LUISA CARNIELLI ERVAS
FULVIO ERVAS
Commesse di Treviso

Luisa Carnielli Ervas e Fulvio Ervas incontrano i lettori

 

I luoghi del delitto


LUISA CARNIELLI ERVAS
FULVIO ERVAS
Commesse di Treviso

Luisa Carnielli Ervas e Fulvio Ervas incontrano i lettori

Venerdì mattina Stucky era uscito da vicolo Dotti, dove aveva trovato casa, con l'umore che dai piedi migrava lentamente verso le ginocchia. Gli sembrò persino di avere gli occhi meno velati, da quanto aveva dovuto strizzarli per centrare la bara di Martini con un pugno di terra.
La viuzza, di costruzioni antiche, un tratto breve e una fine certa, con un bel muro, era un piccolo concentrato di vedove e single, al punto che l'ispettore si era inventato lo stratagemma di un imminente matrimonio, che rinviava di mese in mese, per difendersi dagli assalti di due vicine di porta, due sorelle per niente disdicevoli, non fosse stato per una certa propensione alle liste nozze.

«Vieni dalla Questura di Parma ma sei di Napoli. Come si stava a Parma?»
«Meglio che a Napoli, ispettore».
«Rinneghi o ti stai solo lamentando?»
«Lamentando, ispettore, lamentando...»
«Qui bisogna sorridere, invece. Lo sai che nell'edificio che ospita la
questura è nato il maestro Simonetto, il direttore d'orchestra? La nostra è
la questura più musicale d'Italia! Qui c'è ritmo. Siamo tutti una vibrazione».
«Accidenti, ispettore! Allora io sarò il fagotto...»
Treviso gli piaceva di più nelle stagioni tiepide, maggio, settembre e ottobre. Avevano il loro fascino anche le giornate più fresche di giugno.
Certe mattine luminose, trascorse ai tavolini di piazza dei Signori, a osservare l'accelerazione della vita collettiva, erano un auspicio
meraviglioso.
Tornato sui suoi passi, oltre la riva del Cagnan, si bloccò davanti alla Bottega del Baccalà. C'era un maestoso merluzzo secco, un King Cod, completo di testa e denti digrignanti, da fossile antico. Era uno stupendo luogo del buon sapore, uno stimolatore dell'umore. Bastava osservare le ceste di funghi porcini essiccati ­ uno spiffero conduceva all'esterno l'aroma ­ e le cataste di pasta fatta in casa, confezioni di radicchio sott'olio, reste di rossi peperoncini, piccoli salumi che sembravano pigne d'alta montagna, fette di grassa zucca arancione, un turbinio di mandorlati spezzati, casse di noci grosse come pugni di bambino, tutto apparentemente alla rinfusa, come un bazar caotico, a evocare l'intruglio magnifico che lo stomaco farà di tutti quei sapori e consistenze: era un'operazione poetica che lo risollevava. Salutò il proprietario, che stava affondando un'ampia lama in uno stravecchio di alpeggio.
L'ispettore imboccò la sottile via Trevisi e dal Ponte della Malvasia lanciò uno sguardo al grande tappeto che occupava parte della vetrina di un negozio sulla destra.
Sorrise vedendo al suo interno daij Cyrus, seduto su una pila di tappeti. Lo osservò dalla vetrata. Le gambe accavallate, il solito vestito grigio scuro e la camicia bianca, abbottonata. Teneva l'immancabile bicchierino di ciaj
all'altezza della bocca, sempre immerso in pensieri lontani. Era l'unico parente persiano che gli fosse rimasto a distanza accettabile.
Da Goppion è ancora possibile assaporare un buon caffè, con l'aroma che si sparge nella caffetteria, l'ordinazione fatta alla cassa, come dev'essere, le inservienti che sfornano senza posa cappuccini e caffè, veloci ma non troppo, cortesi, concentrate. Niente a che vedere con altri bar, dove si mescolano le ordinazioni, il barista fa troppe cose contemporaneamente e il caffè si diluisce, come una tisana insapore.
Jolanda Schepis abitava in un appartamento affacciato su piazzetta San Parisio. Uno stabile con la facciata di pietra e il cortile davanti, con i banchetti della frutta. Ci giocavano i ragazzini e qualche vecchio stava ancora seduto sui muretti, soprattutto nelle giornate di sole. La scientifica aveva già concluso i controlli di rito.
Stucky lo condusse, dopo una breve passeggiata, sin  dove il Sile e il Cagnan si fondono, alla Trattoria Al Dante.
Si mangia e si beve bene, gli disse accomodandosi, questo è certo. è una città che ti vizia, anche troppo. Una catena di violenze appare ancora più irritante, potrebbe toglierci l'appetito o la serenità.
Ordinò uno spritz all'Aperol, da Muscoli's, e ripensava, mentre faceva rotolare l'oliva infilzata nello stecchino sul fondo del bicchiere, alla ferita della signorina Ricci, cercando di immaginare cosa potevano aver fatto, a quel matto o a quei matti, le commesse
Landrulli l'aveva trovato, Giovanin el tetàro. Nella piazzetta davanti alle case degli Zignoli, entrando nella corte della Strada Romana, c'era la statua in bronzo di una donzella a seno scoperto e Giovanin, nel suoperegrinare per la città, passava più volte al giorno a toccare quelle rassicuranti rotondità. Con la dovuta discrezione, senza dare fastidio a nessuno. Non era stato un incontro utile, a parere di Landrulli, a parte la visione della statua che lo aveva rallegrato.
Non era solo per la parentela che passava a trovare zio Cyrus. Sul Ponte della Malvasia, a pochi passi dal negozio di tappeti, Stucky si rimirava la vecchia facciata di un palazzo e non c'era, nell'intera città, una parete di pietre che gli piacesse di più. La nobile decadenza della pietra ruvida e macinata, il poggiolo all'acqua, l'abbaino conquistato dai colombi in alto, la lunga canna fumaria che affondava nel muro e spuntava in un camino alla sommità, il gelsomino attorcigliato sul balcone a destra, reste d'aglio e una busta di arance dimenticate sulla finestra dell'ultimo piano. Un insieme che gli muoveva simpatia, il sortilegio del tempo e del disordine.

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