Mamma Schiaccia

Il 25 gennaio del 1951, Boris Vian conclude Lo strappacuore, a cui si stava dedicando da ormai quattro anni. “La trama del romanzo” spiega “è la storia di un amore materno spinto all’eccesso”. Ancora una volta, Vian fa i conti con il proprio passato: vorrebbe sbarazzarsi di un’infanzia oppressa da una madre asfissiante. Clementina, “la madre”, governa tutto, la casa e soprattutto i tre figli, che soffoca con pianti e scenate morbose. “Ho paura per i miei bambini. Continuamente. Gli può capitare qualsiasi cosa. E io me la immagino. Oh! le cose più normali; non è che mi do tanto pensiero per le cose impossibili, o per delle idee pazzesche; no, però soltanto il semplice elenco di ciò che potrebbe improvvisamente accadere è sufficiente a farmi perdere la testa. E non posso fare a meno di pensarci. Naturalmente, non metto neanche in conto tutti i pericoli che corrono al di fuori del giardino; per fortuna finora non gli è venuto neanche in mente di uscire”. 
E ad Angelo, il padre, non resta un briciolo di spazio. Esasperato, lascerà la famiglia una sera, al timone della sua barca: “Non si resta perché si amano certe persone; si va via perché se ne detestano delle altre”.

Più tardi, Mamma Schiaccia dichiarerà di non rispecchiarsi affatto in quel ritratto. Parlare di tutto questo fa molto bene a Vian. Gli consente inoltre di fare il punto sulle proprie idee in materia di educazione; proprio in quel periodo tenta di recuperare un rapporto con i suoi figli. Procede a tentoni, non vuole opprimerli con una relazione soffocante: “Voi non mi dovete nulla” ci tiene a ripetere.
Alla lettura dello Strappacuore, Gallimard si mostra perplesso. Queneau, che già aveva candidato La schiuma dei giorni per il premio Goncourt, sostiene il libro, ma Lemarchand, il direttore editoriale, resta irremovibile. “Non provo rancore” dirà Vian “so che è un testo difficile, che lo sfondo può sembrare ‘costruito’. È buffo: quando scrivi fandonie, sei credibile; quando fai sul serio, pensano che tu li stia prendendo in giro”.

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