Undici treni Paolo Nori

  • 0. Irrigidimento leggero Ero appena uscito di prigione, e quando uno esce di prigione, cioè non so gli altri, ma io, quando ero uscito di prigione mi eran venuti un improvviso ottimismo, una fiducia nel mondo che io era del tempo, che non avevo una fiducia così, e una gran diffidenza, un sospetto automatico che mi faceva dubitare di tutti. E
    stavo attento a tutto. Un mattino, il barista che c’era sotto casa mia, volevo far colazione, avevo chiesto al barista un succo d’arancia e lui aveva preso dal frigo un succo d’ananas. Io l’avevo guardato male, lui non lo sapeva che ero appena uscito di prigione, e gli avevo detto che volevo un succo d’arancia. Lui mi aveva detto «Ah, ho
    capito», e aveva rimesso nel frigo il suo succo d’ananas e poi mi aveva detto: «Ma vuole l’Ace o il succo d’arancia?» Io avevo taciuto un attimo, lui non lo sapeva che ero appena uscito di prigione, avevo taciuto un attimo, avevo aspettato che mi passasse l’irrigidimento leggero che mi era venuto e gli avevo detto «Un succo d’arancia». E
    lui mi aveva detto «Ah, ho capito». E aveva preso un bicchiere, me l’aveva messo davanti, sul bancone, su un tovagliolino di carta, aveva preso dal frigo un succo d’arancia, l’aveva scosso a lungo, come se stesse shakerando un cocktail, l’aveva aperto, l’aveva versato nel bicchiere, mi aveva detto «Un succo d’arancia». «Non è che voleva una spremuta?» mi aveva
    chiesto poi dopo. «No» gli avevo detto io «volevo un succo d’arancia». Qualche settimana dopo, quando ero lì con Stracciari, avevo ordinato un frullato e il barista aveva detto «La macchina per fare i frullati è rotta, perquindi il frullato non lo posso fare». E io l’avevo guardato, era qualche settimana che andavo in quel bar lì, prima della prigione non
    ci ero mai entrato, avevo pensato che poteva essere un barista che aveva avuto un bar in via Battindarno, che era un bar dove andava un mio amico che faceva il meccanico di biciclette che mi aveva raccontato che lui andava in un bar che c’era un barista che i clienti vecchi del bar lo chiamavan Perquindi perché diceva sempre
    Perquindi, i ragazzi più giovani lo chiamavano Speedy perché ci metteva tre quarti d’ora per farti un panino e era un tipo, Perquindi, che sapeva tutto lui, se te parlavi di qualsiasi cosa, lui Perquindi ne sapeva più di te, te parlavi di vino, lui aveva preso il diploma da sommelier, te parlavi di automobilismo, lui era stato campione europeo
    di go-kart, te parlavi di scacchi, lui era maestro di scacchi, te parlavi di judo, lui era cintura nera di judo, si vede che era buono di far tutto tranne che il barista, ci metteva tre quarti d’ora per farti un panino. E gli avevo detto «Allora mi porti un succo d’arancia eeee, scusi» gli avevo detto. «Mi dica» mi aveva
    detto lui. «Lei ha avuto un bar in via Battindarno?» gli avevo chiesto. E lui si era fermato, aveva posato il bicchiere che aveva in mano, si era tirato su tutto dritto e aveva detto: «Io non solo ho avuto per trent’anni un bar in via Battindarno, io ci ho vissuto, in via Battindarno, io in via Battindarno ho avuto,
    e ho ancora, sia detto senza falsa modestia, un tasso di popolarità che perquindi io potrei considerarmi un po’ il sindaco, di via Battindarno» mi aveva detto Perquindi.

    “Quel ristobar, se mi avessero chiesto di dargli un nome io l’avrei chiamato Tristobar, ci avrei messo dentro delle sedie e dei tavoli neri e delle fotografie in bianco e nero, dei paesaggi autunnali, e ci avrei messo una scelta di musiche tristi, la sigla di apertura e di chiusura del locale sarebbe stato un tango che si chiamava Desencuentro che, tradotto un po’ grossolanamente, significava Sfiga."

    Paolo Nori Undici treni

  • Autore: Paolo Nori
  • Genere:
  • Collane:
  • Data Pubblicazione: 12/01/2017
  • Numero di pagine: 160
  • Codice EAN: 9788871687681
  • Prezzo di listino: 16 €
  • Lingua Originale:

Stracciari registra i silenzi.
Registra anche i suoni; gli piacciono i suoni, i silenzi, le calze delle donne, la carta che si infilava tra i raggi della bicicletta per far finta di avere una moto, il suono del modem le prime volte che ci si collegava a internet, il messaggio che si sentiva quando entravi in banca “Siete pregati di depositare gli oggetti metallici nell’apposita cassettiera”. Ci farebbe una mostra, di silenzi e di suoni.
Gli piace anche quando lo mandano affanculo e quando gli dicono “Poverino”.
Una cosa che non può sopportare, è quando gli chiedono “Come stai?” “Eh” risponde.
Ha un giubbetto con un’etichetta con “Poliestere” scritto in trenta lingue diverse, e un vicino di casa che si chiama Baistrocchi che lo tratta un po’ male, e un bar sotto casa che loro chiamano Tristobar. Gli piace anche il Tristobar, a Stracciari. E gli piacciono quelli che fanno albering, supermarketing, funiviìng, macchining, bankomating, lavòring, antropologiìng.
E gli è piaciuta una ragazza sarda che ha vissuto con lui per un po’ di anni e in tutti quegli anni non gli ha mai detto “Amore” o “Caro” o “Tesoro” o delle cose del genere. Al massimo gli ha detto “Disgraziato”. Se era proprio molto ma molto contenta, gli diceva “Delinquente”. E lui era così contento, anche lui.