Un’ultima stagione da esordienti Cristiano Cavina

  • UN CAMPETTO DI GHIAIA Non sempre quello che predicavano i Salmi era vero, e visto che il buon Dio non aveva verdissimi prati a dispo­sizione per tutti, a noi era stato riservato un campetto di ghiaia nel cortile di un convento. Assorbiva bene le piogge autunnali, e pestando a dovere riuscivamo a giocarci anche con la neve, ma d’estate si trasformava in
    una trappola di polvere. Come lo spirito del Signore, aleggiava irrequieta sulla Terra, fino a due metri di altezza, e si appiccicava al sudore coprendoti dalla testa ai piedi. A fine giornata sembravamo cotolette impanate, pronte per essere gettate in padella. Spesso qualcuno zappava, come dicevamo allora, e al posto del pallone partivano raffiche di sassi aguzzi che provocavano delle stragi. Il campetto occupava
    l’angolo più remoto nel cortile del convento dei frati Cappuccini, a ridosso dell’antico muro di cinta. Da quella parte la palla veniva considerata sempre in gioco, ma era severamente vietato usarlo come sponda per scartare gli avversari. Piter Cammello, il nostro libero, a volte se ne dimenticava e tentava gol impossibili con carambole da maestro di biliardo. L’altra fascia era presidiata dai sostegni
    di cemento di una immensa vite secolare. I fraticelli non smettevano mai di raccomandarsi. “Per l’amor del cielo, piano” dicevano “è centenaria”. Il ceppo originario si trovava a suo rischio e pericolo dietro una delle porte. “Mica è colpa nostra se l’hanno piantato lì” ci giustificavamo. Lo proteggeva una recinzione di plastica, ormai deformata dalle nostre pallonate. Aveva un’aria abbattuta, come se stesse riprendendo fiato
    dopo una stagione di tornado devastanti. La vite era stata seminata l’anno della scoperta dell’America, e i fraticelli sgranavano un campionario completo di rosari durante le nostre partite. “È centenaria” supplicavano tra un mistero doloroso e l’altro. Fratello Lasi, che era il nostro professore di religione, minacciava puntualmente di bocciarci. Giocavamo senza sosta, e per quanto loro macinassero Pater Nostri e Ave Marie, noi
    continuavamo a calciare contro la porta. Non avevamo una buona mira, tranne il Grande Poggio, e tartassavamo di colpi la recinzione. Il vecchio tronco secolare sembrava ogni giorno più intimidito, piegato com’era a metà, quasi fosse in barriera e cercasse di proteggersi le parti intime. Dopo cinquecento anni, i tralci ricoprivano il cortile. Dalla piazzetta all’ingresso del convento si allungavano in un’arzigogolata galleria di
    foglie e grappoli fino alla nuova rimessa per l’ambulanza della Fraternita di Misericordia, che aveva preso il posto della vecchia foresteria. Per noi era un luogo che pullulava di magia. “Il campetto è tempestato di ghiaia, c’è poco da fare” spiegava a volte Rigo “ma chi è che può vantare un soffitto con i grappoli d’uva al posto dei lampadari?” La galleria di
    tralci separava il nostro campo dalla bocciofila dell’avis. Noi giocavamo fino alle otto di sera, d’estate, e avremmo continuato fino all’alba senza problemi, ma a quell’ora cominciavano i tornei di bocce. I turni eliminatori erano molto sentiti, e il pubblico li seguiva con ferocia, come fossero una disfida tra cavalieri medievali. Le nostre grida mandavano in tilt la mira da cecchini dei giocatori
    e spesso il pallone atterrava nel loro campo scavando crateri nella terra battuta. I frati, dopo un viavai di ambasciate e contrattazioni nell’oscurità della galleria, ci convincevano a migrare da qualche altra parte. Continuavamo le nostre partite nel parcheggio della palestra comunale. Anche per quella landa desolata il buon Dio aveva finito la scorta di verdissimi prati, e dalle insidie della ghiaia passavamo
    alla solida concretezza del cemento armato. Il parcheggio della palestra era illuminato da tre lampioni sbilenchi. Proiettavano al suolo tre ombre a forma di forca; facevano una certa impressione, perché non sempre avevamo la coscienza pulita, ma ci consentivano di avvistare la palla almeno fino alle dieci. Una sera giocammo con le torce elettriche. Non era male. “Ecco un valoroso commando di paracadutisti in missione
    speciale” disse Piter Cammello, esaltato da quei fasci di luce che saettavano nell’oscurità. Si vede che non era addestrato a puntino, per quel genere di missione, perché fummo costretti ad abbandonare l’esperimento quando si schiantò contro il muro della palestra. Aveva perso l’orientamento e credeva di essere dalle parti dell’area di rigore. Gli parve di vedere un cross arrivargli diritto in testa,
    e saltò per colpirlo. Era solo l’ombra del pallone. Per un attimo sembrò che la sua incornata l’avesse inchiodata al muro. Verso le dieci e mezzo gli strilli delle nostre mamme ci fischiavano intorno come colpi di mortaio sparati a tradimento col favore delle tenebre. “I richiami delle mamme” sarà la prima cosa che spiegherò ai miei figli “sono impossibili da ignorare, come le
    sirene della contraerea”. L’estate che precedette la nostra ultima stagione da esordienti mettemmo a dura prova la tenuta del campetto di ghiaia, e la pazienza della fauna che popolava il cortile del convento. Per non parlare della flora centenaria. A settembre ci aspettava il terzo e ultimo anno di scuola media. Dopo non saremmo più stati in classe insieme; le scuole in città
    ci avrebbero divisi e ingoiati. Non ne parlavamo mai, perché era un traguardo oscuro e carico di presagi, come partire per il fronte, ma annusavamo nell’aria quella separazione inevitabile e prendemmo l’abitudine di ritrovarci al campetto molto presto. Nell’estate del 1985, cominciavamo a giocare alle sei e tre quarti di mattina. Piter Cammello, che era un paracadutista particolarmente mattiniero, dava la sveglia a
    tutti quanti. Alle sei e un quarto prendeva d’assalto le scale di casa mia. Era l’ora in cui si alzava mia mamma; dopo aver messo il pentolino con l’acqua sul fornello, andava a girare la chiave della porta d’ingresso. Prima che si spegnesse lo schiocco degli ingranaggi della serratura, Piter Cammello piombava in cucina facendola sobbalzare. “Sole anche oggi” la informava, fregandosi
    le mani, “giocheremo almeno mille partite”. Io e Piter Cammello passavamo poi a svegliare Isola, la nostra aggraziata ala sinistra, e recuperavamo Donna Nuda dal negozio di elettrodomestici della sua famiglia. Il suo babbo era sempre ingolfato di commissioni arretrate e approfittava dell’alba per eseguire piccole riparazioni. Visto che la carriera accademica di Donna Nuda non prometteva niente di buono, se lo portava
    in bottega a fargli da assistente. Donna Nuda gli passava gli attrezzi, quasi sempre sbagliati, e si appisolava di tanto in tanto su un vecchio televisore a valvole. A quel punto eravamo abbastanza numerosi per marciare spediti fino a casa della Bomba, il nostro stopper, che per essere disincagliato dal letto aveva bisogno di braccia forti e ben motivate. Gli ultimi
    a venire salvati dalle insidie del sonno erano Rigo, il capitano, e Michelino, suo fratello minore, che ci faceva da regista a centrocampo. Quando arrivavamo al campetto, il Grande Poggio era già lì ad aspettarci. Teneva il pallone amorevolmente custodito sotto il braccio, come una fidanzata con cui pavoneggiarsi. Giocavamo una delle nostre furiose partite sul ghiaino, quando arrivò la notizia che
    il Mister aveva appeso nella bacheca dell’ac Casola le convocazioni per il primo allenamento di preparazione al campionato. Donna Nuda si stava producendo in una rarissima azione d’attacco. Non gli capitava mai di spingersi a ridosso dell’area avversaria. Era il secondo portiere della squadra e trovarsi dall’altra parte del campo per lui era come viaggiare ai limiti estremi della Via Lattea. Ma quella
    mattina il Grande Poggio si era imbattuto nella Banda delle Ciminiere, che gli aveva messo fuori uso la gamba destra con uno dei suoi trattamenti speciali. Pur di giocare, aveva convinto Donna Nuda a scambiarsi di ruolo. Piter Cammello gli servì un assist calibrato al millimetro, e lui calciò il pallone con tutta la forza che aveva in corpo. Nessuno gli aveva mai
    visto sprizzare un’energia del genere. Forse da quelle parti dell’universo un secondo portiere era libero dagli impacci della gravità e dell’attrito. Il tiro mancò clamorosamente la porta, rimpallò sullo spigolo della rimessa dell’ambulanza, e si schiantò sul volto della nonna di Poggio. Stava entrando in cortile per avvisarci che il Mister aveva appeso le convocazioni in bacheca. “Il Mister ha appeso le…” riuscì
    a dire. La cannonata di Donna Nuda le fece decollare gli occhiali con il rumore secco di un uscio che sbatte. La zappata era così potente che non furono più ritrovati. Per un attimo sembrò che il pallone prendesse il posto della testa, facendola rotolare verso la strada. Donna Nuda cadde in ginocchio, coprendosi la faccia con le mani. “L’ho uccisa?” chiese,
    senza nemmeno allargare le dita per dare una sbirciata. I frati accorsero da ogni angolo del cortile, sollevando i bordi delle tonache per non inciampare, e cercarono di farla rinvenire. Quando finirono i sali, al culmine della disperazione, le gettarono sul viso un bicchiere di acqua santa. “Mi sa che è scaduta” ragionò Piter Cammello, vedendo che la nonna di Poggio
    restava immobile. Alcuni pensionati che si stavano allenando alla bocciofila le tastarono il polso, a turno; non erano d’accordo nemmeno sulla frequenza dei battiti e dopo un conciliabolo, invece di azzuffarsi, decisero di trasportarla nel refettorio del convento, in attesa del dottore. Fratello Lasi appioppò a tutti un’insufficienza seduta stante. Mancava una settimana all’inizio della scuola. Era un record mondiale. La nostra
    precocità aveva qualcosa di diabolico. Pretendeva che gli portassimo i diari, per inaugurarli con una nota da far controfirmare ai nostri genitori. “Ma non li abbiamo ancora comprati” gli spiegò Piter Cammello. “Ah sì?” strillò fratello Lasi, torcendo la cinta della tonaca come un cappio, “e allora trenta Atti di dolore!” Le nostre preghiere acciuffarono per i capelli la nonna di Poggio, che al
    sedicesimo ‘Mi pento e mi dolgo con tutto il cuore’, tornò dall’altro mondo, tossendo affannata. “Evidentemente” disse la Bomba “da quella parte c’è un’atmosfera diversa”. Solo allora ci accorgemmo di aver perso Donna Nuda. Era un maestro nell’arte di nascondersi, specialmente in situazioni critiche, ma quando alle due del pomeriggio non era ancora saltato fuori, cominciammo a preoccuparci. Alle sei di sera i suoi
    genitori chiamarono i carabinieri. Fu il Mister, da esperto cacciatore, a trovarlo. Lo stanò nella vecchia Chiesa dell’Assunta, circondato da un battaglione di candele accese. Donna Nuda era in ginocchio davanti all’altare, con il volto ancora coperto dalle mani. “Fa’ che non l’ho uccisa” pregava “fa’ che non l’ho uccisa”. Non c’erano dubbi che era arrivato fin lì dal cortile senza rimettersi in
    piedi. Per portarlo a casa dovettero sollevarlo per le ascelle, perché gli si erano bloccate le articolazioni. “È viva?” balbettò, prima di venire caricato in macchina di traverso, come una sdraio che non si riesce più a piegare. “No, morta stecchita” gli disse il Mister “infatti dopodomani ti fai venti giri di campo in più”. Donna Nuda con un filo di voce cercò di
    protestare. Venti giri di campo era un ergastolo, un po’ troppo anche per un tentato omicidio.

    "I professori tenevano meravigliosi discorsi su quello che ci sarebbe servito per intrapendere il giusto cammino nel mondo. Me li gustavo con l'acquolina in bocca. Parlavano di sbocchi professionali in cui ci saremmo immessi in un futuro prossimo, come modernissimi trafori autostradali. A sentir loro, serviva solo un briciolo di attenzione in più in classe. Dovevamo crederci sulla parola".

    Cristiano Cavina Un’ultima stagione da esordien...

  • Autore: Cristiano Cavina
  • Genere:
  • Collane:
  • Data Pubblicazione: 8/03/2012
  • Numero di pagine: 256
  • Codice EAN: 9788871686165
  • Prezzo di listino: 10 €
  • Lingua Originale:

Erano tredicenni d’assalto: mettevano il calcio sopra ogni cosa. Il Dio del Calcio era il loro dio. E il Mister il suo profeta. Il calendario delle partite scandiva le tappe di un’avventura.

Sprofondavano nella Bassa, sotto un cielo esagerato, circondati da milioni di peschi. Si inerpicavano tra i monti, su campetti gelati, in fondo a tornanti interminabili. Per scardinare squadre di geometri ben pettinati, che li disorientavano con finte, passaggi di prima e triangoli di perfezione assoluta. Un tunnel che porta dritto a Borgo Ghibellino, una filiale dell’inferno.

In una finale epica, dove ci si gioca il campionato e molto di più.

Booktrailer del romanzo realizzato dalla classe IV D del L.S.S. Donatelli Pascal di Milano. Il video si è classificato primo al contest BookSound: i libri alzano la voce nell’anno 2015. Grazie ai ragazzi per il loro ottimo lavoro e per questo splendido regalo.