ricardo menéndez salmón
L'offesa


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Marco Belpoliti
L'espresso

giugno 2008

Capolavoro in sartoria

Kurt è un giovane sarto tedesco. Nel 1939 viene chiamato alle armi e arruolato. Partecipa all’invasione della Francia e nel bel mezzo dell’occupazione assiste al massacro degli inermi abitanti di un villaggio compiuta dal suo reparto in seguito all’uccisione di alcuni soldati tedeschi. L’avvenimento lo colpisce a tal punto che nel buono e assennato Kurt corpo e mente si separano di colpo: il corpo non risponde più. Ricoverato in un ospedale diventa un caso clinico per un medico francese. Questo in buona sostanza l’avvio del romanzo di Ricardo Menéndez Salmón, “L’offesa” (Marcos y Marcos, traduzione di Claudia Tarolo, pp. 152, € 13,50). Definirlo romanzo è forse riduttivo, poiché lo 

 

scrittore spagnolo - nato nel 1971 -  ha scritto qualcosa che somiglia a un romanzo, ma è anche un racconto filosofico, una meditazione sulla condizione umana, e anche una fiaba in nero. Si tratta infatti di un racconto che fluisce come una stella filante: scivola via e si srotola come un nastro. Ha una musicalità che la traduzione italiana ha conservato: sentiamo la voce dell’autore raccontare senza sbavature e senza intoppi, a qualche centimetro dal nostro orecchio, eppure da grande distanza. Mentre leggi “L’offesa” hai l’impressione che questa storia sia recitata solo per te. Menéndez Salmón ha le qualità di un narratore popolare, di un favolista. E tuttavia il racconto, con un sorprendente e misterioso finale, è anche un saggio sul dolore e sul corpo. Kurt è una figura luminosa, somiglia a un personaggio di Kafka o di Melville, ne ha il candore e l’imperfetta perfezione.

Gianfranco Franchi
Lankelot

dicembre 2008

Il Novecento e le sue ferite. Stone sosteneva che la prima vittima di ogni guerra fosse l’innocenza, in un suo vecchio film sul Vietnam; Menéndez Salmón racconta, in questo suo allegorico, atroce e toccante romanzo breve, che carnefice e vittima coincidono – la razza umana – e che chi ha assistito a certe atrocità è condannato alla disperazione, al male di vivere, a credere in una maligna predestinazione. Le eccezioni esistono: fanno letteratura. In tutti i sensi. 

“L’offesa” è un romanzo che dovrà, è un auspicio e una sensazione, essere presto tradotto in un film. Un film che dovrà riuscire nella difficile impresa di risultare umanissimo, universale e incisivo raccontando la vita di un uomo e di diversi popoli europei in poche ore; sintetizzando l’esperienza della guerra, illustrando cosa significhi vivere al fronte e assistere a certe ingiustizie e certe atrocità, raccontando una ferita invincibile – quella di chi rimane in vita e non sente più niente, a un tratto. Menéndez Salmón andrebbe comparato col francese Marc Dugain, col Dugain del formidabile esordio “La chambre des officiers” (1999): là l’antieroe si ritrovava, orribilmente sfigurato, a vivere una vita inevitabilmente diversa, e tuttavia sapeva dimostrare una voglia di (r)esistere, di essere felice a dispetto di tutto, che non poteva che commuovere. Ma era un reduce dalla prima guerra. Il reduce della seconda guerra di Menéndez Salmón cambia identità, cambia nazione, ritrova l’ombra d’un grande amore, e tuttavia è vinto, è sconfitto. L’umanità ha testimoniato il male assoluto. Siamo marchiati a fuoco. Dobbiamo studiare nuove strategie per fronteggiare e sradicare il male.

“Ci sono corpi che si chiudono e corpi che si aprono; ci sono corpi che si abbassano e corpi che si alzano; ci sono corpi che domandano e corpi che rispondono. Ma può un corpo distaccarsi dalla realtà? Può un corpo, di fronte all’aggressione del mondo, di fronte alla brutalità del mondo, di fronte all’orrore del mondo, sottrarsi alle proprie funzioni, rifiutarsi di continuare a essere corpo, sospendere le proprie facoltà, rinunciare a essere quel che è (…)? Può un corpo dimenticarsi di sé stesso?” (Menéndez Salmón, “L’offesa”, p. 61).

Kurt, ventiquattro anni il primo settembre 1939: il giorno in cui Hitler invade Danzica. Il giorno in cui comincia la Seconda Guerra Mondiale. Neanche ventiquattr’ore e arriva la chiamata al fronte. Lui è un sarto, non è tesserato per il partito, non discende da famiglia aristocratica. Il padre lo avverte: niente eroismo. Non farsi notare da chi comanda. Restare al proprio posto.

 

Si ritrova numero, al fronte. Consolato dal pensiero della sua Rachel, a casa. Deviato da carte, prostitute e alcol, nel tempo libero. Passano anni. Lentamente, lavorando come sarto negli intervalli, per rammendare le divise dei commilitoni, dimentica di tutto – della famiglia, forse della sua essenza – e passa da Montmartre all’Alvernia, infine a Nantes. Per ritrovare l’azione, per combattere in prima linea. Ma in prima linea assiste a una rappresaglia nei confronti del popolo ribelle, a una decimazione classica e atroce. Rimane sconvolto dal rigore algido e disumano di chi massacra cittadini inermi, incolpevoli. E smette di capire il tedesco. Cosa fosse essere tedesco.

“Kurt pensò a Erik Satie, a Pablo Picasso, a Jules Verne, alla parola FRANCE cancellata dai carri armati, ai vulcani dell’Alvernia, a Rachel, alle raccomandazioni del padre davanti al suo boccale di birra renana. Non si dava pace; non si dava ragione; provava soltanto un freddo atroce, dalla punta dei capelli alla pianta dei piedi, che lo trafiggeva come una picca un condannato” (p. 57).

E il suo corpo, da quel giorno, perde la sensibilità. Perde ogni sensibilità. Ricoverato e sottoposto a esami e cure, distaccato in toto dalla realtà com’era, rimane un enigma per i dottori. Scrive a casa, senza spiegare l’accaduto. Scopre che la sua Rachel è stata deportata. La sua sofferenza è ormai sovrumana. Ma non riesce a sfogarla fisicamente: non sente più il corpo.

Proprio mentre sembra si stia avvicinando la guarigione, complice un nuovo, platonico amore per un’infermiera, assiste a una nuova esecuzione; stavolta, non c’è un ufficiale amico a comandarla, ma l’apparente indifferenza del medico che lascia che i pazienti tedeschi, a eccezione di Kurt, vengano portati in un campo di calcio e fucilati. Kurt vivrà una vita altra, da quel momento in avanti. Con un’identità diversa… fermiamoci qui.

Menéndez Salmón è una delle felici sorprese della nuova stagione editoriale di Marcos Y Marcos, storico protagonista dell’editoria di progetto milanese. Confidiamo possano proporci, negli anni a venire, tutto il catalogo dello scrittore di Gijon. È cinematografico e paradigmatico; giovane ed europeo. Puro Zeitgeist. Splendida scelta.

 

I. Borghese
Terranullius.it

marzo 2008 

Un romanzo che non si fa attendere L’offesa di Ricardo Menéndez Salmòn. Pagine che incupiscono, intrappolano, commuovono, lasciano pensieri e umori conseguenti a una lettura che incanta quando non fa riflettere, che suscita quesiti quando racconta cambiamenti intimi dovuti a eventi storici. Fa da scenografia l’imminente scoppio della seconda guerra mondiale, lì dove il testo non vuole essere un romanzo storico assolutamente, piuttosto la guerra sembrerebbe un espediente e un contorno significativo per perdersi e conoscere le vicende esistenziali, i cambiamenti intimi e fisici del protagonista. 

Lui è Kurt Crüwell, un giovane che tra le prime pagine immagineremmo dover seguire l’attività di sarto del padre a Bielefeld e oltremodo immerso in una storia d’amore con una ragazza ebrea. Ma il destino di Kurt muta inesorabilmente con la chiamata alle armi e l’abbandono di ogni realtà che fino a quel momento gli appartiene. L’impatto che ha con questa nuova vita a Saarbrücken è la noia che lo assale e il suo ruolo come autista di sidecar, sebbene imparerà anche a maneggiare le armi. L’abitudine e il trascorrere del tempo faranno da deterrente, Kurt trasferitosi in Francia si abituerà a una nuova esistenza permeandosi di uno stato di serenità che avrà un’incidenza fondamentale tanto da consentirgli di dimenticare non solo la sua memoria, ma anche i suoi cari.
E la serenità che lo avvolge si dipana nella storia come uno stato assolutamente passeggero. Si affacciano presto gli orrori della guerra, avanzano paure, e poi gli occhi di Kurt che trattengono immagini atroci di uomini, bambini e donne che bruciano e che il protagonista intrappola come fossero fotografie e nel farlo gli provocheranno cambiamenti decisamente rilevanti alterando la sua condizione e il suo animo. Il terrore, il disgusto delle atrocità che la guerra consegna all’umanità, e con evidente probabilità il cuore di Kurt che non sa adattarsi alla guerra – se alla guerra ci si può in qualche modo adattare − saranno la causa del suo isolamento.

 

Il fisico di Kurt difatti a quegli orrori sa solo reagire con il silenzio. E l’isolamento si presenta dunque come bisogno inconscio di proteggersi e di porre una barriera tra se stesso e una guerra dannatamente atroce e crudele e i sentimenti che altrimenti non saprebbe governare. Finisce in una clinica Kurt e nessuno riesce a comprendere il suo silenzio, la sua freddezza, i sentimenti che sembrano avere dato un addio definitivo alla vita del protagonista. Ma tutto questo fa di Kurt un personaggio tremendamente umano, di una sensibilità forse rara. Il corpo di Kurt che reagisce solo con questo silenzio brutale, che stride e diventa uno strumento per palesare la sua condizione di disagio e disadattamento alle brutture della seconda guerra mondiale. La guerra che Kurt ha vissuto come protagonista del tempo e come spettatore anche e che in modo probabile, tra le pagine, esiste come spettatore rendendosi inconsciamente asettico e privo di sentimenti. Ed è in questa privazione che emerge il peso della sua sofferenza e disadattamento alla vita. Ed è anche da questa privazione che col tempo, come fosse una riabilitazione all’esistenza stessa Kurt si concederà di nuovo l’amore, quello di Ermelinda, l’infermiera della clinica dove è ricoverato. La lettura del romanzo è andata nel tempo che mi ha accompagnato per circa due ore e quando poi ho spento l’abatjour del comodino ho sentito la freddezza che ha preso possesso della vita di Kurt e ho scoperto così un personaggio terribilmente vero in ogni sfaccettatura e quando l’ho letto amare, non amare, e riamare ancora per il contesto e le vicende in cui l’autore ce lo presenta. Con un finale da scoprire, intrecciato, e un passato dimenticato che saprà riaffacciarsi e con altri cambiamenti ancora.

Una lettura che scorre, un linguaggio delicato, attento come le citazioni che Menendéz ci regala, un’armonia con il ritmo narrativo, le vicende raccontate e la delicatezza della narrazione che resta una caratteristica peculiare del romanzo. Una storia che incanta e commuove. 

Non a caso L'Offesa in Spagna è stato un caso letterario la scorsa stagione.

 g.d.s.
Corriere della Sera

marzo 2008

Kurt, il sarto-soldato di Menéndez Salmón

«Kurt abbandonò il modesto appartamento senza voltarsi indietro, sistemandosi i capelli con la mano destra, la stessa che impiegava per puntare spilli, svolgere la linea melodica dei corali per organo e accarezzare il seno di Rachel. Ad averlo saputo, che era l’ultima volta che vedeva la dattilografa viva, forse Kurt si sarebbe girato a guardarla dal portone. Perché Rachel Pinkus stava per essere divorata dall’orrido mostro della storia. Era ebrea». Fin dalle prime pagine del suo romanzo L’offesa

 

Ricardo Menéndez Salmón traccia, con un linguaggio lieve e profondo, il senso di una storia dolorosa.Mentre Kurt Crüwell si prepara a fare il sarto, a sposare la sua Rachel, a suonare l’organo in chiesa, «un suo compatriota di nome Hitler ordinava al suo esercito di penetrare nel corridoio di Danzica». Salmón accompagna, con una narrazione che ha un andamento musicale, un uomo semplice come Kurt lungo le strade terribili della seconda guerra mondiale. Soldato della Sesta armata, per non soccombere all’esaltazione guerresca, Kurt accetta di rammendare le divise, cuce taschini e contempla le bellezze di Parigi. L’orrore arriva una fredda mattina d’inverno: per ordine del suo capitano, novantuno civili francesi bruciano vivi in una chiesa. Il giovane sarto ne viene travolto, si estranea dal mondo, perde ogni sensibilità per quello che gli accade intorno.

Carlo Argiolas
L’Unione Sarda

marzo 2008

 

Perché non possiamo dirci innocenti

Sangue, ferocia, indifferenza, perdita del dolore. Parrebbe di essere capitati dentro la pellicola dei fratelli Coen Non è un paese per vecchi, siamo tra le pagine del nuovo libro di Ricardo Menendéz Salmón, L’offesa, presentato venerdì a Cagliari, Palazzo Regio, in un faccia a faccia con Alessandra Menesini, per la rassegna Leggendo metropolitano della Prohairesis. Ambientato nel periodo della seconda guerra mondiale, il racconto ci rende spettatori della storia di un giovane sarto tedesco, Kurt Crüwell, amante della musica, fidanzato con Rachel, che d’un tratto si trova risucchiato nel tunnel delle barbarie generate da un conflitto che non comprende. Testimone di un massacro compiuto dai compagni d’armi, non reggerà alla vista di tanto orrore e perderà i sensi. Una volta rinvenuto per lui tutto sarà diverso: il corpo, la mente, il cuore, si allontaneranno dal mondo fuggendo chissà dove. Solo le cure di Ermelinde riusciranno a fargli ritrovare l’amore per la vita.

Salmón sembra prima di tutto chiedersi: è completamente innocente il sarto-soldato Kurt? Può ritenersi incolpevole colui che, pur non partecipando attivamente a un crimine, non fa niente per impedirlo? L’immobilità può costituire una “giusta” risposta? «La prima cosa che ho cercato di fare è scappare dai luoghi comuni presenti in altri lavori sulla seconda guerra mondiale», dichiara lo scrittore asturiano, che ieri mattina nella Libreria Piazza Repubblica si è sottoposto al “fuoco incrociato” di domande rivolte dai lettori. «Proprio per questo ho voluto che il protagonista fosse un soldato tedesco. L’orrore per la guerra doveva essere visto con gli occhi di chi ha rappresentato il male. L’idea principale su cui si basa L’offesa è che anche tra i boia ci sono vittime: Kurt è una di queste». Ma come è nata l’idea di scegliere un sarto come protagonista? «Nessuno penserebbe mai di associare un sarto alla malvagità. La visione che Kurt ha della guerra è singolare, perché in realtà da essa non prova disturbo, non la conosce. Nella sua vita non c’è posto per l’orrore. Volevo che questo sarto fosse una metafora, una risposta al terrore causato dalla guerra. Il modo più radicale che un uomo ha di dimostrare il rifiuto verso qualcosa che non condivide, è quello di rompere tutti i vincoli con il mondo,  perdendo la sensibilità e l’attenzione per ciò che lo circonda».  Innocenza e colpa come binari che possono incrociarsi nel destino di ogni persona. «Fin dall’inizio del romanzo, Kurt appare un personaggio tragico: va in guerra avvolto dall’innocenza, ma restare innocenti in un mondo dove la legge che regna è quella della guerra, non è possibile».

 

Alessandro Beretta
Corriere della sera

marzo 2008

Arriva dalla Spagna il bestseller “L’offesa”, storia di un ragazzo traumatizzato dalla violenza

Menendèz Salmón: <<Contro tanto male, l’unica consolazione è la bellezza>>

La storia di Kurt Crüwell raccontata ne “L’offesa” (Marcos y Marcos), dove un giovane  sarto tedesco si trova sbalestrato nella Seconda Guerra Mondiale, ha il fascino di un piccolo classico contemporaneo. Il ritmo veloce, alternato a improvvise riflessioni filosofiche rendono il lettore partecipe non solo del trauma di Kurt – aver visto bruciare in una chiesa oltre novanta vittime innocenti – ma della sua incredibile reazione: perdere la sensibilità. Un cuore bloccato nei sentimenti, tanto che chi lo cura                                                                                                                                 
                                                                                                                                 

lo chiamerà  “La Metafora” per il fatto di non poterli esprimere, cui toccherà vivere avventure ora illuminate da un amore per l’infermiera Ermelinde ora all’ombra del suo involontario passato nazista. Un libro che è un apologo dell’uomo di fronte alla violenza e che potrebbe sembrare d’epoca, mentre è stato scritto nel 2006 dallo spagnolo Ricardo Menéndez Salmón che tra oggi e domani sarà a Milano per spiegare l’idea di <<un mostro quasi morale, che aveva stabilito tra la propria sensibilità e il mondo una relazionedi non corrispondenza>>.Come mai ha scelto per il romanzo un’epoca abbastanza sovresposta come la Seconda Guerra Mondiale? <<La guerra è il miglior scenario per indagare sulla condizione umana e si impone come luogo  privilegiato per una riflessione a proposito di chi siamo e dove stiamo andando>>, racconta l’autore nato nel 1971 nelle Asturie.
Il testo è anche pieno di citazioni e cose amate da Kurt, un esercizio postmoderno utile per riflettere, ma qual è il ruolo dell’arte di fronte al dolore? <<Ho una tentazione costante a inserire nelle mie opere in opposizione al mare la possibilità della bellezza non intesa come salvezza redenzione o espiazione, ma come consolazione e come asilo>>.
Leonardo Merlini
apcom

marzo 2008

Milano, 12 mar. (Apcom) - Un romanzo che si legge tutto d'un fiato, scritto con una prosa ricca e vitale senza perdere di linearità, e che tocca gli arcani della vita umana (l'amore, la guerra, la violenza), e traccia una sorta di nuova versione dell'uomo in rivolta, 56 anni dopo il celeberrimo saggio di Camus. "L'offesa", ultimo libro dello scrittore asturiano Ricardo Menéndez Salmòn, è un viaggio tenero e allucinato attraverso la Seconda Guerra mondiale, vista con gli occhi di un giovane tedesco, il sarto Kurt Crüwell, che si ritrova suo malgrado coinvolto nell'orrore del conflitto e reagisce al raccapriccio semplicemente perdendo la sensibilità. Una conseguenza clinica, una patologia, ma anche l'estrema forma di difesa - e di opposizione - di fronte a una violenza che l'umanità di Kurt gli impedisce di tollerare. Ci sarà poi una nemesi finale - storica e forse anche morale - ma la forza del personaggio del sarto, capace anche di straordinaria leggerezza, risiede in larga misura nella radicalità del suo rifiuto.
Edito in Italia da Marcos y Marcos, "L'offesa" è anche un romanzo a suo modo magico, che fa pensare al cinema di Guillermo Del Toro o alle opere letterarie di un grande sperimentatore (e irregolare) come il cileno Roberto Bolano, il cui romanzo postumo "2666" è uscito da poco nel nostro Paese. Kurt è un antieroe che, nel momento in cui viene chiamato alle armi dal Terzo Reich, viene ammonito dal padre con un motto che gronda tutta la saggezza della gente comune: "L'eroismo è stato inventato per chi non ha futuro". Ma è anche in qualche modo un complice del Nazismo, nel suo essere l'autista di sidecar nonché attendente dell'Hauptsturmführer Löwitsch, "che pronosticò il dominio della Germania sull'Europa intera nel giro di venti mesi".

 

Salmòn si muove con grazia e misura nei drammi della storia e, forte di una immaginazione creatrice non comune (che rimanda al realismo magico della tradizione latinoamericana) arriva a momenti di lucidità esistenziale estrema: "Più avanti [Kurt] avrebbe capito - leggiamo all'inizio del VII capitolo della prima parte del romanzo - che l'uomo è l'unico animale che ha bisogno di ottundersi per farsi coraggio, e che alle porte stesse dell'inferno non stona la figura di un giovane che balla il foxtrot mentre calano le falci e un plotone di ratti famelici, con le code lunghe e gli occhi gialli, affila i denti nella tibia di un cavallo morto". La lezione di Hieronymus Bosch, il pittore visionario fiammingo che ha dipinto insuperabili scenari di follia, è stata pienamente compresa, e trasformata in letteratura.
Ma il cuore del romanzo sta proprio nella perdita di sensibilità che affligge Kurt di fronte all'orrore più assoluto della guerra, combattuta con gli stessi mezzi disumani tanto dai tedeschi quanto dai partigiani. In qualche modo il giovane sarto si rifiuta di continuare a far parte dell'umanità, se ne tira fuori, seppur con una reazione involontaria che nasce dalla "radice più profonda del dolore". Kurt scappa, non solo metaforicamente, dalla guerra e approda a una nuova vita, che si dispiega, in una leggera atmosfera di onirico mistero, nella seconda e terza parte del romanzo. Alla fine arriverà la resa dei conti, ma nel lettore sorge più di un dubbio sulla verità di tutto ciò che è accaduto fino a quel momento. Ciascuno potrà dare la sua interpretazione, senza dimenticare che Salmòn è conterraneo di quel Calderon de la Barca che nel 1635 scrisse il proprio capolavoro, "La vita è sogno". E forse, almeno in parte, lo è anche la letteratura.

 

Gianni Biondillo
Cooperazione

marzo 2008

Il destino di Kurt

“L’offesa”, di Ricardo Menéndez Salmón: le vicissitudini di un sarto tedesco durante il nazismo.

Ci sono libri che ti capitano per caso fra le mani. Nel mare magnum di quello che si pubblica ogni volta fai una scommessa. Non è detto che la vinci, ma quando accade è sempre un piacere particolare. Così mi è accaduto con L’offesa, di Ricardo Menéndez Salmón. Del quale nulla sapevo, ma che di certo ora cercherò di seguire ogni volta che verrà tradotto. Perché credo che questa sia la prima volta che lo si legga in italiano e lo dobbiamo ad un editore che raramente sbaglia le sue scelte. Piccola 

 

chiosa: dobbiamo a Marcos y Marcos autori straordinari, colpevolmente dimenticati dalle grandi case editrici, o recuperati in pompa magna, vedi il caso di John Fante, ora nella scuderia Einaudi. L’offesa è un breve romanzo che parla di Kurt Crüwell, giovane sarto tedesco che suo malgrado – altri erano i suoi propositi nella vita – si trova coinvolto nell’epocale evento della guerra nazista. Il libro è diviso in tre quadri, dove si racconta del destino di Kurt: dalla sua Germania alla Francia occupata, fino alla fuga in Inghilterra. Destino crudele che depriverà dei sensi il corpo del protagonista facendogli vivere una esistenza di pura e irrimediabile apatia.
Non voglio dire di più. Voglio solo aggiungere che chiuso il romanzo m’è restato addosso per giorni. Sarà per il finale onirico; sarà per la scrittura dolcemente ipotattica, da inizio Novecento; sarà per il tema in fondo desueto, se si considera la giovane età del narratore. Sarà per tutto ciò. O forse, più semplicemente, sarà perché è un bel libro.
Christian Frascella
christianfrascella.wordpress.com
marzo 2008

 

UN CAPOLAVORO (E IO NON LO DICO MAI)

Kurt è un giovane sarto, con la sua vita dignitosa nella Germania di Hitler prima del blitzkrieg. Ama, riamato, Rachel, ragazza ebrea. Suona l’organo in chiesa. Non ha grilli per la testa, è un individuo semplice in un mondo complicato. Meriterebbe l’esistenza piccola, ordinaria e leggera che si è scelto, poi però Hitler invade la Polonia e Kurt viene chiamato alle armi e alla Storia.
Per lui non è un dramma, crede di partecipare a qualcosa di nuovo e allettante che lo farà sentire uomo tra gli uomini. Dopo l’addestramento a Saarbrucken, viene mandato al seguito della Sesta armata. Scopre in sé il vizio teutonico della guerra. Lo stesso, non spara un colpo, mentre l’esercito nazista muove verso le Ardenne e travolge la Francia, espugnando la Maginot e Parigi. Lui guida il sidecar con a bordo il Capitano Lowitsch, un ufficiale ‘bonario’ che lo ha preso in simpatia. La Francia piace, a Kurt. Ne stimola il lato romantico. Per la ‘grandiosa serenità’ del lavoro, il protagonista ha dimenticato i propri cari, la sua Rachel. Promosso Caporale, segue Lowitsch a Nantes, pieno di aspettative.


In realtà, nel paesino di Mieux, il capitano, dopo l’uccisione di alcuni soldati della Wehrmacht ad opera di partigiani francesi, insanguinando la piazza per ritorsione, rivela la vera natura di sé, della guerra e del nazismo. Il semplice, ingenuo Kurt crolla di fronte all’orrore, sviene e scompare dalla Storia per ricomparire nella storia minore, la sua propria, in un ospedale psichiatrico di Parigi. La morte e la carneficina di Mieux gli sono rimasti negli occhi, non parla, è come paralizzato. Poi arriva l’amore. Ci si attenderebbe un happy end, ma l’appuntamento con un nuovo orrore è solo rimandato negli anni…
Questa è parte della trama de ‘L’offesa’ di Ricardo Menéndes Salmón, edito in Italia da quei fenomeni di Marcos y Marcos, romanzo spagnolo pubblicato in patria solo l’anno scorso e già da annoverare tra i più grandi libri della nostra epoca. Il giogo apparentemente leggero e però preciso, chirurgico delle frasi di Salmón (splendidamente tradotte da Claudia Tarolo), il sottilissimo lavoro di sottrazione degli elementi storici e di intonata amplificazione di quelli umani, l’originalità del passo narrativo all’interno di un tragitto già abbondantemente abusato da centinaia di scrittori, una parte finale lirica e impietosa dosata nel ritmo e elettrificata da una chiusa annichilente, fanno di questo romanzo un autentico capolavoro.
Sarebbe magnifico veder la gente far la coda alle casse per accaparrarsi un piccolo gioiello di Letteratura contemporanea.

 

Giammarco Raponi
booksblog.it
marzo 2008

«Come reagisce il corpo dell’uomo in presenza dell’orrore?». È l’interrogativo a cui risponde lo splendido libro L’offesa (Marcos y Marcos, 2008) di Ricardo Menéndez Salmón, che in Spagna ha avuto un successo straordinario diventando un vero e proprio caso letterario.
Kurt Crüwell è destinato a proseguire il lavoro di suo padre, un sarto rinomato di Bielefeld. Ma tra la sua quotidianità, con i suoi ritmi lenti e, infine, la famiglia e la relazione con Rachel Pinkus, una giovane e bella ebrea, si intromette «un suo compatriota di nome Hitler». Così Kurt viene arruolato nell’esercito tedesco: sta per scoppiare la Seconda Guerra Mondiale.
Di stanza a Saarbrücken, la vita militare sembra annoiarlo profondamente, tuttavia Kurt impara a usare pistole e fucili, ma soprattutto impara a guidare il sidecar, con il quale scarrozzerà nei dintorni di Saarbrücken, insieme al capitano Löwitsch.

In uno dei viaggi al castello dove si trova il posto di comando, capeggiato da Heinz Guderian, Kurt apprende che la situazione è cambiata drasticamente. Di fatto, Hitler ha già invaso la Polonia, in pochi giorni invade anche il Belgio, ma a quel punto bisogna affrontare la Linea Maginot, dai francesi ritenuta invalicabile.
Ai tedeschi non rimane che aggirarla passando per le Ardenne. Tra le cinquanta divisioni che, attraverso il Belgio e i Paesi Bassi, penetrano in una Francia sbigottita, ci sarà anche il 19° corpo corazzato di Guderian. Il gruppo d’avanguardia di cui fa parte Kurt, sempre a cavallo del suo sidecar e con il capitano Löwitsch.
Dopo l’invasione della Francia, la maggior parte delle forze armate si sono spostate sul fronte russo, anche la vita militare di Kurt sembra essere ritornata alla calma, nel limite del possibile. In ogni caso, Kurt è talmente assorbito e sereno da dimenticarsi quasi della sua famiglia a Bielefeld, di Rachel, anche. Decide quindi di passare il Natale del 1940 in questa cittadina dove è di stanza: Roscoff «una cittadina murata di fronte al mare, nella Bretagna occupata».

 

È il 2 gennaio del 1941 la data in cui le cose cambiano. Mentre l’intero accampamento sonnecchia, un cavallo galoppa veloce verso di loro, ma in groppa c’è un uomo morto e decapitato, per di più dal morso del cavallo pende un cartello con la scritta MERDE. A quel punto il capitano Löwitsch ordina a una ventina di soldati di mobilitarsi, e naturalmente Kurt dovrà accompagnarlo con il sidecar. Destinazione Mieux.
Mieux è poco più di un paesino, una piazza, una chiesa, case. A Kurt la vita militare comincia a non apparire più tanto noiosa. Il capitano ordina il rastrellamento. Novantuno persone vengono radunate: donne vecchi e bambini. Nessuna distinzione. La lezione dev’essere dura, esemplare. Ma nessuno di loro parla, nessuno sembra sapere nulla dell’uomo decapitato e del cartello. E viene il dubbio che, forse, nessuno lo sappia sul serio.
L’ultimo a entrare nella chiesa è «un bambino poliomielitico, che si aiutava con una stampella rudimentale». Attorno all’edificio vengono accatastate sedie, tavolini, scope. L’ordine del capitano Löwitsch di appiccare il fuoco, arriva con un grido lancinante. Prima di svenire, Kurt fa giusto in tempo a vedere un soldato che scatta fotografie, mentre un altro apre un cavalletto su cui sistema una grossa macchina da presa, è una Paillard da sedici millimetri.
La trama ovviamente non finisce qui, pur nella sua brevità, si snoda nella seconda e nella terza parte del libro: il ricovero in ospedale di Kurt, la malattia mentale in cui versa causata dall’orrore dell’eccidio – che è anche la risposta all’interrogativo di fondo -, l’incontro con il dottor Lasalle e con Ermelinde l’infermiera, e infine la fuga in Inghilterra dove, la guerra è ormai finita, si consumerà il finale vero e proprio.
Una storia che induce alla riflessione sulla guerra, gli orrori e le assurdità che provoca. Una storia raccontata con una prosa elegante e tagliente, senza sbavature, che si legge dunque d’un fiato. Merito anche della traduzione di Claudia Tarolo, se con un linguaggio esatto e così appropriato questo scrittore ci dà la risposata all’interrogativo iniziale: di fronte all’orrore, il nostro corpo reagisce con la perdita della sensibilità.

Stefania Vitulli
Grazia

marzo 2008

 

Come in una tragedia greca, ma è storia

  

Il romanzo è smilzo, ma penetrante. L’autore, classe 1971, schivo ma deciso, in Spagna si è meritato l’ambita etichetta di “fenomeno letterario del 2007”.
La storia, ambientata tra Germania e Francia nella Seconda Guerra Mondiale, è una parabola contemporanea con atmosfere
à la Buñuel: il soldato tedesco Kurt Crüwell è costretto a rendersi complice di un atto di malvagità inenarrabile. Il rimorso per l’orrore lo porterà all’apatia, l’amore di nuovo alla bellezza, ma solo la nemesi finale sarà risolutiva.
Abbiamo chiesto a Ricardo Menéndez Salmón, autore di
L’offesa (Marcos y Marcos, traduzione di Claudia Tarolo), il senso del suo titolo. «La morte come commercio, l’olocausto come industria, la distruzione del prossimo come un fatto consentito per ragioni quasi sempre inconfessabili, sono le offese di cui volevo parlare», spiega.

Si è ispirato a una storia vera?

«A certi film, come E Johnny prese il fucile, a certi libri: Il re degli Ontani di Michel Tournier,  Il grande viaggio di Jorge Semprún; e a un viaggio che ho fatto in Polonia nel 2003. Ma l’origine del romanzo è un’immagine ben precisa: un uomo davanti a una casa in fiamme. Volevo dotare questa immagine potente di un prima e di un dopo.»

 

Il suo protagonista vive almeno quattro vite diverse in poche pagine.

«Reinventare se stessi è un’idea che mi ossessiona non solo come narratore, ma anche come essere umano. Mi affascina la possibilità di essere un altro, il fatto che una semplice azione o omissione ci consenta di penetrare in una vita o di abbandonarla per sempre».

Finché il destino non presenta il conto.

«È il destino a governare il mondo, qualcosa di simile al “nomen omen” del detto latino. Non importa il nome che vogliamo dare a questa forza – caso, fatalità – però credo e spero che L’offesa rispecchi lo spirito della tragedia greca: è la storia di un eroe che, in un modo o nell’altro, finirà per incappare nel suo destino di innocente in un mondo dove l’innocenza ha perso di significato».

Amore, fede, ideali non possono dunque vincere il male?

«Credo che si debba vivere “come se” fosse possibile, però mi pare che il male, storicamente, si sia potuto dominare soltanto con la violenza.»

Nel libro, Ermelinde riporta Kurt alla vita. Forse le donne possono fare qualcosa?

«Ancora oggi, si tende a trasmettere alle donne valori come la rassegnazione, la dedizione incondizionata, l’amore senza riserve. Forse in questo senso possiamo pensare alla donna come depositaria di valori come la pace, la concordia o il sacrificio, valori che, sulla carta, in teoria, possono contrastare il dolore. Ma non credo che questi valori possano produrre un effetto tangibile sul mondo reale, che è brutale per definizione».

 

Flair
marzo 2008

L’offesa è la storia di un sarto riflessivo, delicato (ma etero), costretto alla guerra da Hitler. Ce la farà. Grazie anche al tifo di chi legge.

 

L’incipit: «Benché per tradizione familiare, ed espresso desiderio di suo padre, Kurt Crüwell avrebbe dovuto prendere in mano una rinomata sartoria, il 1o  settembre 1939 un evento atteso, ma non per questo meno traumatico, rimpiazzò i suoi sogni beati di proprietario...».

 

Perché leggerlo: un uso felice degli aggettivi (chissà se studiato o spontaneo) trasforma, senza mai un intoppo, il linguaggio in immagini. Il lettore si sente trascinato in un film dalla trama compatta che gli fa dimenticare di essere impegnato in una lettura. Non male, per un romanzo.
Una sola riserva: sembra ormai che le nostre librerie siano riempite di due soli temi: la guerra e gli orientalismi. Le benevole, La moglie di Joza, Le ragazze di Riad, La città delle rose, Persepolis, L’albero dei giannizzeri, sono alcuni titoli che spiccano dagli scaffali. oggi si aggiunge L’offesa. Anche se qui la guerra serve solo da quinta per parlare d’amore.
Alfredo Ronci
paradisodegliorchi.com
febbraio 2008

Qualche anno fa (per la precisione nel 1998) Einaudi ristampò un prezioso volume di William Sheridan Allen, professore universitario nel Missouri, Come si diventa nazisti, in cui l’autore, studiando la storia di una piccola città della Germania, Thalburg (in realtà Nordheim) durante gli anni della Repubblica di Weimar e i primi anni del Terzo Reich, cercava di comprendere i meccanismi che avevano portato la popolazione ad assecondare le follie naziste. E le conclusioni erano altresì amare: che non è vero che le condizioni storiche differenti (tra cui un livello più alto di sviluppo e di istruzione) impediscano un rigurgito antidemocratico e dittatoriale, perché quando una comunità politica procede a piccoli passi verso l’abisso, nessuno è in grado di prevedere quale forma concreta il disastro prenderà, né in quale punto esso esattamente verrà a collocarsi.
Il romanzo dell’asturiano Menéndez Salmon è la dimostrazione lampante della discesa agli inferi di un’anima apparentemente “normale” che “normalmente” risale la china fino a riappropriarsi della propria esistenza collocando l’orrore in un angolino della mente.
Kurt, che capiva poco di politica e considerava la disciplina fisica e la professione di fede nella forza un tantino oscene, si rifugiava durante queste tirate nel ricordo della musica che suonava per le donne timorate di Dio con l’organo della chiesa di San Nicola. (pag.32)
Non basta considerare oscene le dimostrazioni di forza di un regime per poterle superare: spedito al seguito della Sesta armata, Kurt riuscirà a sopravvivere finché, 

nella battaglia nazista contro la Francia, assisterà, per ordine di un suo superiore, all’eccidio di novantuno civili francesi, bruciati vivi in una chiesa. E qui il suo corpo e la sua mente cedono. Sarà ricoverato in un ospedale dove conoscerà Ermelinde, un’infermiera che dopo anni sposerà.
L’intreccio del romanzo non è originale, la stessa Marcos y Marcos un paio di anni fa pubblicò Il nazista e il barbiere di Edgar Hilsenrath (trattato anche dal Paradiso e lo trovate nel nostro archivio) dove un nazista coinvolto nell’eccidio degli ebrei, alla fine della guerra si fa passare per ebreo e finisce in Palestina a combattere a fianco del movimento sionista.
Nel romanzo di Salmon il versipellismo del protagonista può essere visto in un’altra chiave: non un vero capovolgimento di fronte ideologico, ma una vera e propria “frattura” mnemonica che gli impedisce di fare i conti fino alla fine col proprio passato. Passato che all’improvviso si riaffaccerà dopo molti anni con la visita di quattro persone che lo faranno sprofondare di nuovo nel terrore e nel ricordo cancellato di una strage inutile.
Romanzi come questo inducono ad una riflessione che cozza contro il buon senso, ma che ripropongono per l’ennesima volta il quesito alla base di ogni considerazione storica: quanto del libero arbitrio sopravvive quando una forza concentrazionista supera barriere ideologiche e mentali e pervade l’intero sistema cognitivo? Si può resistere al male quando il male è ovunque? Si può disobbedire ad un ordine, quando quell’ordine proviene da un’autorità pervasiva che può disporre della nostra esistenza in qualsiasi momento?
La banalità del male, come ci ha insegnato la Harendt seguendo il processo a Eichmann, sta proprio nell’accettazione prona di ogni singulto reazionario. Insegnare una difesa migliore è obbligo delle democrazie.

 

Mariangela Di Stefano
tifeoweb.it

febbraio 2008

Kurt Crüwell è un tedesco che alla vigilia della seconda guerra mondiale ha 24 anni. La sua vita scorre come quella di tanti coetanei fino a quando, il primo settembre del 1939, viene chiamato alle armi per prendere parte al conflitto del secolo. Fino a quel giorno le mani di Kurt hanno accarezzato solo la pelle della sua fidanzata. Sono mani delicate che hanno cucito con cura decine e decine di abiti, perché Kurt non ha mai imbracciato un'arma, fa il mestiere del sarto. Non è preparato a quello che lo aspetta, pensa di essere in procinto di vivere un'avventura come tante altre che non potrà sconvolgergli la vita più di tanto. Non sa quanto si sbaglia.
Ricardo Menéndez Salmón è l'autore de "L'offesa". Il libro, pubblicato in Spagna nel 2007, è arrivato in Italia grazie alla casa editrice Marcos y Marcos che l'ha proposto 

come una delle nuove offerte editoriali per questo 2008. La Marcos y Marcos ha avuto il merito di fare conoscere anche ai lettori italiani un testo che nel suo paese d'origine ha fatto scalpore proprio per il modo in cui lo scrittore ha trattato il tema del Male.
Kurt ci mette poco a capire che la guerra è dolorosa e porta con se delle azioni terribili, che il suo cuore non può accettare, tanto che ad un tratto in lui avviene una metamorfosi che lo rende completamente privo di riuscire a provare qualunque sentimento. Il corpo di Kurt ad un tratto non è più sensibile a niente, è isolato dagli stimoli esterni e i medici non hanno idea di quale possa essere la cura.
E' il linguaggio semplice ed essenziale di Ricardo Menéndez Salmón a trascinare il lettore nell'involuzione del suo protagonista, fotografando le brutture della seconda guerra mondiale trattandole come delle istantanee e permettendo a chi viaggia sulle pagine del libro di immedesimarsi in quel protagonista che non prova niente, nemmeno quando la sua donna gli dice che presto diventerà padre.

 

Marilia Piccone
stradanove.net
febbraio 2008

Come reagire al Male?

E’ BREVE, COME TUTTI I ROMANZI PREGNI DI SIGNIFICATO, “L’OFFESA” DELLO scrittore spagnolo Ricardo Menéndez Salmón. Diviso in tre parti come fossero tre atti di una tragedia, “La belva bionda” in cui qualcosa di tremendo accade, seguito dall’intermezzo di “Un’educazione sentimentale” per concludersi con “Questa lacrima contiene un mondo”- la fine attesa per cinque anni che stanno in poco più di un centinaio di pagine.
Ci sono un paio di indizi iniziali a che non sia un semplice romanzo quello che ci accingiamo a leggere, che contenga dei significati più profondi sotto le parole semplici. Il protagonista Kurt Crüwell festeggia il compleanno il primo di settembre e compie 24 anni nel 1939, proprio il giorno in cui l’esercito tedesco invade la Polonia. Kurt sogna di sposarsi e di seguire la tradizione famigliare prendendo le redini di una rinomata sartoria a Bielefeld, e invece riceve il telegramma di chiamata alle armi. Amore e vita tranquilla contro guerra e mobilitazione immediata, lui che di mestiere fa il sarto e adesso indosserà una divisa uguale a tutti gli altri soldati, lui che lavorava per rivestire i corpi e dovrà confrontarsi con la nudità livellatrice della morte.
E, tutto sommato, la guerra non è poi così brutta, dapprima. Ogni tanto sembra quasi una scampagnata. Finché. Finché dei tedeschi della compagnia di Kurt 

rimangono vittime di un attentato dei partigiani francesi e l’Hauptsturmführer Löwitsch ordina una di quelle rappresaglie per cui i tedeschi sono rimasti tristemente famosi: il 2 gennaio 1941 novantun civili vengono arsi vivi nella chiesa di Mieux, in Bretagna.Come reagisce un uomo che sia un uomo, cioè un essere umano, davanti ad un’impresa del genere? In quale maniera può dissociarsi da quanto avviene, da quanto è, in qualche modo, collegato pure a lui che fa parte di quell’esercito? Kurt Crüwell sviene, come a dire che si distacca dal suo corpo che è lì, presente alle fiamme e alle grida e alle morti. Quando torna in sé è afflitto da una strana sindrome: ha perso ogni sensibilità. Il che significa che non prova né dolore né piacere, né freddo, né caldo. Come fosse un morto in vita.
L’unica maniera per coesistere con il ricordo. E allora l’intermezzo- il ricovero di Kurt in un ospedale bretone in riva al mare dove incontra l’infermiera Ermelinde- diventa un’educazione sentimentale lievemente asettica, un tentativo di recupero dell’amore, della musica, della vita.
Resta il terzo atto della tragedia di cui possiamo indovinare la fine, visto che di tragedia si tratta. Dopo che la guerra ha raggiunto nuovamente Kurt, dopo la fuga in Inghilterra, dopo il lavoro trovato (in tempo di pace) in un cimitero ( e dove sennò?)- perché il passato non si cancella mai.
“L’offesa” è un romanzo che si legge di un fiato e su cui si indugia poi a riflettere. E se, come spesso avviene quando un libro si basa su una metafora, il personaggio di Kurt non sembra fatto di carne e di sangue e il lettore stenta a provare simpatia per lui, tuttavia i quesiti che ci vengono posti attraverso di lui ci colpiscono dritti al cuore: hanno ugual peso il Male attivo e il Male passivo? È possibile al singolo opporsi? E qual è la maniera più efficace?

Bruno Arpaia
Il Sole-24 Ore
febbraio 2008

Insensibile Kurt

Kurt Crüwell è un giovane sarto della cittadina tedesca di Bielefeld. All’inizio della Seconda guerra mondiale, viene strappato alla sua vita abitudinaria e arruolato nell’esercito nazista, dove fa perfino un po’ di carriera, grazie alla sua inattesa abilità come autista di sidecar. Ma quando assiste a uno dei tanti spietati massacri di civili nella Francia occupata, il suo corpo reagisce in maniera insolita: cercando di difendersi dall’orrore, perde qualunque sensibilità, fisica ed emotiva, e trasforma Kurt in un caso clinico. Nell’ospedale bretone di Notre Dame de Rocamadour, il dottor Lasalle ed Ermelinde, un’infermiera che poi diventerà la sua compagna, cercano di guarirlo. Nella terza e ultima parte del breve romanzo, siamo ormai nel Dopoguerra: Kurt fa, sotto falso nome, il guardiano di un cimitero a Londra e aspetta un figlio da Ermelinde. Sembra che tutto proceda verso l’happy end

quando un incontro con il passato, imprevisto ma con i segni inconfondibili del destino, fa precipitare la vicenda.
La storia raccontata dall’asturiano Ricardo Menéndez Salmón, pubblicata l’anno scorso in Spagna, ha avuto grande successo. Paragonato a Seta di Baricco, il libro possiede effettivamente tutte le caratteristiche per imporsi all’attenzione del pubblico: breve, intenso, semplice ma centrato su temi profondi e perfino sofisticati come la perdita della sensibilità, con frequenti riferimenti culturali facilmente individuabili (da Conrad a Cortázar, da Kafka a Borges) e la giusta commistione di elementi storici e immaginari. In più, è scritto bene, con una prosa di qualità, in una lingua esatta e piena di possibilità espressive. Pur nella velocità e nella forse eccessiva concisione (che non sempre è la migliore alleata di un romanziere), L’offesa invita a riflettere sugli orrori della guerra, sul Male, sul corpo come frontiera tra noi e il mondo. Un po’ più deboli mi appaiono, invece, sia la superficialità psicologica dei personaggi sia il finale, ambiguo e leggermente artificioso, che dà l’impressione di pescare nelle reminiscenze di tanti film e libri sugli ex nazisti che tramano nell’ombra. E tuttavia, malgrado questa vaporosa ed eterea sensazione di déjà-vu, il libro promette molto e mantiene parecchie delle sue promesse.

 

Angela Bianchini
La Stampa Tuttolibri

febbraio 2008

Il sarto Kurt va alla guerra

Ricardo Menéndez Salmón, giovane filosofo e scrittore asturiano, è riuscito, a quasi settant’anni di distanza, a offrirci un’inedita e singolare interpretazione del dramma della Seconda Guerra Mondiale nel romanzo L’offesa.
La traiettoria del ventiquattrenne sarto tedesco Kurt Crüwell, originario della cittadina di Bielefeld, fidanzato con una ragazza ebrea, richiamato alle armi il primo settembre del 1939, passa attraverso l’invasione della Francia, l’entrata a Parigi, la presenza di un massacro spaventoso compiuto dalle truppe naziste, poi il soggiorno in un ospedale bretone.

Lì, in termini medici, Kurt perde il senso del corpo, non avvertendo neppure più il dolore. Ma, in realtà, l’esperienza oltrepassa il senso fisico. Inoltre, la precisione dei dettagli di un linguaggio estremamente semplice, ma deliberatamente essenziale, dà alla vicenda personale, come a quella generale, il senso terribile di un mondo al di là del nostro, quasi un giudizio extraterrestre che fissi ineluttabilmente e per sempre gli eventi. Infatti, anche dopo la fine della guerra, quando Kurt si trova in Inghilterra, salvato dall’amore di una donna, e sta per diventare padre, fatti e persone, con la stesa matematica precisione, sono pronti a risucchiarlo e a tendergli l’agguato.
A scuotere profondamente la sensibilità del lettore c’è una fatale concatenazione di luoghi, quasi come se il destino fosse pronto a ingoiare non soltanto gli individui, ma anche le date, le coincidenze e il tutto al limite della morte.
L’offesa, anche come titolo, manifesta chiaramente, pur nell’immensa distanza temporale e psicologica che intercorre tra questo stile così scarno e filtrato nel tempo e gli eventi narrati, un giudizio definitivo sul carico di dolore e violenza che incombe sul nostro passato.

 

Grazia Casagrande
wuz.it

febbraio 2008

  

“La memoria non è uno strumento dell’uomo, un docile aiutante, un servo efficiente; si direbbe piuttosto che l’uomo sia un lacchè della sua memoria. Perché l’uomo si indebolisce, si distrae, si deteriora, mentre la sua memoria si mantiene salda, capillare, incorruttibile; e mentre l’uomo sbaglia, si ammala, perde i denti, innalza mura, si nasconde, o divora i suoi simili, lei rimane all’erta, ad assorbire tutto, conservare tutto: a scavare, scavare, scavare.”
Non sono molte le pagine che racchiudono la trama complessa di questo romanzo scritto da uno spagnolo che ha per protagonista un tedesco e che è ambientato in Francia e in Inghilterra.
Quasi in punta di piedi ha inizio la storia che mette in evidenza la normalità dell’esistenza di Kurt, il protagonista: l’amore per il proprio mestiere, quello del sarto, una famiglia che dà calore, una ragazza per cui vale la pena attraversare la città, un futuro solido. Ma con altrettanta puntualità, e fin dalla prima pagina, ecco apparire ciò che è in grado di scompaginare le carte, ignorare quel piccolo mondo e sconvolgerlo. Nel giorno in cui il giovane sarto compie ventiquattro anni, Hitler invade  la Polonia e immediata è la chiamata alle armi. Solo il postino che consegna il telegramma di arruolamento sembra inchinarsi alla solennità del momento che né Kurt, né nessuno della sua famiglia accoglie come un’occasione di gloria, ma come un fastidio che va arginato per impedire che faccia troppi danni.
Kurt è un ragazzo di buon carattere, mite e pieno di abilità: sa suonare l’organo, è un buon lettore, ama la musica, sa essere docile e rispettoso, scoprirà di saper guidare molto bene il sidecar, ma forse non gli è chiara la situazione e l’entusiasmo che lo circonda continua ad essere per lui incomprensibile.
Menéndez Salmón inizia così a preparare l’atmosfera della guerra combattuta, l’arroganza nazista, sentimenti estremi che sembrano tanto lontani dal mondo reale e intellettuale in cui il suo personaggio è cresciuto e che gli fa godere, nella Francia in cui vive in qualità di “invasore”, gli stimoli culturali di quel luogo così ricco di fermenti e occasioni, ben più che la soddisfazione della vittoria militare. Nessun orgoglio predatore, ma molta umiltà e molta curiosità.
È con una sensazione, il freddo, che il lettore si avvicina all’episodio centrale e fondamentale del romanzo: un’atroce rappresaglia, compiuta per vendicare 

 

l’uccisione di alcuni soldati tedeschi. Gli abitanti di un intero paese, donne, vecchi, bambini, sono rinchiusi in una chiesa, intorno alla quale sono accumulati sedie, tavoli e legna di ogni tipo a cui è dato fuoco così da trasformare quel luogo sacro in un enorme falò.
“L’uomo convive con il proprio corpo ma non lo conosce. Almeno non del tutto. Un uomo e il suo corpo sono realtà distinte. Sicuramente è questo che permette di comprendere la radice più profonda del dolore, che altro non è che lo strappo prodotto dall’indifferenza del corpo verso se stesso”: Kurt davanti a quell’orrore sviene e quando riprende i sensi in lui qualcosa è morto per sempre. Il suo corpo rifiuta di avere ogni forma di sensibilità, nessun dolore, nessun tormento, nessun piacere, nessuna sollecitazione, nessuna ebbrezza, nessuno smarrimento: nulla, un’insensibilità mostruosa, malattia del corpo e dell’anima, che nessun ospedale, nessun medico potrà mai curare.
Ricoverato in ospedale, sotto le cure di un medico francese che si appassiona al caso (e al paziente), e accudito da una giovane e tenace infermiera, Kurt riprende a vivere, anche se i suoi superiori sembrano averlo abbandonato del tutto e la sua malattia non dà segni di miglioramento. Ma ecco che l’inesorabile crudeltà della guerra si riaffaccia: i partigiani francesi entrano nell’ospedale e decidono l’eliminazione di tutti i soldati tedeschi ricoverati. È ancora il freddo ad annunciare l’eccidio anche se questa volta Kurt non lo avverte. Il medico riesce a salvare il suo malato prediletto che assiste angosciato alle esecuzioni dei commilitoni: “… Kurt scoprì il rovescio – o, per meglio dire, il prolungamento – dell’orrore patito dieci mesi prima e constatò che la paura e la crudeltà non hanno patria, che si annidano nello stesso modo in tutti i cuori: francesi, tedeschi, russi, americani, giapponesi, spagnoli, cosa importa, è la materia bruta dell’uomo sul piatto della bilancia, la sua corruzione, la sua viltà, la sua arroganza di animale idolatra, non il suo cognome, il suo credo, le sue preferenze culinarie.”
La guerra finisce, Kurt cambia nome e nazione, va a vivere a Londra con la giovane infermiera che ama e da cui è teneramente riamato, trova un lavoro, sembra trovare anche la pace. Ma una sera, quando si prepara a festeggiare la sua prossima paternità, quattro uomini e una donna bionda, che sprigiona intorno a sé orrore e fascino, lo vanno a cercare...
 Due parole in conclusione. Questo è uno di quei libri che non si dimenticano facilmente, che crescono dentro al lettore pagina dopo pagina, che costringono a pensare e che, anche nelle pagine più filosofiche, non impartiscono lezioni ma suggeriscono una riflessione: sull'ambiguità della vita, sulla guerra e la sua disumana crudeltà, sull'inscindibile legame tra il nostro corpo e le nostre emozioni.
Marta Cervino
Marie Claire

febbraio 2008

La vita di Kurt Crüwell, sarto arruolato nelle truppe tedesche nella seconda guerra mondiale, si frantuma il 2 gennaio 1941. Nel rogo in cui vengono uccisi 91 civili, il protagonista perde la sensibilità e diventa incapace di provare qualunque tipo di emozione. Pochissimi dialoghi, molte immagini e una scrittura ipnotizzante per raccontare l’orrore a partire dalla ribellione del corpo.

Roberto Carnero
Letture
ottobre 2008

L’orrore della guerra che paralizza il giusto

Un libro che in Spagna ha suscitato grande clamore, tanto da essere definito il fenomeno letterario del 2007. L’offesa di Ricardo Menéndez Salmón (traduzione di Claudia Tarolo, marcos y marcos, 2008, pagg. 160, euro 13,50) vede come protagonista Kurt, un giovane sarto tedesco che, chiamato alle armi, nel 1939 partecipa all’invasione della Francia. Profondamente turbato dal massacro degli abitanti di un villaggio, l’uomo sviluppa una profonda scissione interiore, che lo porterà a vivere in maniera inerte, anestetizzato e vulnerabile. Finché un altro evento lo cambierà ancora. Intensa ed efficace parabola sul Male e sui suoi terribili effetti sulla coscienza.
Giuliano Aluffi
D la Repubblica delle donne

febbraio 2008

Il secolo di Kurt

Ricardo Menéndez Salmón, giovane ma già celebrato scrittore spagnolo di formazione filosofica, ambienta il suo nuovo romanzo nella bolgia morale della seconda guerra mondiale. Quanto può subire un uomo di normale e sana sensibilità prima di rinchiudersi in un amletico sonno che ponga fine alla doglia del cuore? E, soprattutto, cosa può succedergli al risveglio? Queste le domande che Salmón rivolge al lettore, accompagnandolo con un linguaggio immaginifico dentro la notte eterna del XX secolo, con una incursione finale nel fantastico e senza alcuna possibilità di uscire a riveder le stelle: a nessuno è dato di fuggire da se stesso.

Kurt, il giovane sarto e soldato tedesco protagonista di L’offesa, è un uomo comune preda di forze sconosciute, un eroe kafkiano?
«L’offesa ha un forte connotato simbolico, quindi l’influenza di Kafka è innegabile. Penso, in particolare, a quella parabola della straordinarietà che è la Metamorfosi

all’assurdo discorso finale dei genitori di Gregor Samsa su come accasare la figlia, dopo tutto quello che hanno vissuto. Come convivere con lo straordinario, come sopravvivergli, è anche l’esigenza del mio Kurt. Ma, diversamente dall’eroe kafkiano, che risulta sempre freddo e destabilizzante, credo che Kurt susciti nel lettore un immediato sentimento di empatia. E, entro certi limiti, di identificazione».
Nel libro usa riferimenti a pittori e quadri famosi, come Bosch, Le Déjeuner sur l’herbe di Manet, Les Demoiselles d’Avignon di Picasso: che ruolo ha la visualità nel suo stile narrativo?
«Quello che mi affascina di più nella pittura è il suo carattere narrativo: quando osserviamo un quadro veniamo subito catapultati in mezzo a una storia. Per il mio modo di scrivere, quasi privo di dialoghi e parco di descrizioni, sono fondamentali la forza delle immagini, il potere delle metafore, la capacità del linguaggio di suggerire ed evocare. Credo che oggi lo scrittore, per far fronte alla dittatura dell’immagine, debba creare immagini ancora più forti di quelle che possiamo catturare con i nostri occhi o con le loro protesi tecnologiche».
I lettori, un po’ come il personaggio di Löwitsch nel finale, sono avidi consumatori di emozioni?
«Anch’io lo sono! Da un libro esigo due cose: che mi faccia pensare e che mi emozioni. Ossia che contenga verità e bellezza, per quanto entrambe possano farmi male».

 

Fulvio Panzeri
Avvenire

febbraio 2008

Kurt e le tenebre dei nazi

È il caso letterario in Spagna lo scorso anno e a ragione, perché L’offesa è un romanzo che affonda le radici nella riflessione sul Male e sul libero arbitrio dell’uomo, sulla sua possibilità di abbandonare la ragione per lasciarsi andare alla mancanza di pietà assoluta e compiere atrocità ed eccidi senza la minima esitazione. L’autore Ricardo Menéndez Salmón, nato nel 1971, è riconosciuto come uno dei più importanti scrittori della nuova generazione di oggi. Questo romanzo, nel suo ritornare a rileggere, in modo nuovo e diverso, le atrocità della seconda guerra mondiale, quindi a voler ripercorrere una storia lontana e non vissuta in prima persona, insieme alle Benevole del Jonathan Littel, classe 1967, caso letterario in Francia dello scorso anno, mette in rilievo un diverso impegno attraverso lo strumento della letteratura, un impegno che guarda in modo diverso alla Storia, coinvolgendo le responsabilità profonde del singolo uomo, la radice della propria coscienza naufragata.
Del resto il protagonista di questo romanzo ad un certo punto scopre che «la paura e la crudeltà non hanno patria, che si annidano allo stesso modo in tutti i cuori: francese, tedeschi, russi, americani, giapponesi, spagnoli, cosa importa, è la materia bruta dell’uomo sul piatto della bilancia, la sua corruzione, la sua viltà, la sua arroganza di anima idolatra, non il suo cognome, il suo credo, le sue preferenze culinarie».
E la storia che ci racconta Menéndez Salmón, tradotta egregiamente da Claudia Tarolo, nel restituire una prosa secca e forte che riesce a fondere con estrema

 

 misura la forza emotiva del dettato e la razionalità delle riflessioni sulla natura umana, ha per protagonista un uomo buono, sopraffatto da un mondo in cui non è più possibile essere innocenti. È tedesco, una vita tranquilla per un sarto che vuole mettere su famiglia e suona l’organo in chiesa. Non ha mai capito la guerra e le sue ragioni, l’identità di patria gli è oscura e per rendere meno grigie e disperate le sue giornate, quando viene spedito al seguito della Sesta armata, mette a frutto le sue conoscenze di sarto, rammendando divise e cucendo taschini. Il romanzo ha immagini potenti, proprio perché il tono dimesso ed essenziale del racconto usato da Menéndez ne amplifica la portata. Così quando siamo di fronte all’evento cruciale che farà di Kurt, il protagonista, un uomo che vive, ma sembra morto al mondo non percependone più le sensazioni, il Male ci appare in tutta la sua forza, in quella sequela di spari e di civili che cadono uno ad uno, fino a che il sindaco del paese della Bretagna non si sarebbe deciso a parlare (e non lo farà) cadrà anche lui e un centinaio di civili, donne e bambini compresi, vengono rinchiusi in una chiesa e viene appiccato il fuoco. L’orrore che è costretto a subire con il proprio sguardo e del quale è inconsapevolmente colpevole anche Kurt lo porteranno a non avvertire più le emozioni del proprio corpo, né il freddo, né il caldo, né il dolore.
Kurt, in un paese straniero, verrà abbandonato, non più richiesto in patria, ma altri orrori lo aspetteranno dopo aver preso coscienza della bellezza, che insieme alla musica ha una funzione salvifica in questo romanzo. Altro non si può dire della trama che nel finale avrà altre evoluzioni e metterà in scena anche il tema delle radici, quello strano desiderio, a guerra finita, di tornare a casa propria, in un paese nefasto a cui vorrebbe dire di no per sempre, lo stesso paese «che aveva preteso il suo corpo e poi l’aveva abbandonato al suo destino in terra straniera, lo stesso che gli aveva strappato la gioventù per offrirgli la maturità di un morto vivente».

Giampaolo Rugarli
Giudizio Universale

febbraio 2008

Vita in retrovia

L’autore è Ricardo Menéndez Salmón, classe 1971, spagnolo delle Asturie, laureato in filosofia, che in Spagna ha già pubblicato poesie, racconti, un romanzo e un testo teatrale, ricevendo premi e riconoscimenti. Il libro, che uscirà il 7 febbraio, si intitola L’offesa ed è opera di narrativa: potrebbe spendersi anche la parola “romanzo” ma, nel panorama contemporaneo (quanto meno quello italiano), parrebbe di far torto al racconto di Salmón, racconto che è disancorato da contingenti casi di cronaca più o meno nera, di terrorismo e di criminalità organizzata.
Kurt Crumwell, giovane tedesco nel cui futuro sarebbe la gestione di una sartoria, è travolto dallo scoppio della seconda guerra mondiale, quella dichiarata da Hitler poco meno di settant’anni fa. Chiamato alle armi, avrebbe la fortuna di prestare servizio nelle retrovie, ma purtroppo diventa testimone se non partecipe di una orribile rappresaglia (un centinaio di innocenti, incluso un bambino poliomielitico, vengono ammassati e rinchiusi in una chiesa che poi viene data alle fiamme: il falò di carne umana vuol essere di monito per la guerriglia partigiana). Nella mente o più esattamente nell’anima di Kurt scatta un corto circuito: egli rimuove quanto è accaduto e smarrisce la propria identità. Tronca “i propri rapporti con la realtà”, e si trasferisce in un suo altrove dal quale i medici, specie il dottor Lasalle, si provano a richiamarlo. Ciò nonostante tra Kurt e l’infermiera Ermelinde fiorisce un sentimento che si nutre di accenni, di silenzi: così, mentre una seconda mattanza segnala che la guerra non smette di rotolare implacabile, Kurt reinventa se stesso (lui ed Ermelinde “reinventano il mondo, come succede quando un uomo e una donna si innamorano”). La seconda mattanza è per mano della Resistenza francese, a comprova che crudeltà e orrore abitano dovunque: Kurt salva la vita per intercessione del dottor Lasalle, che verrà fucilato dai tedeschi, e ne assumerà l’identità anagrafica.
Con Ermelinde ripara in Inghilterra, trova lavoro come custode di un cimitero, sta per diventare padre: insomma tutto contribuirebbe a schiudere la strada di una 

 

nuova vita, quando ecco che il passato si ripresenta. Un gruppuscolo di nazisti superstiti chiama Kurt a un confronto: sparisce questo e quel malvagio, possono sparire anche milioni di malvagi, ma il male del mondo rimane e asciuga tutto il resto, come la lacrima che simbolicamente chiude il romanzo. Salmón, al termine della narrazione, avverte: “c’è un solo dio, il caso, e… esiste una sola religione, la casualità, e… qualsiasi altra interpretazione della vita e delle sue circostanze è destinata al fallimento, ma condanna altresì alla più assoluta cecità”.
 è questo. L’offesa è un romanzo di idee, oltre che di sentimenti e risentimenti, il che, con i tempi che corrono, vuol dire che si tratta di un frutto raro, eccezionale. Chiedo scusa se insisto su un tema per me centrale: cinema  e televisione attualmente hanno impoverito e pervertito l’arte del racconto, ormai degradato a sceneggiatura del film che, si spera, seguirà. Proporre un assassinio con belle dosi di sadismo o una violenza sessuale, magari su sfondo di mafia o di camorre, è normale, e la narrativa si appaga di essere propaggine del giornalismo a tinte forti. La ribalta comprende le piccole, miserabili cose di questo mondo, mentre esclude le grandi, magiche cose del mondo che ci portiamo dentro. Ma si scrive per arrivare dove l’occhio della macchina da presa o della telecamera non potrà mai giungere, si scrive per dire ciò che non si vede e non si ascolta se non nel tumulto del cuore.
L’offesa corregge la rotta vigorosamente e magistralmente. La traduttrice Claudia Tarolo (alla quale, insieme con la casa editrice Marcos y Marcos, sono debitore per alcune notizie essenziali in merito al libro e all’autore) ha richiamato la mia attenzione sulla qualità della scrittura di Salmón, paragonandola a una composizione musicale che alterna imprevedibilmente le accensioni dell’allegro e la maestà dell’adagio. È vero. Da parte mia aggiungerei che, talvolta, raramente, affiora qualche compiacimento estetizzante, mentre i personaggi e le scene sembrano provenire da un film di Robert Wiene, segnando una certa contiguità, non so se quanto deliberata, con l’espressionismo tedesco.
L’idea di una cellula nazista che, scampata all’apocalisse, lavora per risuscitare il passato non è nuovissima, e vi ha fatto ricorso il cinema: ma sarebbe fare grave torno a Salmón degradare il suo racconto a banale plot romanzesco, e soprattutto i suoi nazisti al ruolo di marrani, di anime nere nel mezzo di un intrigo. Salmón manda in scena il male, e nell’epilogo del libro corregge la filosofia da lui stesso suggerita: a governare il mondo non sarebbe il caso, ma il Demonio.

Radio Televisione Svizzera - RSI Uno
25 aprile 2008

Un libro che si legge tutto d’un fiato, fatto di immagini forti, lancinati, intense, ben delineate anche se scarne. Una scrittura precisa, fatta di immagini e grandisisma personalità. Il protagonista de L’ offesa Kurt Crüwell festeggia il compleanno il primo di settembre e compie 24 anni nel 1939, il giorno in cui l’esercito tedesco invade la Polonia. Kurt sogna di sposare Rachel , di seguire la tradizione familiare prendendo le redini di una rinomata sartoria a Bielefeld, e invece riceve il telegramma di chiamata alle armi. Amore, vita tranquilla e normalità contro guerra e mobilitazione immediata. Dapprima la guerra non pare poi così brutta: inizialmente avrà qualcosa di cameratesco e alle volte quasi una scampagnata! Finché tra i tedeschi della sua compagnia ci saranno le vittime di un attentato fatto dai partigiani francesi e l’Hauptsturmführer Löwitsch ordina una rappresaglia: il 2 gennaio 1941 novantun civili vengono arsi vivi nella chiesa di Mieux, in Bretagna.

Kurt Crüwell sviene, prende distanza si assenta dal suo corpo che invece è lì, presente alle fiamme, alle grida e alle morti. Quando torna in sé è afflitto da una strana sindrome: ha perso ogni sensibilità: non prova né dolore né piacere, né freddo, né caldo. Vivo e morto contemporaneamente: narcotizzato: e cioè l’unico modo per convivre e sopportare il ricordo. Il ricovero in un ospedale bretone in riva al mare lo porta all’incontro con l’infermiera Ermelinde; da qui un’educazione sentimentale lieve e asettica, un tentativo di recupero di amore, musica, vita. E la domanda centrale del romanzo è come si reagisce o come può reagire un essere umano all’orrore e al dolore? E il male è cruciale nelle sue due componenti: quella terrena, umana, contingente e l’altra, più metafisica, che aleggia sopra gli esseri umani.

 

 


Tema questo che sembra interessargli in quanto collegato al problema della libertà e del libero arbitrio. Solo così capiamo perché Menéndez Salmón si sia dedicato alla letteratura: l’ambito filosofico nel quale si è formato (si è laureato in filosofia all’Università di Oviedo) non lo soddisfaceva, né lo soddisfacevano le risposte scientifiche e filosofiche ai quesiti umani e individuali che la filosofia gli proponeva. La letteratura invece, gli ha sempre permesso, fin da bambino, di dialogare con sé stesso e con gli altri, di farsi e fare domande a cui trovare una risposta. La letteratura, spiega lui stesso, è: il giusto mezzo per porsi domande e per analizzare le situazioni e creare immagini che trasmettano un significato forte e diretto che si impone al lettore senza richiedere ulteriori supporti di analisi. E lo dimostra in questo ottimo libro : L’offesa, libro diviso in tre parti come fossero tre atti di una tragedia, “La belva bionda” in cui qualcosa di tremendo accade, seguito dall’intermezzo di “Un’educazione sentimentale” per concludersi con “Questa lacrima contiene un mondo”- la fine attesa per cinque anni.

Andrea Esposito,
Libreria Minimum Fax, Roma

maggio 2009

Ero indeciso. Avrei potuto scegliere “Una banda di idioti”, la sua parata di personaggi entusiasmanti e sconclusionati. Avrei potuto scegliere lo splendido romanzaccio di Vian, “Sputerò sulle vostre tombe”. Il mio libro preferito poteva essere “La principessa sposa”, “Ho paura torero”, o “I frutti dimenticati”, così intimo. Ma poi mi è tornato in mente “L'offesa” di Salmon. Ed è stato come ritrovare una spilla nascosta nella sabbia. Mi è tornato alla mente per quello che è, un piccolo gioiello perfettamente conchiuso in sé. “L'offesa” è un breve libro che contiene una piccola strana storia, di quest'uomo, Kurt, che assiste con i propri occhi all'Orrore, in un episodio agghiacciante della seconda guerra mondiale, e ne è sconvolto. Talmente sconvolto che il suo corpo reagisce con una drastica e stupefacente perdita di sensibilità. Kurt non sente le cose, né il piacere né il dolore, il suo corpo ha rifiutato il mondo. Da qui si sviluppa una storia semplice ed enigmatica, un amore trovato, il passato che torna... Ma dentro questa storia c'è come un germe l'altra storia, il più autentico racconto de “L'offesa”: la cronaca dell'alterità del corpo, il grido della carne estranea a sé. 

 



E questo corpo che è il perno del libro per certi versi è il libro: le parole che compongono le pagine sembrano avere una carne tutta loro, le frasi paiono avere un peso, tutto nel libro appare profondamente materiale, invischiato con la materia e col corpo. Anche al lettore si chiede di essere un corpo che sente la lettura: ricordo quella particolare gioia che mi ha dato leggere “L'offesa”, in una notte. Una gioia quasi fisica, appunto, una sensazione di strano benessere, come se a chi legge fosse restituita, amplificata, quella sensibilità che è negata a Kurt.
Questo miracolo è dovuto alla scrittura di Salmon, che assomiglia a una fiammante partitura vocale. Sono le parole e le immagini, e il ritmo, che arrivano a parlarti alla pelle, a toccarti sono tutte le parti di questa lingua imbizzarrita. Ciò che avvince, fino all'ultima pagina, è questa scrittura, rutilante, fulgente e visionaria. Le pagine del libro ne seguono il destino: questa scrittura che nasce nella prima pagina, morirà nell'ultima, palpitando viva nel mezzo.

Per questo “L'offesa” è un gioiello.
Così prezioso, lo diresti in qualche modo puro.

 

Scheda del libro

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