, fin dai banchi di scuola ha
conosciuto l'incidenza del vilipendio e del ludibrio sul proprio abitare
il mondo. Ecco perché l'anarchico, il disperato, l'esiliato Hilsenrath
coglie, qui, nell'aberrante vicenda di Max Schulz, quasi l'allegorica
traiettoria e per intero, senza risparmio e senza sconti della
stessa storia, civile e politica, tedesca a partire dagli inizi del secolo
scorso, quando già tutto era approntato perché nascesse il suo
protagonista, massacratore e baro, campione del risentimento e traditore e
idealista di indole particolare, «di quelli che si schierano accanto ai
vincitori» e in ogni caso mai con i perdenti. Schulz è un mostro
normale, un vicino di casa, un compagno di banco, di giochi e di
avventure. È un apprendista. Impara le cose perché più avanti, col tempo e nell'occasione propizia, potranno servire. Figlio di puttana, dunque illegittimo, e figliastro di uno stupratore di bambini, «gli occhi da rospo, il naso a becco, le labbra bitorzolute e i denti marci», ancorché «ariano purissimo», il futuro sterminatore di massa viene al mondo lo stesso giorno e quasi la stessa ora di Itzig Finkelstein, la vittima dai capelli biondi, con «gli occhi azzurri, il naso dritto, i denti bianchi e la bocca ben disegnata» e tuttavia ebreo. I due sono dirimpettai, entrambi apprendono per famigliare discendenza il mestiere di barbiere. Crescono e studiano insieme. Max segue Itzig come un'ombra. Lo segue anche in sinagoga, dove impara l'ebraico, i canti e le preghiere e le ricorrenze religiose. Tutto serve. Più tardi, a guerra finita e tornato a Berlino con un sacco pieno di denti d'oro, il criminale di guerra Schulz si ricorderà e ricorderà di saper «pregare come un vero ebreo» e di saper «fare un mucchio di altre cose che fanno gli ebrei». Si dice: «Max Schulz! Se devi avere una seconda vita, devi diventare ebreo. Dopotutto ... abbiamo perso la guerra». Si farà circoncidere. Sul braccio si farà tatuare la A di Auschwitz e il numero 12314. Dopotutto è pronto per diventare Itzig Finkelstein. Ripartire da borsaro nero, fare carriera, sposare una contessa, arricchirsi, contribuire alla ricostruzione del paese, diventare cittadino israeliano, passeggiare nel «bosco dei sei milioni»: il futuro è dalla sua parte. Ma l'originalità del libro di Hilsenrath non va cercata tanto nello scheletro della trama, quanto piuttosto e meglio nella cifra che lo conduce e sostiene, ossia in quelle allucinate e aspre retrovie del miglior espressionismo, nell'irredimibile sarcasmo, nella ferma compassione, nella ferocia di certe pagine (ad esempio, Hitler osservato durante il Discorso della Montagna, con la Bibbia in mano). Nell'essere, in altri termini, un romanzo della ritorsione e mai della conciliazione. Narrato quasi sempre in prima persona dal protagonista, già nelle prime pagine egli saprà offrire un elemento cruciale ancorché agghiacciante di interpretazione: «Volevo una vittima per ogni ferita, una vittima per ogni derisione, e non m'importava un corno se a ferirmi fosse stato Dio o il mondo. Oggi lo capisco, perché i nodi che avevamo sputato nell'aria fossero ricaduti a caso su vittime innocenti. Non avevamo preso la mira: c'eravamo limitati a sputare». |
| Dario
De Marco Giudizio universale febbraio 2006 In una meravigliosa parabola di J.L.
Borges, Caino e Abele si incontrano dopo la morte di Abele. Si siedono a
mangiare, in silenzio; a un certo punto Caino alza lo sguardo e, vedendo
con terrore la ferita mortale sulla fronte del fratello, gli chiede
perdono. La risposta di Abele è sublime: "Tu hai ucciso me, o io ho
ucciso te? Non ricordo, siamo di nuovo qui insieme, come prima".
|
Finkelstein;
poi si fa nazista, più per caso che per frustrazione, e in un campo di
sterminio polacco uccide l’amico e tutta la famiglia; infine per salvare
la pelle si fa circoncidere e tatuare il numero di Auschwitz, assume il
nome di Itzig Finkelstein, è sionista fanatico e partecipa alla nascita d’Israele.
Non dimentica ciò che ha fatto, ma non cerca giustificazioni per il
passato né per il presente. Non dev’essere stato facile, per l’ebreo Hilsenrath, mettersi nei panni dell’ariano Max Schulz che a sua volta cerca di calarsi nella persona dell’ebreo Itzig Finkelstein. Il gioco di specchi potrebbe continuare all’infinito. Ma è inutile moltiplicare le identità: ne bastano due. Infatti questo discorso ci avvicina al cuore del problema, raffigurabile attraverso un dualismo, una dicotomia. Non già il dualismo Bene- Male: troppo ovvio, questo, troppo ottocentesco come dilemma. Il rapporto Bene- Male c’è ma è strumentale e, come nell’apologo di Borges, serve da trampolino per lanciarsi in un altro dualismo: il rapporto Io- Tu, il discorso sull’identità, caratteristico della grande letteratura del’900. Può essere formulato con semplici domande: chi sono io? E chi sei tu? Perché Io sono così e Tu sei cosà? E soprattutto, se Io fossi te e Tu fossi me, le cose sarebbero diverse? O non, piuttosto, assolutamente le stesse? La risposta che sembra suggerirci Hilsenrath è sconfortante: le stesse, assolutamente. Ovvero: l’uomo è una scatola vuota, che può essere dipinta all’esterno con qualsivoglia colore, anche più di una volta, ma mai riempita all’interno con qualcosa. Sì, questo è un uomo, viene da parafrasare. Un uomo è capace di uccidere migliaia di ebrei, come di vivere e morire assistendo i lebbrosi; un uomo è capace di inventare la bomba atomica, come la teoria della relatività. Più modestamente, un uomo è capace di partecipare a C’è posta per te, come di scrivere un libro notevole come Il nazista & il barbiere. |
| Marino
Freschi Il Giornale gennaio 2006 Strano destino, tragico e grottesco allo stesso tempo, quello di tanti scrittori ebrei tedeschi. Ad esempio, Kafka diviene uno dei massimi autori della letteratura della modernità attraverso la pubblicazione negli Stati Uniti delle sue opere. In Germania pochi si erano accorti della grandezza di questo ignoto impiegato assicurativo. E una sorta analoga è capitata a Edgar Hilsenrath, che prima di divenire uno dei massimi narratori del secondo Novecento tedesco accanto a Grass e Böll, divenne un autore di successo nei paesi di lingua inglese. Hilsenrath, nato a Lipsia nel 1926, è profondamente radicato nella tradizione dell’ebraismo orientale, cui ha dedicato una rievocazione meravigliosa con La fiaba dell’ultimo pensiero (Rizzoli 1991), lasciò la Germania nel ’38, scampando in Romania, dove venne internato in un ghetto. Nel ’45 riparò in Palestina e nel ’51 negli Stati Uniti dove cominciò a scrivere e a conquistarsi il favore del pubblico per poi finalmente essere pubblicato in tedesco. Nel ’75 si trasferisce a Berlino e diventa uno degli autori emblematici dell’odissea tragica dell’ebraismo tedesco, narrata con una irresistibile vis comica che è probabilmente l’unica possibilità che abbiamo per accostarci a una tragedia incommensurabile, di cui non abbiamo ancora una completa consapevolezza storica, come dimostra proprio questo straordinario e strano romanzo, Il nazista & il barbiere, pubblicato nel 1974 da Mondatori, tradotto da M.L. Bocchino dall’edizione inglese, mentre ora siamo confrontati con una nuova stesura, in tedesco, tradotta da M.L. Cortaldo. Il racconto viene scritto in prima persona. Ma da chi? Da Max Schulz, il protagonista di questa grottesca, orribile peripezia di un tedesco qualunque del sottoproletariato che vive ai margini della società, passa l’infanzia in uno scantinato con un patrigno che lo sevizia e lo violenta e una madre amorale, a dir poco sconsiderata. La sua unica salvezza è l’amicizia con Itzig Finkelstein, nato nel suo stesso giorno, figlio del rinomato barbiere della cittadina. Max si fa quasi adottare dai suoi vicini ebrei, cresce con Itzig, studia con lui, frequenta la sinagoga, impara le preghiere ebraiche e l’ebraico e infine diventa apprendista nel negozio del padre di Itzig. Per un assurdo gioco del destino Itzig è un bel giovane, alto, biondo con gli occhi azzurri, mentre l’ariano Max sembra la caricatura di un ebreo con i suoi capelli scuri e crespi, il suo naso adunco, i suoi occhi da rospo, i suoi piedi piatti. La frequentazione dei Finkelstein non trasforma Max che nel ’33 aderisce al partito nazista dopo aver |
assistito a un comizio del Führer, che strega ed entusiasma i tedeschi, almeno tutti i tedeschi frustrati dalla storia e dalla società. Sono queste annotazioni di un’ironia e di una sapienza raffinata della psicologia delle masse, che potrebbero essere affiancate come alle tesi della personalità autoritaria tracciata da Adorno. Max è un codardo, un individuo ottuso e squallido, vittima di eventi crudeli, ma a sua volta pronto a trasformarsi lui stesso in carnefice, torturatore e sterminatore. Militando nelle SS presta servizio in un Lager polacco, adibito allo sterminio degli internati, tra cui la famiglia Finkelstein, che invano supplicano la sua pietà. All’arrivo dei russi, il Lager viene smantellato in fretta e in furia e i superuomini delle SS cadono in scontri con i partigiani polacchi. Solo Max si salva con una cassetta di denti d’oro delle sue vittime. Sopravvive agli inseguitori e all’impietoso inverno polacco in una capanna, protetto e insieme seviziato da una vecchia, che sembra una strega uscita da una fiaba dell’orrore. Giunto in Germania, si nasconde alle ricerche dei criminali nazisti con uno stratagemma che supera ogni immaginazione: si appropria dell’identità di Itzig Finkelstein, da vecchi camerati si fa tatuare il numero di Auschwitz e si fa circoncidere. Vende i denti e si arricchisce con la borsa nera e infine emigra in Palestina. E qui combatte eroicamente in un gruppo di terroristi ebrei e poi si arruola nell’esercito israeliano, si copre di gloria e nella guerra dei sei giorni giunge perfino al Canale di Suez, divenendo una sorta di icona del coraggio militare ebreo. Intanto si è sposato, esercita la sua professione di barbiere, aprendo un elegante ‘salone’. Il racconto assume inquietanti toni picareschi che rimandano ai grandi precedenti secenteschi e settecenteschi con una vena di amarezza e di follia. Alla fine Max, alias Itzig confessa a un giudice ebreo tedesco la sua vera identità, ma non viene creduto, viene ritenuto pazzo, una delle tante vittime dei campi di concentramento. A questo astutissimo imbroglione non riesce l’ultima truffa: quella della redenzione con la confessione dell’atroce colpa, ma appunto siffatta immensa atrocità non è credibile. E così torniamo all’inizio della nostra considerazione: troppo grande è stato il dramma dello sterminio per essere accettato. Non c’è punizione adeguata per un crimine che trascende ogni immaginazione, ogni comprensione. Il romanzo di Hilsenrath sceglie l’ilarità per raffigurare una amarezza sconfinata. La scrittura risulta inadeguata alla realtà e il grottesco e infine una sottile tonalità lirica e ironica tentano l’impossibile, giungendo a una rappresentazione intrigante, vivacissima, che magnetizza il lettore come pochissimi altri romanzi tedeschi degli ultimi anni. |
| Franco
Marcoaldi La Repubblica gennaio 2006 Un’atroce
parabola sul nazismo |
l’una
con l’altra. Ma le sue metamorfosi sono infinite e non appena il nazismo
prende il potere, il Nostro aderisce alle SS. Le amicizie ebraiche vengono
lasciate alle spalle e quando, nel 1942, verrà spedito in Polonia nel
campo di concentramento di Laubwalde, Max avrà modo di distinguersi come
"sterminatore di ebrei". Finché, nel gennaio del 1945, sotto la
pressione dei russi, i nazisti sono costretti alla ritirata e il sergente
Schulz si ritrova da solo, in mezzo alla foresta polacca brulicante di
partigiani, con un sacco pieno di denti d’oro strappati alle sue
vittime. L’incontro con la terribile megera degna dei fratelli Grimm, che lo sottopone alle più umilianti vessazioni sessuali, finirà per innescare la nuova, definitiva metamorfosi. Conclusa la guerra, arriva il momento di cambiare identità: d’ora in avanti l’ariano Max Schulz assumerà i panni dell’ebreo Itzig Finkelstein, trucidato nel campo di Laubwalde. In mezzo alle macerie di Berlino Max trova il modo di farsi circoncidere e tatuare con il numero di un ipotetico internato di Auschwitz. Poi si mette in contatto con i comitati di soccorso agli ebrei superstiti e, dopo essersi legato momentaneamente a una contessa con la quale conduce brillanti affari al mercato nero, diventa un fervente sionista. Parte per la Palestina e proprio lì aprirà un negozio di barbiere: il nuovo salone dell’uomo di mondo. Ma gli occhi dei milioni di ebrei sterminati lo accompagnano ovunque, scrutando le sue giornate; a maggior ragione quelli di Itzig, a cui ha strappato la vita e l’identità. E quando Mira, la sua sposa, gli regalerà un maschietto, quello nascerà senza braccia né gambe. Senza corpo né faccia. "Aveva solamente gli occhi. Giganteschi occhi da rospo. Che si fissarono su di me e si chiusero per sempre". Di lì a poco, dopo un fallito tentativo di trapianto di cuore (il cuore di un rabbino), anche gli occhi di questa agghiacciante creatura si chiuderanno per sempre. |
| Dario
Olivero repubblica.it gennaio 2006
SENZA MORALE |
Il protagonista, seppur piccolo e bruno vanta quattro quarti di sangue ariano (in tutti e cinque i candidati padri) e, nonostante (o forse grazie a) un evidente ritardo mentale probabile effetto delle attenzioni del patrigno scala la carriera degli onesti e volenterosi carnefici di Hitler. Quando finisce la seconda guerra, il suo amico biondo ma non ariano è morto in un campo di concentramento, come tanti che il nostro protagonista ha fatto morire. Quando le cose si mettono male, l'uomo si sa riciclare e ne assume l'identità e vive da ebreo. Bisognerebbe indignarsi dalla prima all'ultima riga, ma lo stile amorale di Edgar Hilsenrath - ebreo e sopravvissuto - ce lo impedisce e ci lascia spaesati. |