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TSCHINGIS AITMATOV Recensioni
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| Tuttolibri
- La Stampa ottobre 2006 |
Nokoss ottobre 2007 |
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Giuliana Altamura Nokoss ottobre 2007
Giamilja – questo il titolo originale del romanzo con cui esordì
Aitmatov nel 1957 – è un racconto intenso, dalla poesia di una fiaba,
semplice, «com’è semplice la terra che vi si rappresenta», eppure
intriso di un anelito incontenibile, di un desiderio fremente di vita che
assume le forme dell’amore e dell’ispirazione, per poterci alimentare
dei suoi spasimi di gioia irresistibile. Non vi è narrata solo una storia
d’amore, quella storia d’amore che Louis Argon definì «la più bella
del mondo», ma la nascita di una vocazione. È una riflessione sulla
creazione artistica e sulla sua urgenza, sul cammino d’iniziazione
all’età adulta, ed allo stesso tempo un importante documento storico e
culturale sul popolo della Kirgisia dopo l’epoca della
collettivizzazione.
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essere strano, che
non apparteneva a questo nostro mondo». L’iniziale curiosità di Seit
si trasforma ben presto in aperta ostilità, dovuta in parte
all’incapacità di comprendere l’angoscia celata nel cuore del
misterioso Danijar, dall’altra al sentimento che lo straniero comincia a
provare per la bella e solare Giamilja, che pare accorgersi di lui
solamente dopo una di quelle che Cocteau definiva «prove d’amore». In una sera d’agosto ebbra dei profumi trasportati dal vento della steppa, che sembra quasi «fatta per cantare», fra il gorgoglio del fiume e le rocce buie rivestite di rose canine, il taciturno Danijar, incitato da Giamilja, intona una melodia. Il suo canto è pieno di una passione senza limiti, sembra capace di risvegliare negli uomini i pensieri più segreti, i desideri più indicibili. «Era una canzone dei monti e delle steppe, che ora s’alzava sonora come i monti kirghisi e ora si stendeva senza barriere come la steppa kazaka». Sert finalmente comprende: Danijar è profondamente innamorato, e non solo di Giamilja, ma «d’un immenso amore, della vita, della terra». Quella voce ammaliante e intensa desta nei due cognati un fremito incontenibile, la loro stessa voluntas che richiede immediatamente espressione, come un fiume in piena: in Giamilja prende le forme dell’amore, in Sert dell’ispirazione artistica. Sente di dover dipingere quello stesso sentimento che Danijar era riuscito a rendere con la musica: abbandonerà il villaggio per studiare in un’accademia. La giovane cerca di reprimere il suo sentimento, ma inutilmente: trasgredendo le leggi della comunità e della morale, fugge insieme a Danijar, verso una meta sconosciuta, prima del ritorno di suo marito. Sert li vede allontanarsi e, con loro, vede andar via la sua stessa infanzia. Un racconto che incanta, ricco di poesia, puro sentimento, nostalgia, riproposto da Marcos y Marcos in un’ottima edizione, con l’efficace e lirica traduzione di Andrea Zanzotto. |
| Goffredo
Fofi Il Sole-24 Ore agosto 2006 Assaporando il profumo della terra Tanti anni fa piacque molto un film russo
girato in Kirghizistan da uno dei due fratelli Michalkov-Konchalovskij,
che erano i virgulti di una famiglia moscovita cortigiana e colta,
abilissimi a muoversi nella corte del Kremlino prima e a Parigi e
Hollywood poi. Uno dei due era più serio, ma quale, Nikita o Andrei? Poi
si somigliarono sempre di più, con i loro prodotti raffinati e astuti. Il
film di cui parlo si chiamava Il
primo maestro ed era tratto da un romanzo breve di Cingiz Ajtmatov (o
Tschingis Aitmatov), uno scrittore kirghiso che doveva poi diventare
diplomatico delle organizzazioni internazionali e ministro di Gorbaciov,
portavoce del popolo kirghiso. Egli era venuto alla fama grazie alla
traduzione in francese del suo romanzo breve d’esordio, Melodia
della terra ovvero Giamilja,
da parte del molto potente e poco simpatico comunista ex-surrealista Louis
Aragon. Lo rese in bell’italiano, traducendolo dal francese, il poeta
Andrea Zanzotto e lo ripubblica adesso Marcos y Marcos. Pochi mesi fa la
casa editrice Besa di Nardò, che ha introdotto in Italia tanti scrittori
albanesi, ha proposto per la prima volta quattro racconti di Ajtmatov
ugualmente belli, con il titolo di uno di loro, Occhio
di cammello. |
caso di Ajtmatov,
le eredità di una tradizione nomade ancora recente e di una recentissima
collettivizzazione obbligata. Ma vi si trova soprattutto un’attenzione
rara e antica al classico tema dell’ingresso nel mondo degli adulti, con
le sue leggi che così spesso possono sembrarci, da ragazzi, illogiche.
Come quelle che regolano i rapporti tra parenti e villaggi e tra maschi e
femmine in Melodia della terra,
come la violenza vicina e quella lontana della guerra che echeggia in
questo romanzo o nei racconti di Occhio
di cammello. Il primo maestro aveva di diverso e di commovente una storia narrata mille volte in cento paesi, ma che ha esercitato sempre un grande fascino: quella dell’arrivo dell’istruzione e della cultura presso popolazioni che ne erano rimaste lontane, l’accesso a una conoscenza più vasta del mondo, della vita, della storia. Un salto di civiltà in cui si è molto creduto, anche troppo, tra l’Ottocento dei socialisti e dei loro sogni e il Novecento delle nazioni minori che si sono affacciate alla storia tra lotte e speranze, lutti e disillusioni. La letteratura di Ajtmatov era più ottimista che pessimista, ma non poteva tacere i costi di questi processi, e non voleva soprattutto dimenticare i dilemmi e le sofferenze che ogni ordine sociale, il più tradizionale come il più innovativo, può comportare per i membri di una comunità, di qualsiasi comunità alle prese con gli incerti della storia, ma anche con le regole che la comunità si è data per sopravvivere, e con gli eterni inerenti limiti della condizione umana. Lo sfondo luminoso dei racconti di Ajtmatov dà rilievo a questi antichi dilemmi, e rende attraenti i suoi racconti ancora oggi che il mondo è così cambiato. La storia di Giamilja è quella di un amore impossibile tra due giovani in tempo di guerra, vista con gli occhi di un adolescente, l’autore. Il quale nel “Lamento dell’uccello migratore” si tramuta in uccello per cantare il suo messaggio agli umani: “Siate esenti, o uomini, dalle disgrazie inumane/ siate esenti dagli incendi inestinguibili/ dalle stragi impetuose e sanguinarie/ siate esenti dalle azioni irreparabili/ siate esenti, o uomini, dalle disgrazie inumane”.
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| Angelo
Gatti Tuttolibri - La Stampa ottobre 2006 Giamilja, l’amore brilla nella steppa Incanto e poesia inalterati a mezzo
secolo di distanza. Giamilja, il romanzo breve dello scrittore kirghiso Tschingis
Aitmatov, fu pubblicato la prima volta nel 1958 sulla rivista «Novy Mir»
di A. Tvardovskij. Fu scoperto da Louis Argon che, entusiasta, lo tradusse
in francese. Memorabile la sua prefazione: «La più bella storia
d’amore del mondo», in cui si leggeva: «Improvvisamente non contano più
né Werther, né Antonio
e Cleopatra, né Manon Lescaut,
né L’educazione sentimentale perché ho letto Giamilja; più nulla Giulietta e Romeo, né Paolo e Francesca…
perché ho incontrato Danijar e Giamilja, in quella notte d’agosto del
terzo anno di guerra da qualche parte nella valle del Kurkureo, e ho
incontrato il ragazzo Seit che racconta la loro storia». |
Durante la
guerra, in una piccola comunità rurale kirghisa di fede musulmana,
Giamilja vive presso i suoceri dopo che il marito Sadyk è stato spedito
al fronte a quattro mesi dal matrimonio. Sait è il cognato. È bella
Giamilja. Giovanissima e slanciata, ha i capelli lisci che le cadono in
spesse trecce e occhi a mandorla neri con lampi di blu che, quando ride,
si illuminano. Fiera figlia di un cavallaro, con modi schietti e decisi,
allontana i giovani che la insidiano e tiene testa agli anziani. Sa
governare i cavalli e guidare i carri dal villaggio alla stazione per il
trasporto dei sacchi di grano da inviare al fronte. È allegra Giamilja.
Canta sull’aia e nei campi, e la sua vivacità e la sua franchezza sconcertano, ma conquistano le simpatie. È circondata dall’affetto (Sait ne è affascinato), ma si sente sola: le lettere del marito contengono richieste di notizie sui parenti e solo un saluto finale per lei. Un giorno al villaggio arriva Danijar, un reduce ferito a una gamba. È un giovane riservato, taciturno, solitario, un sognatore che passa le notti ad ascoltare il fragore del fiume e gli echi della steppa. È l’incontro di due solitudini. Nasce un amore tormentato. Entrambi sanno che stanno infrangendo le leggi della comunità. Contro tutto e contro tutti è Giamilja a scegliere. La loro storia si chiude in un purpureo tramonto d’autunno che li vede allontanarsi uniti per sempre. Immagini vivide, accesi chiaroscuri, momenti solari di gioiosa campestre felicità, sequenze notturne di struggente malinconia. Le pagine in cui Danijar, la sera, sul carro, con voce ardente, canta la steppa, l’amore, la vita, sono pura poesia. Un solo appunto alla nuova edizione: il titolo scelto, Melodia della terra, non è male, ma perché non lasciare semplicemente l’originale Giamilja. |