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Marco
Belpoliti Capolavoro in sartoria Kurt è un giovane sarto tedesco. Nel 1939 viene chiamato alle armi e arruolato. Partecipa all’invasione della Francia e nel bel mezzo dell’occupazione assiste al massacro degli inermi abitanti di un villaggio compiuta dal suo reparto in seguito all’uccisione di alcuni soldati tedeschi. L’avvenimento lo colpisce a tal punto che nel buono e assennato Kurt corpo e mente si separano di colpo: il corpo non risponde più. Ricoverato in un ospedale diventa un caso clinico per un medico francese. Questo in buona sostanza l’avvio del romanzo di Ricardo Menéndez Salmón, “L’offesa” (Marcos y Marcos, traduzione di Claudia Tarolo, pp. 152, € 13,50). Definirlo romanzo è forse riduttivo, poiché lo
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scrittore spagnolo - nato nel 1971 - ha scritto qualcosa che somiglia a un romanzo, ma è anche un racconto filosofico, una meditazione sulla condizione umana, e anche una fiaba in nero. Si tratta infatti di un racconto che fluisce come una stella filante: scivola via e si srotola come un nastro. Ha una musicalità che la traduzione italiana ha conservato: sentiamo la voce dell’autore raccontare senza sbavature e senza intoppi, a qualche centimetro dal nostro orecchio, eppure da grande distanza. Mentre leggi “L’offesa” hai l’impressione che questa storia sia recitata solo per te. Menéndez Salmón ha le qualità di un narratore popolare, di un favolista. E tuttavia il racconto, con un sorprendente e misterioso finale, è anche un saggio sul dolore e sul corpo. Kurt è una figura luminosa, somiglia a un personaggio di Kafka o di Melville, ne ha il candore e l’imperfetta perfezione. |
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Gianfranco
Franchi Il Novecento e le sue ferite. Stone sosteneva che la prima vittima di ogni guerra fosse l’innocenza, in un suo vecchio film sul Vietnam; Menéndez Salmón racconta, in questo suo allegorico, atroce e toccante romanzo breve, che carnefice e vittima coincidono – la razza umana – e che chi ha assistito a certe atrocità è condannato alla disperazione, al male di vivere, a credere in una maligna predestinazione. Le eccezioni esistono: fanno letteratura. In tutti i sensi. “L’offesa” è un romanzo che dovrà, è un auspicio e una sensazione, essere presto tradotto in un film. Un film che dovrà riuscire nella difficile impresa di risultare umanissimo, universale e incisivo raccontando la vita di un uomo e di diversi popoli europei in poche ore; sintetizzando l’esperienza della guerra, illustrando cosa significhi vivere al fronte e assistere a certe ingiustizie e certe atrocità, raccontando una ferita invincibile – quella di chi rimane in vita e non sente più niente, a un tratto. Menéndez Salmón andrebbe comparato col francese Marc Dugain, col Dugain del formidabile esordio “La chambre des officiers” (1999): là l’antieroe si ritrovava, orribilmente sfigurato, a vivere una vita inevitabilmente diversa, e tuttavia sapeva dimostrare una voglia di (r)esistere, di essere felice a dispetto di tutto, che non poteva che commuovere. Ma era un reduce dalla prima guerra. Il reduce della seconda guerra di Menéndez Salmón cambia identità, cambia nazione, ritrova l’ombra d’un grande amore, e tuttavia è vinto, è sconfitto. L’umanità ha testimoniato il male assoluto. Siamo marchiati a fuoco. Dobbiamo studiare nuove strategie per fronteggiare e sradicare il male. “Ci sono corpi che si chiudono e corpi che si aprono; ci sono corpi che si abbassano e corpi che si alzano; ci sono corpi che domandano e corpi che rispondono. Ma può un corpo distaccarsi dalla realtà? Può un corpo, di fronte all’aggressione del mondo, di fronte alla brutalità del mondo, di fronte all’orrore del mondo, sottrarsi alle proprie funzioni, rifiutarsi di continuare a essere corpo, sospendere le proprie facoltà, rinunciare a essere quel che è (…)? Può un corpo dimenticarsi di sé stesso?” (Menéndez Salmón, “L’offesa”, p. 61). Kurt, ventiquattro anni il primo settembre 1939: il giorno in cui Hitler invade Danzica. Il giorno in cui comincia la Seconda Guerra Mondiale. Neanche ventiquattr’ore e arriva la chiamata al fronte. Lui è un sarto, non è tesserato per il partito, non discende da famiglia aristocratica. Il padre lo avverte: niente eroismo. Non farsi notare da chi comanda. Restare al proprio posto.
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Si ritrova numero, al fronte. Consolato dal pensiero della sua Rachel, a casa. Deviato da carte, prostitute e alcol, nel tempo libero. Passano anni. Lentamente, lavorando come sarto negli intervalli, per rammendare le divise dei commilitoni, dimentica di tutto – della famiglia, forse della sua essenza – e passa da Montmartre all’Alvernia, infine a Nantes. Per ritrovare l’azione, per combattere in prima linea. Ma in prima linea assiste a una rappresaglia nei confronti del popolo ribelle, a una decimazione classica e atroce. Rimane sconvolto dal rigore algido e disumano di chi massacra cittadini inermi, incolpevoli. E smette di capire il tedesco. Cosa fosse essere tedesco. “Kurt pensò a Erik Satie, a Pablo Picasso, a Jules Verne, alla parola FRANCE cancellata dai carri armati, ai vulcani dell’Alvernia, a Rachel, alle raccomandazioni del padre davanti al suo boccale di birra renana. Non si dava pace; non si dava ragione; provava soltanto un freddo atroce, dalla punta dei capelli alla pianta dei piedi, che lo trafiggeva come una picca un condannato” (p. 57). E il suo corpo, da quel giorno, perde la sensibilità. Perde ogni sensibilità. Ricoverato e sottoposto a esami e cure, distaccato in toto dalla realtà com’era, rimane un enigma per i dottori. Scrive a casa, senza spiegare l’accaduto. Scopre che la sua Rachel è stata deportata. La sua sofferenza è ormai sovrumana. Ma non riesce a sfogarla fisicamente: non sente più il corpo. Proprio mentre sembra si stia avvicinando la guarigione, complice un nuovo, platonico amore per un’infermiera, assiste a una nuova esecuzione; stavolta, non c’è un ufficiale amico a comandarla, ma l’apparente indifferenza del medico che lascia che i pazienti tedeschi, a eccezione di Kurt, vengano portati in un campo di calcio e fucilati. Kurt vivrà una vita altra, da quel momento in avanti. Con un’identità diversa… fermiamoci qui. Menéndez Salmón è una delle felici sorprese della nuova stagione editoriale di Marcos Y Marcos, storico protagonista dell’editoria di progetto milanese. Confidiamo possano proporci, negli anni a venire, tutto il catalogo dello scrittore di Gijon. È cinematografico e paradigmatico; giovane ed europeo. Puro Zeitgeist. Splendida scelta.
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I. Borghese Terranullius.it marzo 2008 Un romanzo che non si fa attendere L’offesa di Ricardo Menéndez Salmòn. Pagine che incupiscono, intrappolano, commuovono, lasciano pensieri e umori conseguenti a una lettura che incanta quando non fa riflettere, che suscita quesiti quando racconta cambiamenti intimi dovuti a eventi storici. Fa da scenografia l’imminente scoppio della seconda guerra mondiale, lì dove il testo non vuole essere un romanzo storico assolutamente, piuttosto la guerra sembrerebbe un espediente e un contorno significativo per perdersi e conoscere le vicende esistenziali, i cambiamenti intimi e fisici del protagonista.
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Il fisico di Kurt difatti a quegli orrori sa solo reagire con il silenzio. E l’isolamento si presenta dunque come bisogno inconscio di proteggersi e di porre una barriera tra se stesso e una guerra dannatamente atroce e crudele e i sentimenti che altrimenti non saprebbe governare. Finisce in una clinica Kurt e nessuno riesce a comprendere il suo silenzio, la sua freddezza, i sentimenti che sembrano avere dato un addio definitivo alla vita del protagonista. Ma tutto questo fa di Kurt un personaggio tremendamente umano, di una sensibilità forse rara. Il corpo di Kurt che reagisce solo con questo silenzio brutale, che stride e diventa uno strumento per palesare la sua condizione di disagio e disadattamento alle brutture della seconda guerra mondiale. La guerra che Kurt ha vissuto come protagonista del tempo e come spettatore anche e che in modo probabile, tra le pagine, esiste come spettatore rendendosi inconsciamente asettico e privo di sentimenti. Ed è in questa privazione che emerge il peso della sua sofferenza e disadattamento alla vita. Ed è anche da questa privazione che col tempo, come fosse una riabilitazione all’esistenza stessa Kurt si concederà di nuovo l’amore, quello di Ermelinda, l’infermiera della clinica dove è ricoverato. La lettura del romanzo è andata nel tempo che mi ha accompagnato per circa due ore e quando poi ho spento l’abatjour del comodino ho sentito la freddezza che ha preso possesso della vita di Kurt e ho scoperto così un personaggio terribilmente vero in ogni sfaccettatura e quando l’ho letto amare, non amare, e riamare ancora per il contesto e le vicende in cui l’autore ce lo presenta. Con un finale da scoprire, intrecciato, e un passato dimenticato che saprà riaffacciarsi e con altri cambiamenti ancora. Una lettura che scorre, un linguaggio delicato, attento come le citazioni che Menendéz ci regala, un’armonia con il ritmo narrativo, le vicende raccontate e la delicatezza della narrazione che resta una caratteristica peculiare del romanzo. Una storia che incanta e commuove. Non a caso L'Offesa in Spagna è stato un caso letterario la scorsa stagione. |
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g.d.s. Kurt, il sarto-soldato di Menéndez Salmón «Kurt abbandonò il modesto appartamento senza voltarsi indietro, sistemandosi i capelli con la mano destra, la stessa che impiegava per puntare spilli, svolgere la linea melodica dei corali per organo e accarezzare il seno di Rachel. Ad averlo saputo, che era l’ultima volta che vedeva la dattilografa viva, forse Kurt si sarebbe girato a guardarla dal portone. Perché Rachel Pinkus stava per essere divorata dall’orrido mostro della storia. Era ebrea». Fin dalle prime pagine del suo romanzo L’offesa,
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Ricardo Menéndez Salmón traccia, con un linguaggio lieve e profondo, il senso di una storia dolorosa.Mentre Kurt Crüwell si prepara a fare il sarto, a sposare la sua Rachel, a suonare l’organo in chiesa, «un suo compatriota di nome Hitler ordinava al suo esercito di penetrare nel corridoio di Danzica». Salmón accompagna, con una narrazione che ha un andamento musicale, un uomo semplice come Kurt lungo le strade terribili della seconda guerra mondiale. Soldato della Sesta armata, per non soccombere all’esaltazione guerresca, Kurt accetta di rammendare le divise, cuce taschini e contempla le bellezze di Parigi. L’orrore arriva una fredda mattina d’inverno: per ordine del suo capitano, novantuno civili francesi bruciano vivi in una chiesa. Il giovane sarto ne viene travolto, si estranea dal mondo, perde ogni sensibilità per quello che gli accade intorno. |
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Carlo
Argiolas
Perché non possiamo dirci innocenti Sangue, ferocia,
indifferenza, perdita del dolore. Parrebbe di essere capitati dentro la
pellicola dei fratelli Coen Non è un
paese per vecchi, siamo tra le
pagine del nuovo libro di Ricardo Menendéz Salmón, L’offesa, presentato venerdì a Cagliari, Palazzo Regio, in un
faccia a faccia con Alessandra Menesini, per la rassegna Leggendo
metropolitano della Prohairesis. Ambientato nel periodo della seconda guerra
mondiale, il racconto ci rende spettatori della storia di un giovane sarto
tedesco, Kurt Crüwell, amante della musica, fidanzato con Rachel, che
d’un tratto si trova risucchiato nel tunnel delle barbarie generate da un
conflitto che non comprende. Testimone di un massacro compiuto dai compagni
d’armi, non reggerà alla vista di tanto orrore e perderà i sensi. Una
volta rinvenuto per lui tutto sarà diverso: il corpo, la mente, il cuore,
si allontaneranno dal mondo fuggendo chissà dove. Solo le cure di Ermelinde
riusciranno a fargli ritrovare l’amore per la vita. |
Salmón sembra prima di tutto chiedersi: è completamente innocente il sarto-soldato Kurt? Può ritenersi incolpevole colui che, pur non partecipando attivamente a un crimine, non fa niente per impedirlo? L’immobilità può costituire una “giusta” risposta? «La prima cosa che ho cercato di fare è scappare dai luoghi comuni presenti in altri lavori sulla seconda guerra mondiale», dichiara lo scrittore asturiano, che ieri mattina nella Libreria Piazza Repubblica si è sottoposto al “fuoco incrociato” di domande rivolte dai lettori. «Proprio per questo ho voluto che il protagonista fosse un soldato tedesco. L’orrore per la guerra doveva essere visto con gli occhi di chi ha rappresentato il male. L’idea principale su cui si basa L’offesa è che anche tra i boia ci sono vittime: Kurt è una di queste». Ma come è nata l’idea di scegliere un sarto come protagonista? «Nessuno penserebbe mai di associare un sarto alla malvagità. La visione che Kurt ha della guerra è singolare, perché in realtà da essa non prova disturbo, non la conosce. Nella sua vita non c’è posto per l’orrore. Volevo che questo sarto fosse una metafora, una risposta al terrore causato dalla guerra. Il modo più radicale che un uomo ha di dimostrare il rifiuto verso qualcosa che non condivide, è quello di rompere tutti i vincoli con il mondo, perdendo la sensibilità e l’attenzione per ciò che lo circonda». Innocenza e colpa come binari che possono incrociarsi nel destino di ogni persona. «Fin dall’inizio del romanzo, Kurt appare un personaggio tragico: va in guerra avvolto dall’innocenza, ma restare innocenti in un mondo dove la legge che regna è quella della guerra, non è possibile».
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Alessandro
Beretta Arriva dalla Spagna il bestseller “L’offesa”, storia di un ragazzo traumatizzato dalla violenza Menendèz Salmón: <<Contro tanto male, l’unica consolazione è la bellezza>> La
storia di Kurt Crüwell raccontata ne “L’offesa” (Marcos y Marcos),
dove un giovane sarto tedesco si
trova sbalestrato nella Seconda Guerra Mondiale, ha il fascino di un piccolo
classico contemporaneo. Il ritmo veloce, alternato a improvvise riflessioni
filosofiche rendono il lettore partecipe non solo del trauma di Kurt –
aver visto bruciare in una chiesa oltre novanta vittime innocenti – ma
della sua incredibile reazione: perdere la sensibilità. Un cuore bloccato
nei sentimenti, tanto che chi lo cura |
lo chiamerà
“La Metafora” per il fatto di non poterli esprimere, cui toccherà
vivere avventure ora illuminate da un amore per l’infermiera Ermelinde ora
all’ombra del suo involontario passato nazista. Un libro che è un apologo
dell’uomo di fronte alla violenza e che potrebbe sembrare d’epoca,
mentre è stato scritto nel 2006 dallo spagnolo Ricardo Menéndez Salmón
che tra oggi e domani sarà a Milano per spiegare l’idea di <<un
mostro quasi morale, che aveva stabilito tra la propria sensibilità e il
mondo una relazionedi non corrispondenza>>.Come mai ha scelto per il
romanzo un’epoca abbastanza sovresposta come la Seconda Guerra Mondiale?
<<La guerra è il miglior scenario per indagare sulla condizione umana
e si impone come luogo privilegiato
per una riflessione a proposito di chi siamo e dove stiamo andando>>,
racconta l’autore nato nel 1971 nelle Asturie. Il testo è anche pieno di citazioni e cose amate da Kurt, un esercizio postmoderno utile per riflettere, ma qual è il ruolo dell’arte di fronte al dolore? <<Ho una tentazione costante a inserire nelle mie opere in opposizione al mare la possibilità della bellezza non intesa come salvezza redenzione o espiazione, ma come consolazione e come asilo>>. |
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Leonardo Merlini apcom marzo 2008 Milano, 12 mar. (Apcom) - Un romanzo che si
legge tutto d'un fiato, scritto con una prosa ricca e vitale senza perdere
di linearità, e che tocca gli arcani della vita umana (l'amore, la guerra,
la violenza), e traccia una sorta di nuova versione dell'uomo in rivolta, 56
anni dopo il celeberrimo saggio di Camus. "L'offesa", ultimo libro
dello scrittore asturiano Ricardo Menéndez Salmòn, è un viaggio tenero e
allucinato attraverso la Seconda Guerra mondiale, vista con gli occhi di un
giovane tedesco, il sarto Kurt Crüwell, che si ritrova suo malgrado
coinvolto nell'orrore del conflitto e reagisce al raccapriccio semplicemente
perdendo la sensibilità. Una conseguenza clinica, una patologia, ma anche
l'estrema forma di difesa - e di opposizione - di fronte a una violenza che
l'umanità di Kurt gli impedisce di tollerare. Ci sarà poi una nemesi
finale - storica e forse anche morale - ma la forza del personaggio del
sarto, capace anche di straordinaria leggerezza, risiede in larga misura
nella radicalità del suo rifiuto.
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Salmòn si muove con grazia e misura nei drammi della storia e, forte di
una immaginazione creatrice non comune (che rimanda al realismo magico della
tradizione latinoamericana) arriva a momenti di lucidità esistenziale
estrema: "Più avanti [Kurt] avrebbe capito - leggiamo all'inizio del
VII capitolo della prima parte del romanzo - che l'uomo è l'unico animale
che ha bisogno di ottundersi per farsi coraggio, e che alle porte stesse
dell'inferno non stona la figura di un giovane che balla il foxtrot mentre
calano le falci e un plotone di ratti famelici, con le code lunghe e gli
occhi gialli, affila i denti nella tibia di un cavallo morto". La
lezione di Hieronymus Bosch, il pittore visionario fiammingo che ha dipinto
insuperabili scenari di follia, è stata pienamente compresa, e trasformata
in letteratura.
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Gianni
Biondillo Cooperazione marzo 2008 Il destino di Kurt “L’offesa”, di Ricardo Menéndez Salmón: le vicissitudini di un sarto tedesco durante il nazismo. Ci sono libri che ti capitano per caso fra le mani. Nel mare magnum di quello che si pubblica ogni volta fai una scommessa. Non è detto che la vinci, ma quando accade è sempre un piacere particolare. Così mi è accaduto con L’offesa, di Ricardo Menéndez Salmón. Del quale nulla sapevo, ma che di certo ora cercherò di seguire ogni volta che verrà tradotto. Perché credo che questa sia la prima volta che lo si legga in italiano e lo dobbiamo ad un editore che raramente sbaglia le sue scelte. Piccola
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chiosa: dobbiamo a Marcos y Marcos autori
straordinari, colpevolmente dimenticati dalle grandi case editrici, o
recuperati in pompa magna, vedi il caso di John Fante, ora nella scuderia
Einaudi. L’offesa è un breve romanzo che parla di Kurt Crüwell, giovane
sarto tedesco che suo malgrado – altri erano i suoi propositi nella vita
– si trova coinvolto nell’epocale evento della guerra nazista. Il libro
è diviso in tre quadri, dove si racconta del destino di Kurt: dalla sua
Germania alla Francia occupata, fino alla fuga in Inghilterra. Destino
crudele che depriverà dei sensi il corpo del protagonista facendogli vivere
una esistenza di pura e irrimediabile apatia. Non voglio dire di più. Voglio solo aggiungere che chiuso il romanzo m’è restato addosso per giorni. Sarà per il finale onirico; sarà per la scrittura dolcemente ipotattica, da inizio Novecento; sarà per il tema in fondo desueto, se si considera la giovane età del narratore. Sarà per tutto ciò. O forse, più semplicemente, sarà perché è un bel libro. |
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Christian
Frascella christianfrascella.wordpress.com marzo 2008
UN CAPOLAVORO (E IO NON LO DICO MAI) Kurt è un giovane sarto, con la sua vita
dignitosa nella Germania di Hitler prima del blitzkrieg. Ama, riamato,
Rachel, ragazza ebrea. Suona l’organo in chiesa. Non ha grilli per la
testa, è un individuo semplice in un mondo complicato. Meriterebbe
l’esistenza piccola, ordinaria e leggera che si è scelto, poi però
Hitler invade la Polonia e Kurt viene chiamato alle armi e alla Storia. |
In realtà, nel paesino di Mieux, il capitano, dopo l’uccisione di alcuni soldati della Wehrmacht ad opera di partigiani francesi, insanguinando la piazza per ritorsione, rivela la vera natura di sé, della guerra e del nazismo. Il semplice, ingenuo Kurt crolla di fronte all’orrore, sviene e scompare dalla Storia per ricomparire nella storia minore, la sua propria, in un ospedale psichiatrico di Parigi. La morte e la carneficina di Mieux gli sono rimasti negli occhi, non parla, è come paralizzato. Poi arriva l’amore. Ci si attenderebbe un happy end, ma l’appuntamento con un nuovo orrore è solo rimandato negli anni… Questa è parte della trama de ‘L’offesa’ di Ricardo Menéndes Salmón, edito in Italia da quei fenomeni di Marcos y Marcos, romanzo spagnolo pubblicato in patria solo l’anno scorso e già da annoverare tra i più grandi libri della nostra epoca. Il giogo apparentemente leggero e però preciso, chirurgico delle frasi di Salmón (splendidamente tradotte da Claudia Tarolo), il sottilissimo lavoro di sottrazione degli elementi storici e di intonata amplificazione di quelli umani, l’originalità del passo narrativo all’interno di un tragitto già abbondantemente abusato da centinaia di scrittori, una parte finale lirica e impietosa dosata nel ritmo e elettrificata da una chiusa annichilente, fanno di questo romanzo un autentico capolavoro. Sarebbe magnifico veder la gente far la coda alle casse per accaparrarsi un piccolo gioiello di Letteratura contemporanea.
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Giammarco
Raponi booksblog.it marzo 2008 «Come reagisce il corpo dell’uomo in
presenza dell’orrore?». È l’interrogativo a cui risponde lo splendido
libro L’offesa
(Marcos y Marcos, 2008) di Ricardo Menéndez Salmón, che in Spagna ha avuto
un successo straordinario diventando un vero e proprio caso letterario.
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È il 2 gennaio del 1941 la data in cui le
cose cambiano. Mentre l’intero accampamento sonnecchia, un cavallo galoppa
veloce verso di loro, ma in groppa c’è un uomo morto e decapitato, per di
più dal morso del cavallo pende un cartello con la scritta MERDE. A quel
punto il capitano Löwitsch ordina a una ventina di soldati di mobilitarsi,
e naturalmente Kurt dovrà accompagnarlo con il sidecar. Destinazione Mieux. Mieux è poco più di un paesino, una piazza, una chiesa, case. A Kurt la vita militare comincia a non apparire più tanto noiosa. Il capitano ordina il rastrellamento. Novantuno persone vengono radunate: donne vecchi e bambini. Nessuna distinzione. La lezione dev’essere dura, esemplare. Ma nessuno di loro parla, nessuno sembra sapere nulla dell’uomo decapitato e del cartello. E viene il dubbio che, forse, nessuno lo sappia sul serio. L’ultimo a entrare nella chiesa è «un bambino poliomielitico, che si aiutava con una stampella rudimentale». Attorno all’edificio vengono accatastate sedie, tavolini, scope. L’ordine del capitano Löwitsch di appiccare il fuoco, arriva con un grido lancinante. Prima di svenire, Kurt fa giusto in tempo a vedere un soldato che scatta fotografie, mentre un altro apre un cavalletto su cui sistema una grossa macchina da presa, è una Paillard da sedici millimetri. La trama ovviamente non finisce qui, pur nella sua brevità, si snoda nella seconda e nella terza parte del libro: il ricovero in ospedale di Kurt, la malattia mentale in cui versa causata dall’orrore dell’eccidio – che è anche la risposta all’interrogativo di fondo -, l’incontro con il dottor Lasalle e con Ermelinde l’infermiera, e infine la fuga in Inghilterra dove, la guerra è ormai finita, si consumerà il finale vero e proprio. Una storia che induce alla riflessione sulla guerra, gli orrori e le assurdità che provoca. Una storia raccontata con una prosa elegante e tagliente, senza sbavature, che si legge dunque d’un fiato. Merito anche della traduzione di Claudia Tarolo, se con un linguaggio esatto e così appropriato questo scrittore ci dà la risposata all’interrogativo iniziale: di fronte all’orrore, il nostro corpo reagisce con la perdita della sensibilità. |
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Stefania
Vitulli
Come in una tragedia greca, ma è storia
Il
romanzo è smilzo, ma penetrante. L’autore, classe 1971, schivo ma deciso,
in Spagna si è meritato l’ambita etichetta di “fenomeno letterario del
2007”. Si è ispirato a una storia vera? «A certi film, come E Johnny prese il fucile, a certi libri: Il re degli Ontani di Michel Tournier, Il grande viaggio di Jorge Semprún; e a un viaggio che ho fatto in Polonia nel 2003. Ma l’origine del romanzo è un’immagine ben precisa: un uomo davanti a una casa in fiamme. Volevo dotare questa immagine potente di un prima e di un dopo.»
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Il suo protagonista vive almeno quattro vite diverse in poche pagine. «Reinventare se stessi è un’idea che mi ossessiona non solo come narratore, ma anche come essere umano. Mi affascina la possibilità di essere un altro, il fatto che una semplice azione o omissione ci consenta di penetrare in una vita o di abbandonarla per sempre». Finché il destino non presenta il conto. «È il destino a governare il mondo, qualcosa di simile al “nomen omen” del detto latino. Non importa il nome che vogliamo dare a questa forza – caso, fatalità – però credo e spero che L’offesa rispecchi lo spirito della tragedia greca: è la storia di un eroe che, in un modo o nell’altro, finirà per incappare nel suo destino di innocente in un mondo dove l’innocenza ha perso di significato». Amore, fede, ideali non possono dunque vincere il male? «Credo che si debba vivere “come se” fosse possibile, però mi pare che il male, storicamente, si sia potuto dominare soltanto con la violenza.» Nel libro, Ermelinde riporta Kurt alla vita. Forse le donne possono fare qualcosa? «Ancora oggi, si tende a trasmettere alle donne valori come la rassegnazione, la dedizione incondizionata, l’amore senza riserve. Forse in questo senso possiamo pensare alla donna come depositaria di valori come la pace, la concordia o il sacrificio, valori che, sulla carta, in teoria, possono contrastare il dolore. Ma non credo che questi valori possano produrre un effetto tangibile sul mondo reale, che è brutale per definizione».
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Flair L’offesa è la storia di un sarto riflessivo, delicato (ma etero), costretto alla guerra da Hitler. Ce la farà. Grazie anche al tifo di chi legge.
L’incipit: «Benché
per tradizione familiare, ed espresso desiderio di suo padre, Kurt Crüwell
avrebbe dovuto prendere in mano una rinomata sartoria, il 1o settembre
1939 un evento atteso, ma non per questo meno traumatico, rimpiazzò i suoi
sogni beati di proprietario...».
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Perché leggerlo: un uso felice degli
aggettivi (chissà se studiato o spontaneo) trasforma, senza mai un intoppo,
il linguaggio in immagini. Il lettore si sente trascinato in un film dalla
trama compatta che gli fa dimenticare di essere impegnato in una lettura.
Non male, per un romanzo. Una sola riserva: sembra ormai che le nostre librerie siano riempite di due soli temi: la guerra e gli orientalismi. Le benevole, La moglie di Joza, Le ragazze di Riad, La città delle rose, Persepolis, L’albero dei giannizzeri, sono alcuni titoli che spiccano dagli scaffali. oggi si aggiunge L’offesa. Anche se qui la guerra serve solo da quinta per parlare d’amore. |
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Alfredo Ronci paradisodegliorchi.com febbraio 2008
Qualche anno fa (per la precisione nel 1998) Einaudi ristampò un prezioso
volume di William Sheridan Allen, professore universitario nel Missouri, Come
si diventa nazisti, in cui l’autore, studiando la storia di una
piccola città della Germania, Thalburg (in realtà Nordheim) durante gli
anni della Repubblica di Weimar e i primi anni del Terzo Reich, cercava di
comprendere i meccanismi che avevano portato la popolazione ad assecondare
le follie naziste. E le conclusioni erano altresì amare: che non è vero
che le condizioni storiche differenti (tra cui un livello più alto di
sviluppo e di istruzione) impediscano un rigurgito antidemocratico e
dittatoriale, perché quando una comunità politica procede a piccoli passi
verso l’abisso, nessuno è in grado di prevedere quale forma concreta il
disastro prenderà, né in quale punto esso esattamente verrà a collocarsi. |
nella battaglia nazista contro la Francia, assisterà,
per ordine di un suo superiore, all’eccidio di novantuno civili francesi,
bruciati vivi in una chiesa. E qui il suo corpo e la sua mente cedono. Sarà
ricoverato in un ospedale dove conoscerà Ermelinde, un’infermiera che
dopo anni sposerà. L’intreccio del romanzo non è originale, la stessa Marcos y Marcos un paio di anni fa pubblicò Il nazista e il barbiere di Edgar Hilsenrath (trattato anche dal Paradiso e lo trovate nel nostro archivio) dove un nazista coinvolto nell’eccidio degli ebrei, alla fine della guerra si fa passare per ebreo e finisce in Palestina a combattere a fianco del movimento sionista. Nel romanzo di Salmon il versipellismo del protagonista può essere visto in un’altra chiave: non un vero capovolgimento di fronte ideologico, ma una vera e propria “frattura” mnemonica che gli impedisce di fare i conti fino alla fine col proprio passato. Passato che all’improvviso si riaffaccerà dopo molti anni con la visita di quattro persone che lo faranno sprofondare di nuovo nel terrore e nel ricordo cancellato di una strage inutile. Romanzi come questo inducono ad una riflessione che cozza contro il buon senso, ma che ripropongono per l’ennesima volta il quesito alla base di ogni considerazione storica: quanto del libero arbitrio sopravvive quando una forza concentrazionista supera barriere ideologiche e mentali e pervade l’intero sistema cognitivo? Si può resistere al male quando il male è ovunque? Si può disobbedire ad un ordine, quando quell’ordine proviene da un’autorità pervasiva che può disporre della nostra esistenza in qualsiasi momento? La banalità del male, come ci ha insegnato la Harendt seguendo il processo a Eichmann, sta proprio nell’accettazione prona di ogni singulto reazionario. Insegnare una difesa migliore è obbligo delle democrazie.
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Mariangela
Di Stefano tifeoweb.it febbraio 2008 Kurt Crüwell è un tedesco che alla
vigilia della seconda guerra mondiale ha 24 anni. La sua vita scorre come
quella di tanti coetanei fino a quando, il primo settembre del 1939, viene
chiamato alle armi per prendere parte al conflitto del secolo. Fino a quel
giorno le mani di Kurt hanno accarezzato solo la pelle della sua
fidanzata. Sono mani delicate che hanno cucito con cura decine e decine di
abiti, perché Kurt non ha mai imbracciato un'arma, fa il mestiere del
sarto. Non è preparato a quello che lo aspetta, pensa di essere in
procinto di vivere un'avventura come tante altre che non potrà
sconvolgergli la vita più di tanto. Non sa quanto si sbaglia. |
come una delle nuove offerte editoriali per
questo 2008. La Marcos y Marcos ha avuto il merito di fare conoscere anche
ai lettori italiani un testo che nel suo paese d'origine ha fatto scalpore
proprio per il modo in cui lo scrittore ha trattato il tema del Male. Kurt ci mette poco a capire che la guerra è dolorosa e porta con se delle azioni terribili, che il suo cuore non può accettare, tanto che ad un tratto in lui avviene una metamorfosi che lo rende completamente privo di riuscire a provare qualunque sentimento. Il corpo di Kurt ad un tratto non è più sensibile a niente, è isolato dagli stimoli esterni e i medici non hanno idea di quale possa essere la cura. E' il linguaggio semplice ed essenziale di Ricardo Menéndez Salmón a trascinare il lettore nell'involuzione del suo protagonista, fotografando le brutture della seconda guerra mondiale trattandole come delle istantanee e permettendo a chi viaggia sulle pagine del libro di immedesimarsi in quel protagonista che non prova niente, nemmeno quando la sua donna gli dice che presto diventerà padre.
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Marilia
Piccone stradanove.net febbraio 2008 Come reagire al Male? E’ BREVE, COME TUTTI I ROMANZI
PREGNI DI SIGNIFICATO, “L’OFFESA” DELLO scrittore spagnolo
Ricardo Menéndez Salmón. Diviso in tre parti come fossero tre atti di
una tragedia, “La belva bionda” in cui qualcosa di tremendo accade,
seguito dall’intermezzo di “Un’educazione sentimentale” per
concludersi con “Questa lacrima contiene un mondo”- la fine attesa per
cinque anni che stanno in poco più di un centinaio di pagine. |
rimangono vittime di un
attentato dei partigiani francesi e l’Hauptsturmführer Löwitsch ordina
una di quelle rappresaglie per cui i tedeschi sono rimasti tristemente
famosi: il 2 gennaio 1941 novantun civili vengono arsi vivi nella chiesa di
Mieux, in Bretagna.Come reagisce un uomo che sia un uomo, cioè un essere
umano, davanti ad un’impresa del genere? In quale maniera può dissociarsi
da quanto avviene, da quanto è, in qualche modo, collegato pure a lui che
fa parte di quell’esercito? Kurt Crüwell sviene, come a dire che si
distacca dal suo corpo che è lì, presente alle fiamme e alle grida e alle
morti. Quando torna in sé è afflitto da una strana sindrome: ha perso ogni
sensibilità. Il che significa che non prova né dolore né piacere, né
freddo, né caldo. Come fosse un morto in vita. |
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Bruno
Arpaia Il Sole-24 Ore febbraio 2008 Insensibile Kurt Kurt Crüwell è un giovane sarto della cittadina tedesca di Bielefeld. All’inizio della Seconda guerra mondiale, viene strappato alla sua vita abitudinaria e arruolato nell’esercito nazista, dove fa perfino un po’ di carriera, grazie alla sua inattesa abilità come autista di sidecar. Ma quando assiste a uno dei tanti spietati massacri di civili nella Francia occupata, il suo corpo reagisce in maniera insolita: cercando di difendersi dall’orrore, perde qualunque sensibilità, fisica ed emotiva, e trasforma Kurt in un caso clinico. Nell’ospedale bretone di Notre Dame de Rocamadour, il dottor Lasalle ed Ermelinde, un’infermiera che poi diventerà la sua compagna, cercano di guarirlo. Nella terza e ultima parte del breve romanzo, siamo ormai nel Dopoguerra: Kurt fa, sotto falso nome, il guardiano di un cimitero a Londra e aspetta un figlio da Ermelinde. Sembra che tutto proceda verso l’happy end, |
quando un incontro con il passato, imprevisto
ma con i segni inconfondibili del destino, fa precipitare la vicenda. La storia raccontata dall’asturiano Ricardo Menéndez Salmón, pubblicata l’anno scorso in Spagna, ha avuto grande successo. Paragonato a Seta di Baricco, il libro possiede effettivamente tutte le caratteristiche per imporsi all’attenzione del pubblico: breve, intenso, semplice ma centrato su temi profondi e perfino sofisticati come la perdita della sensibilità, con frequenti riferimenti culturali facilmente individuabili (da Conrad a Cortázar, da Kafka a Borges) e la giusta commistione di elementi storici e immaginari. In più, è scritto bene, con una prosa di qualità, in una lingua esatta e piena di possibilità espressive. Pur nella velocità e nella forse eccessiva concisione (che non sempre è la migliore alleata di un romanziere), L’offesa invita a riflettere sugli orrori della guerra, sul Male, sul corpo come frontiera tra noi e il mondo. Un po’ più deboli mi appaiono, invece, sia la superficialità psicologica dei personaggi sia il finale, ambiguo e leggermente artificioso, che dà l’impressione di pescare nelle reminiscenze di tanti film e libri sugli ex nazisti che tramano nell’ombra. E tuttavia, malgrado questa vaporosa ed eterea sensazione di déjà-vu, il libro promette molto e mantiene parecchie delle sue promesse.
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Angela
Bianchini La Stampa Tuttolibri febbraio 2008 Il sarto Kurt va alla guerra Ricardo Menéndez Salmón, giovane
filosofo e scrittore asturiano, è riuscito, a quasi settant’anni di
distanza, a offrirci un’inedita e singolare interpretazione del dramma
della Seconda Guerra Mondiale nel romanzo L’offesa. |
Lì, in termini medici, Kurt perde il senso
del corpo, non avvertendo neppure più il dolore. Ma, in realtà,
l’esperienza oltrepassa il senso fisico. Inoltre, la precisione dei
dettagli di un linguaggio estremamente semplice, ma deliberatamente
essenziale, dà alla vicenda personale, come a quella generale, il senso
terribile di un mondo al di là del nostro, quasi un giudizio extraterrestre
che fissi ineluttabilmente e per sempre gli eventi. Infatti, anche dopo la
fine della guerra, quando Kurt si trova in Inghilterra, salvato dall’amore
di una donna, e sta per diventare padre, fatti e persone, con la stesa
matematica precisione, sono pronti a risucchiarlo e a tendergli l’agguato. A scuotere profondamente la sensibilità del lettore c’è una fatale concatenazione di luoghi, quasi come se il destino fosse pronto a ingoiare non soltanto gli individui, ma anche le date, le coincidenze e il tutto al limite della morte. L’offesa, anche come titolo, manifesta chiaramente, pur nell’immensa distanza temporale e psicologica che intercorre tra questo stile così scarno e filtrato nel tempo e gli eventi narrati, un giudizio definitivo sul carico di dolore e violenza che incombe sul nostro passato.
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Grazia
Casagrande
“La
memoria non è uno strumento dell’uomo, un docile aiutante, un servo
efficiente; si direbbe piuttosto che l’uomo sia un lacchè della sua
memoria. Perché l’uomo si indebolisce, si distrae, si deteriora, mentre
la sua memoria si mantiene salda, capillare, incorruttibile; e mentre
l’uomo sbaglia, si ammala, perde i denti, innalza mura, si nasconde, o
divora i suoi simili, lei rimane all’erta, ad assorbire tutto,
conservare tutto: a scavare, scavare, scavare.”
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l’uccisione di alcuni soldati tedeschi. Gli abitanti di un
intero paese, donne, vecchi, bambini, sono rinchiusi in una chiesa,
intorno alla quale sono accumulati sedie, tavoli e legna di ogni tipo a
cui è dato fuoco così da trasformare quel luogo sacro in un enorme falò. “L’uomo convive con il proprio corpo ma non lo conosce. Almeno non del tutto. Un uomo e il suo corpo sono realtà distinte. Sicuramente è questo che permette di comprendere la radice più profonda del dolore, che altro non è che lo strappo prodotto dall’indifferenza del corpo verso se stesso”: Kurt davanti a quell’orrore sviene e quando riprende i sensi in lui qualcosa è morto per sempre. Il suo corpo rifiuta di avere ogni forma di sensibilità, nessun dolore, nessun tormento, nessun piacere, nessuna sollecitazione, nessuna ebbrezza, nessuno smarrimento: nulla, un’insensibilità mostruosa, malattia del corpo e dell’anima, che nessun ospedale, nessun medico potrà mai curare. Ricoverato in ospedale, sotto le cure di un medico francese che si appassiona al caso (e al paziente), e accudito da una giovane e tenace infermiera, Kurt riprende a vivere, anche se i suoi superiori sembrano averlo abbandonato del tutto e la sua malattia non dà segni di miglioramento. Ma ecco che l’inesorabile crudeltà della guerra si riaffaccia: i partigiani francesi entrano nell’ospedale e decidono l’eliminazione di tutti i soldati tedeschi ricoverati. È ancora il freddo ad annunciare l’eccidio anche se questa volta Kurt non lo avverte. Il medico riesce a salvare il suo malato prediletto che assiste angosciato alle esecuzioni dei commilitoni: “… Kurt scoprì il rovescio – o, per meglio dire, il prolungamento – dell’orrore patito dieci mesi prima e constatò che la paura e la crudeltà non hanno patria, che si annidano nello stesso modo in tutti i cuori: francesi, tedeschi, russi, americani, giapponesi, spagnoli, cosa importa, è la materia bruta dell’uomo sul piatto della bilancia, la sua corruzione, la sua viltà, la sua arroganza di animale idolatra, non il suo cognome, il suo credo, le sue preferenze culinarie.” La guerra finisce, Kurt cambia nome e nazione, va a vivere a Londra con la giovane infermiera che ama e da cui è teneramente riamato, trova un lavoro, sembra trovare anche la pace. Ma una sera, quando si prepara a festeggiare la sua prossima paternità, quattro uomini e una donna bionda, che sprigiona intorno a sé orrore e fascino, lo vanno a cercare... Due parole in conclusione. Questo è uno di quei libri che non si dimenticano facilmente, che crescono dentro al lettore pagina dopo pagina, che costringono a pensare e che, anche nelle pagine più filosofiche, non impartiscono lezioni ma suggeriscono una riflessione: sull'ambiguità della vita, sulla guerra e la sua disumana crudeltà, sull'inscindibile legame tra il nostro corpo e le nostre emozioni. |
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Marta
Cervino Marie Claire febbraio 2008 La vita di Kurt Crüwell, sarto arruolato nelle truppe tedesche nella seconda guerra mondiale, si frantuma il 2 gennaio 1941. Nel rogo in cui vengono uccisi 91 civili, il protagonista perde la sensibilità e diventa incapace di provare qualunque tipo di emozione. Pochissimi dialoghi, molte immagini e una scrittura ipnotizzante per raccontare l’orrore a partire dalla ribellione del corpo. |
Roberto
Carnero L’orrore
della guerra che paralizza il giusto |
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Giuliano
Aluffi D la Repubblica delle donne febbraio 2008 Il secolo di Kurt Ricardo Menéndez Salmón, giovane ma già
celebrato scrittore spagnolo di formazione filosofica, ambienta il suo
nuovo romanzo nella bolgia morale della seconda guerra mondiale. Quanto può
subire un uomo di normale e sana sensibilità prima di rinchiudersi in un
amletico sonno che ponga fine alla doglia del cuore? E, soprattutto, cosa
può succedergli al risveglio? Queste le domande che Salmón rivolge al
lettore, accompagnandolo con un linguaggio immaginifico dentro la notte
eterna del XX secolo, con una incursione finale nel fantastico e senza
alcuna possibilità di uscire a riveder le stelle: a nessuno è dato di
fuggire da se stesso. |
all’assurdo discorso finale dei genitori
di Gregor Samsa su come accasare la figlia, dopo tutto quello che hanno
vissuto. Come convivere con lo straordinario, come sopravvivergli, è
anche l’esigenza del mio Kurt. Ma, diversamente dall’eroe kafkiano,
che risulta sempre freddo e destabilizzante, credo che Kurt susciti nel
lettore un immediato sentimento di empatia. E, entro certi limiti, di
identificazione». Nel libro usa riferimenti a pittori e quadri famosi, come Bosch, Le Déjeuner sur l’herbe di Manet, Les Demoiselles d’Avignon di Picasso: che ruolo ha la visualità nel suo stile narrativo? «Quello che mi affascina di più nella pittura è il suo carattere narrativo: quando osserviamo un quadro veniamo subito catapultati in mezzo a una storia. Per il mio modo di scrivere, quasi privo di dialoghi e parco di descrizioni, sono fondamentali la forza delle immagini, il potere delle metafore, la capacità del linguaggio di suggerire ed evocare. Credo che oggi lo scrittore, per far fronte alla dittatura dell’immagine, debba creare immagini ancora più forti di quelle che possiamo catturare con i nostri occhi o con le loro protesi tecnologiche». I lettori, un po’ come il personaggio di Löwitsch nel finale, sono avidi consumatori di emozioni? «Anch’io lo sono! Da un libro esigo due cose: che mi faccia pensare e che mi emozioni. Ossia che contenga verità e bellezza, per quanto entrambe possano farmi male».
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Fulvio
Panzeri Avvenire febbraio 2008 Kurt e le tenebre dei nazi È il caso letterario in Spagna lo scorso
anno e a ragione, perché L’offesa è un romanzo che affonda le
radici nella riflessione sul Male e sul libero arbitrio dell’uomo, sulla
sua possibilità di abbandonare la ragione per lasciarsi andare alla
mancanza di pietà assoluta e compiere atrocità ed eccidi senza la minima
esitazione. L’autore Ricardo Menéndez Salmón, nato nel 1971, è
riconosciuto come uno dei più importanti scrittori della nuova
generazione di oggi. Questo romanzo, nel suo ritornare a rileggere, in
modo nuovo e diverso, le atrocità della seconda guerra mondiale, quindi a
voler ripercorrere una storia lontana e non vissuta in prima persona,
insieme alle Benevole del Jonathan Littel, classe 1967, caso
letterario in Francia dello scorso anno, mette in rilievo un diverso
impegno attraverso lo strumento della letteratura, un impegno che guarda
in modo diverso alla Storia, coinvolgendo le responsabilità profonde del
singolo uomo, la radice della propria coscienza naufragata.
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misura la forza emotiva del dettato e
la razionalità delle riflessioni sulla natura umana, ha per protagonista
un uomo buono, sopraffatto da un mondo in cui non è più possibile essere
innocenti. È tedesco, una vita tranquilla per un sarto che vuole mettere
su famiglia e suona l’organo in chiesa. Non ha mai capito la guerra e le
sue ragioni, l’identità di patria gli è oscura e per rendere meno
grigie e disperate le sue giornate, quando viene spedito al seguito della
Sesta armata, mette a frutto le sue conoscenze di sarto, rammendando
divise e cucendo taschini. Il romanzo ha immagini potenti, proprio perché
il tono dimesso ed essenziale del racconto usato da Menéndez ne amplifica
la portata. Così quando siamo di fronte all’evento cruciale che farà
di Kurt, il protagonista, un uomo che vive, ma sembra morto al mondo non
percependone più le sensazioni, il Male ci appare in tutta la sua forza,
in quella sequela di spari e di civili che cadono uno ad uno, fino a che
il sindaco del paese della Bretagna non si sarebbe deciso a parlare (e non
lo farà) cadrà anche lui e un centinaio di civili, donne e bambini
compresi, vengono rinchiusi in una chiesa e viene appiccato il fuoco.
L’orrore che è costretto a subire con il proprio sguardo e del quale è
inconsapevolmente colpevole anche Kurt lo porteranno a non avvertire più
le emozioni del proprio corpo, né il freddo, né il caldo, né il dolore. Kurt, in un paese straniero, verrà abbandonato, non più richiesto in patria, ma altri orrori lo aspetteranno dopo aver preso coscienza della bellezza, che insieme alla musica ha una funzione salvifica in questo romanzo. Altro non si può dire della trama che nel finale avrà altre evoluzioni e metterà in scena anche il tema delle radici, quello strano desiderio, a guerra finita, di tornare a casa propria, in un paese nefasto a cui vorrebbe dire di no per sempre, lo stesso paese «che aveva preteso il suo corpo e poi l’aveva abbandonato al suo destino in terra straniera, lo stesso che gli aveva strappato la gioventù per offrirgli la maturità di un morto vivente». |
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Giampaolo
Rugarli Vita in retrovia L’autore è Ricardo
Menéndez Salmón, classe 1971, spagnolo delle Asturie, laureato in
filosofia, che in Spagna ha già pubblicato poesie, racconti, un romanzo e
un testo teatrale, ricevendo premi e riconoscimenti. Il libro, che uscirà
il 7 febbraio, si intitola L’offesa ed è opera di narrativa:
potrebbe spendersi anche la parola “romanzo” ma, nel panorama
contemporaneo (quanto meno quello italiano), parrebbe di far torto al
racconto di Salmón, racconto che è disancorato da contingenti casi di
cronaca più o meno nera, di terrorismo e di criminalità organizzata.
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nuova vita, quando ecco
che il passato si ripresenta. Un gruppuscolo di nazisti superstiti chiama
Kurt a un confronto: sparisce questo e quel malvagio, possono sparire anche milioni di malvagi, ma il
male del mondo rimane e asciuga tutto il resto, come la lacrima che
simbolicamente chiude il romanzo. Salmón, al termine della narrazione,
avverte: “c’è un solo dio, il caso, e… esiste una sola religione,
la casualità, e… qualsiasi altra interpretazione della vita e delle sue
circostanze è destinata al fallimento, ma condanna altresì alla più
assoluta cecità”. |
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Radio Televisione Svizzera - RSI
Uno 25 aprile 2008 Un libro che si legge tutto d’un fiato, fatto di immagini forti, lancinati, intense, ben delineate anche se scarne. Una scrittura precisa, fatta di immagini e grandisisma personalità. Il protagonista de L’ offesa Kurt Crüwell festeggia il compleanno il primo di settembre e compie 24 anni nel 1939, il giorno in cui l’esercito tedesco invade la Polonia. Kurt sogna di sposare Rachel , di seguire la tradizione familiare prendendo le redini di una rinomata sartoria a Bielefeld, e invece riceve il telegramma di chiamata alle armi. Amore, vita tranquilla e normalità contro guerra e mobilitazione immediata. Dapprima la guerra non pare poi così brutta: inizialmente avrà qualcosa di cameratesco e alle volte quasi una scampagnata! Finché tra i tedeschi della sua compagnia ci saranno le vittime di un attentato fatto dai partigiani francesi e l’Hauptsturmführer Löwitsch ordina una rappresaglia: il 2 gennaio 1941 novantun civili vengono arsi vivi nella chiesa di Mieux, in Bretagna. Kurt Crüwell sviene, prende distanza si assenta dal suo corpo che invece è lì, presente alle fiamme, alle grida e alle morti. Quando torna in sé è afflitto da una strana sindrome: ha perso ogni sensibilità: non prova né dolore né piacere, né freddo, né caldo. Vivo e morto contemporaneamente: narcotizzato: e cioè l’unico modo per convivre e sopportare il ricordo. Il ricovero in un ospedale bretone in riva al mare lo porta all’incontro con l’infermiera Ermelinde; da qui un’educazione sentimentale lieve e asettica, un tentativo di recupero di amore, musica, vita. E la domanda centrale del romanzo è come si reagisce o come può reagire un essere umano all’orrore e al dolore? E il male è cruciale nelle sue due componenti: quella terrena, umana, contingente e l’altra, più metafisica, che aleggia sopra gli esseri umani.
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Andrea Esposito, Libreria Minimum Fax, Roma maggio 2009 Ero indeciso. Avrei potuto scegliere “Una banda di idioti”, la sua parata di personaggi entusiasmanti e sconclusionati. Avrei potuto scegliere lo splendido romanzaccio di Vian, “Sputerò sulle vostre tombe”. Il mio libro preferito poteva essere “La principessa sposa”, “Ho paura torero”, o “I frutti dimenticati”, così intimo. Ma poi mi è tornato in mente “L'offesa” di Salmon. Ed è stato come ritrovare una spilla nascosta nella sabbia. Mi è tornato alla mente per quello che è, un piccolo gioiello perfettamente conchiuso in sé. “L'offesa” è un breve libro che contiene una piccola strana storia, di quest'uomo, Kurt, che assiste con i propri occhi all'Orrore, in un episodio agghiacciante della seconda guerra mondiale, e ne è sconvolto. Talmente sconvolto che il suo corpo reagisce con una drastica e stupefacente perdita di sensibilità. Kurt non sente le cose, né il piacere né il dolore, il suo corpo ha rifiutato il mondo. Da qui si sviluppa una storia semplice ed enigmatica, un amore trovato, il passato che torna... Ma dentro questa storia c'è come un germe l'altra storia, il più autentico racconto de “L'offesa”: la cronaca dell'alterità del corpo, il grido della carne estranea a sé.
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E questo corpo che è
il perno del libro per certi versi è il libro: le parole che compongono
le pagine sembrano avere una carne tutta loro, le frasi paiono avere un
peso, tutto nel libro appare profondamente materiale, invischiato con la
materia e col corpo. Anche al lettore si chiede di essere un corpo che
sente la lettura: ricordo quella particolare gioia che mi ha dato leggere
“L'offesa”, in una notte. Una gioia quasi fisica, appunto, una
sensazione di strano benessere, come se a chi legge fosse restituita,
amplificata, quella sensibilità che è negata a Kurt.
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