Vento del Sud Elmar Grin

  • Il tempo prosegue nel suo corso e compie il suo lavoro. Non che sia accaduto qualcosa di tanto straordinario da far danzare di gioia, eppure non è più così triste vivere sulla terra. Durante la notte di nuovo c’era stata nebbia, ma al mattino s’era messo a soffiare un vento tiepido dal Sud che l’aveva diradata. E, subito, s’era visto quante
    nuove pietre nere d’umidità fossero uscite, sotto la neve, sui campi digradanti da ambedue i lati della valle. Il torrente, che sino a poco tempo prima doveva aprirsi un varco attraverso uno spesso strato di neve, ora tagliava in due da un’estremità all’altra tutta la lunga valle. Sembrava nero e si allontanava, piegando ora a sinistra ora a destra, verso
    una gola fra le lontane colline sassose su cui crescono boschi di abeti. E anche quelle abetaie parevano nere per l’umidità di cui s’erano impregnate. Anche il mio poggio era diventato nero e spoglio. Il piede non scivolava più sul suo versante ripido, quando ne discendevo al mattino per recarmi al lavoro o lo risalivo la sera tardi tornando a
    casa. La suola dello stivale si sentiva sicura sulla superficie muschiosa della roccia. La mia piccola casa rossa si trova sulla parte superiore di questo versante pietroso e guarda con la sua bianca finestra verso nord, sul declivio del poggio. L’altra finestra è esposta a est, dove si apre la valle del torrente. Mi dicevano che non avevo scelto troppo bene
    la località e che avrei dovuto preferire il lato declinante a sud. Lo sapevo anch’io, meglio degli altri. Ma questo poggio non ha il versante sud, perché, subito dietro il mio orto, si erge a picco una parete rocciosa. È più alta della casa e fa da schermo alla luce e al sole del mezzogiorno. Dalla sua vetta penzolano radici
    di alberi e zolle d’erba bruna. Anche queste radici ed erbe adesso sono piene d’umidità. E di umidità trasuda dall’alto in basso tutta la parete di granito tormentata di fessure. Bisognava essere uno stupido per esporre in un simile posto la casetta con le finestre a sud: che cosa si sarebbe visto dalle finestre? Nient’altro che questa umida parete rocciosa e
    le quattro brevi aiuole a essa abbarbicate. Certo, lo capisco che i bambini hanno bisogno di un po’ di sole. Ma perché allora non pazientare un poco? Herra1 Kurkimiaki non poteva darmi subito un’altra località. Mi avrebbe concesso volentieri un versante al sole, ma lui stesso non ne possedeva tanti. Quando gli avevo chiesto per la prima volta della terra mi
    aveva detto apertamente più o meno così: “Non posso distribuire a destra e a sinistra la terra che ho ereditato da mio padre e da mio nonno”. E io mi ero affrettato a rispondere: “Sì. Questo è vero. È vero”. Ma a quel tempo lavoravo da lui già da venticinque anni. E ciò significava pur qualcosa. Anche lui lo capiva. Perciò aveva
    riflettuto dopo quelle parole. Lui pensava e io guardavo le sue rughe e aspettavo. Ma è difficile scoprire i pensieri di un uomo dalle rughe, dalle rughe che incidono profondamente il viso come delle fessure. Avevo provato allora a indovinare qualcosa dai suoi occhi, ma non ero riuscito a scorgerli, perché su di loro pendevano, come pesanti pieghe oblique, le palpebre
    simili a piccole viventi tendine. È difficile indovinare qualche pensiero su un viso come quello, impietrito nelle sue rughe. Perciò ero rimasto immobile, aspettando quello che il padrone mi avrebbe detto. E finalmente con una voce piena di rimprovero mi disse: “Tu hai bisogno di un posto che sia vicino per fare in tempo al lavoro”. “Sì…” avevo risposto, e il
    mio cuore aveva fatto un balzo dalla gioia. Capivo che non avrebbe respinto del tutto la mia richiesta. Nello stesso tempo avevo raccolto il coraggio e avevo detto: “Ma se foste così buono da concedermi, come già vi ho chiesto, un pezzo di stagno o di bosco, perché poi io con la metà del raccolto…” Ma lui mi aveva interrotto con
    violenza: “È ancora presto per parlarne. Troppo presto”. E si era allontanato da me, ancora tutto accigliato, togliendo di tasca il portasigarette. Io l’avevo seguito. E non gli avevo detto più niente per non farlo arrabbiare del tutto. Mi sembrava però che, comunque, stesse per prendere una decisione. Era così. Dopo aver camminato per cinque minuti, provocando le mie narici col fumo
    d’una buona sigaretta, l’aveva puntata in direzione di questo poggio e aveva detto: “Ecco. Puoi costruire la casa laggiù. Sarà vicino al posto di lavoro e poi c’è della terra per l’orto”. E da quel giorno sono padrone di questo poggio sassoso adiacente all’alta roccia, con una piccola betulla e un cespuglio sulla cima. Una volta, probabilmente in tempi assai lontani, da
    questa roccia s’era staccato un grande masso di pietra, grande almeno come la mia casa. Si era staccato ed era rotolato giù per il versante nord del colle, fermandosi ai suoi piedi. Ed ecco, questo breve intervallo tra la parete rocciosa e il posto in cui s’era fermato il masso, tutta questa gobba pietrosa era diventata mia. L’avevo presa in affitto
    dal signor Kurkimiaki che se la faceva pagare come fosse stata vera terra. Ma io non l’avevo rimproverato per questo. Non bisognava farlo andare in collera. Certi si arrabbiano, imprecano e pretendono qualcosa. Ma che cosa ottengono? Un bel licenziamento, ottengono. E io avevo lavorato da lui troppo a lungo per farmi licenziare. E poi lui non aveva mica respinto la
    mia richiesta. Aveva solo detto: “È troppo presto”. Voleva dire che sarebbe venuto il tempo in cui avrei ricevuto un pezzo di bosco o di stagno. Un piccolo pezzo. Io non ho bisogno di molto. Signore, un piccolo pezzo di bosco o di stagno, sul quale dopo un anno mi matureranno il frumento, la segale e i piselli. Conoscevo la
    forza delle mie braccia e non avevo paura né dei grandi alberi dalle profonde radici né del terreno paludoso per poter dire: tutta questa è terra mia, di mia proprietà. Ma non bisognava far andare in collera herra Kurkimiaki ripetendo continuamente la stessa richiesta. Perciò non gli avevo detto più niente e avevo cercato soltanto di adattare il mio poggio sassoso
    per viverci il meglio possibile.

    “Io sono molto forte oggi. L’odore della primavera mi colpisce le narici e gli occhi guardano e vedono assai lontano nella valle, oltre le rocce. Io allargo le spalle e sento che tutto dentro di me vibra.”

    Elmar Grin Vento del Sud

  • Autore: Elmar Grin
  • Genere:
  • Collane:
  • Data Pubblicazione: 27/10/2016
  • Numero di pagine: 256
  • Codice EAN: 9788871687698
  • Prezzo di listino: 18 €
  • Lingua Originale:
Einari è un uomo buono. Ama la sua terra, il profumo dei boschi finlandesi che si scioglie nell’aria a primavera, quando soffia tiepido il vento del Sud.
Einari è un uomo paziente. Ha la forza del suo corpo contadino, la sua Elsa che fa di una cena a latte e patate una festa, due bambini che coltivano girasoli in un pugno di terra. Perché lamentarsi, quindi, se il padrone, dopo anni di lavoro durissimo, ti assegna una misera casetta su un lembo sassoso, all’ombra? Perché protestare quando scopri che ti rivendono come manodopera per molto più di quello che danno a te? Einari il suo mondo lo tiene tra le braccia.
Suo fratello Vilho no, lui è giovane, inesperto. La sua ribellione è assoluta. Vilho questi torti non li accetta, è pronto persino a rinunciare alla donna amata, solo perché è la figlia di quel padrone avido e prepotente. Vilho è un vulcano di giustizia, dice quello che pensa e fa quello che dice.
Einari invita Vilho alla prudenza, capisce le barzellette in ritardo, parla poco, ma non c’è mai nulla che gli sfugga. Mentre lavora il burro con le mani, mentre trasporta tronchi sulle piste gelate, pensieri ed emozioni mettono lentamente radice dentro di lui. Crescono robusti nelle lunghe notti di trincea, quando governi lontani lo strappano ai boschi, alla famiglia, per mandarlo a combattere una guerra non sua. Gli raddrizzano la schiena quando torna nella patria devastata, dove troppi hanno sofferto, mentre alcuni si arricchivano sfruttando la guerra. Esplodono infine, una notte di abbracci silenziosi e vino, in un urlo nel buio, in un canto, quasi in una danza.
E all’alba è un uomo libero, che non ha più paura di niente, l’Einari che offre la faccia al nuovo vento del Sud.
Vento del Sud ha il dono dei romanzi più belli di farti sentire il fuoco che arrossa la faccia rientrando a casa dal bosco; di riempirti di apprensione per la bella che soffre per colpe non sue. Di farti odiare l’ingiustizia e celebrare la forza incontenibile della libertà.
Un capolavoro da riscoprire.