Un miliardo di anni prima della fine del mondo Arkadi e Boris Strugatzki

  • 1. …la bianca afa di giugno, il giugno più caldo degli ultimi due secoli, aveva invaso la città. La foschia stagnava sui tetti arroventati, tutte le finestre in città erano spalancate e, alla debole ombra degli alberi stremati, sudavano e soffocavano i vecchi, sulle panchine, davanti ai portoni. Il sole aveva raggiunto il culmine e azzannava i travagliati dorsi dei
    libri, picchiava sui vetri degli scaffali, sugli sportelli lucidi delle librerie, e riverberi bollenti, rabbiosi, tremolavano sulla tappezzeria. Si avvicinava l’assedio del primo pomeriggio – era quasi il momento, ormai – quando il sole, furioso, si sarebbe fermato, senza dar segno di vita, sul puntiforme edificio di undici piani che c’era di fronte, e avrebbe trafitto l’appartamento da parte a
    parte. Maljanov aveva chiuso le finestre – tutte e due – e aveva tirato le pesanti tende gialle. Poi, tirandosi su le mutande, era andato a piedi nudi in cucina e aveva aperto la portafinestra del balcone. Eran da poco passate le due. Sul tavolo della cucina, tra delle croste di pane, faceva bella mostra di sé una natura morta
    in padella con gli avanzi rinsecchiti di una frittata, l’avanzo di un bicchiere di tè e un pezzo di pane morsicato con tracce di burro spalmato sopra. “Nessuno ha pulito e è tutto da pulire” aveva detto Maljanov ad alta voce. Il secchiaio era pieno di piatti da lavare. Era molto che nessuno puliva. Con lo scricchiolio di un asse
    del pavimento, era apparso, non si capisce da dove, stravolto dal caldo, Kaljam, aveva guardato Maljanov coi suoi occhi verdi, aveva aperto e chiuso la bocca senza emettere suono. Poi, contorcendo la coda, aveva proseguito fin sotto al forno davanti al suo piatto. In questo piatto non c’era niente tranne delle lische secche di pesce. “Vuoi mangiare…” aveva detto Maljanov
    malcontento. Kaljam allora l’aveva guardato come per dire che sì, non sarebbe stato male mangiare qualcosa. “Te ne ho dato stamattina” aveva detto Maljanov, accovacciandosi davanti al frigorifero. “Anzi, no, non te ne ho dato… Era ieri, mattina…” Aveva preso la pentola di Kaljam e ci aveva guardato dentro – c’era qualche avanzo, della gelatina e, attaccata di fianco, la
    pinna di un pesce. E in frigorifero, bisogna dire, non c’era neanche quello. C’era la scatola vuota di formaggini Jantar’, una bottiglia non proprio attraente con un avanzo di yogurt, una bottiglia di vino piena di tè freddo. Nel reparto delle verdure, tra delle bucce di cipolla, finiva la propria esistenza un cavolo grinzoso della grandezza di un pugno e
    si spegneva, nell’indifferenza generale, un’unica patatina coi suoi germogli. Maljanov aveva guardato nel congelatore: lì, nel mucchio di brina, svernava un minuscolo pezzetto di lardo su di un piattino. Nient’altro. Kaljam aveva miagolato e aveva sfregato i baffi contro il ginocchio nudo. Maljanov aveva chiuso il frigorifero e si era alzato. “Niente, niente” aveva detto a Kaljam. “Adesso comunque
    è tutto chiuso per la pausa pranzo”. Si sarebbe potuto, naturalmente, andare fino al Moskovskij boulevard, dove l’intervallo c’era tra l’una e le due, ma lì c’era sempre la fila, e trascinarsi fin là era dura, col caldo che c’era. Che integrale rognoso che ne sarebbe venuto fuori. Be’, pace… Sarebbe risultata una costante… visto che non dipendeva da omega.
    Era chiaro, che non dipendeva. Da considerazioni più generali, si deduceva che non dipendeva. Maljanov si era immaginato la sfera e aveva visualizzato il modo in cui l’integrazione ne avrebbe attraversato l’intera superficie. Da una qualche parte, d’un tratto, era saltata fuori la formula di Žukovskij: dal niente. Maljanov l’aveva scacciata ma era ricomparsa di nuovo. Si può provare a
    farne la rappresentazione conforme, aveva pensato. Era suonato ancora il telefono, e Maljanov si era ritrovato di nuovo nella stanza. Aveva imprecato, era caduto col fianco sul divano e si era allungato fino alla cornetta. “Sì!” “Vitja?” aveva chiesto un’energica voce femminile. “Chi cerca?” “Parlo con l’Inturist?” “No, parla con un appartamento”. Maljanov aveva riappeso e per un po’
    era restato immobile sentendo il fianco nudo, schiacciato contro i peli del divano, che si bagnava di fastidioso sudore. La tenda gialla si era illuminata, e la stanza si era riempita di un pesante colore giallo. L’aria era come gelatina. Avrebbe dovuto andare nella stanza di Bobka, ecco cosa avrebbe dovuto fare. Sembrava di fare la sauna. Aveva guardato il
    suo tavolo, sommerso di carte e di libri. Solo del Vladimir Ivanovicˇ Smirnov sei volumi… e guarda quanti fogli sparpagliati per terra. Terrificante l’idea di spostarsi. Aspetta, mi era venuta un’idea, prima… accidenti… te e il tuo Inturist, razza d’una mongoloide… Allora, ero in cucina, poi son venuto qua… Ah, sì, la rappresentazione conforme! Che idea del cazzo. Comunque bisognerà
    provare. Si era alzato gemendo dal divano, e il telefono aveva suonato ancora. “Imbecille” aveva detto all’apparecchio e aveva alzato la cornetta: “Sì”. “Base? Chi parla? È la base?” Maljanov aveva posato la cornetta e aveva composto il numero delle riparazioni. “Riparazioni? Il mio numero è 93.98.07… Ascolti, vi ho già chiamato ieri, una volta. Non posso lavorare, c’è continuamente
    qualcuno che sbaglia numero…” “Che numero ha lei?” l’aveva interrotto una rabbiosa voce femminile. “93.98.07… mi chiamano continuamente e cercan l’Inturist, il garage, la…” “Riappenda, facciamo una prova”. “Facciamola” aveva detto Maljanov, supplicante, e parlava già al segnale di occupato. Poi aveva sciabattato fino al tavolo, si era seduto e aveva afferrato una penna. Allora… dov’è che l’avevo visto,
    quell’integrale? Era ben fatto, però, quell’integralino, pieno di simmetrie… Dove l’avevo visto? E neanche una costante, semplicemente zero: la buona vecchia funzione nulla. Be’, d’accordo. Mettiamolo da parte. Non mi piace, mettere le cose da parte, è fastidioso, come un dente cariato… Aveva cominciato a esaminare i fogli con i calcoli del giorno precedente, e d’un tratto il cuore gli
    si era riempito di gioia. Accidenti, che bel lavoro… Oh, Maljanov! Che bravo, che sei stato! Alla fine, poi, caro mio, qualcosa hai tirato fuori. E sembra, caro mio, che sia qualcosa di serio. Questo, caro mio, non è il solito problemino di fisica del liceo, “Sia data una sfera che rotola senza attriti su un piano inclinato…”, no, a
    questo, caro mio, prima di te non c’era arrivato nessuno! Aspetta, va’, tocchiamo ferro… Questo integrale… be’, che gli venga del bene, a questo integrale, andiam pure avanti, avanti! Era suonato il campanello. Della porta di ingresso. Kaljam era saltato giù dal divano, aveva alzato la coda e era corso nell’ingresso. Maljanov aveva appoggiato con cura la penna. “Cosa accidenti
    vogliono ancora?” aveva detto. Nell’ingresso, Kaljam, disegnando dei cerchi impazienti si era andato a ficcare tra i piedi di Maljanov. “Kaàà-ljaàm!” aveva detto Maljanov con voce soffocata e minacciosa. “Dài, Kaljam, vai via”. Aveva aperto la porta. Dietro la porta c’era un signore mingherlino, con una giacchetta stretta di un colore imprecisato, con la barba di qualche giorno e sudato.
    Appoggiandosi con tutto il corpo all’indietro, teneva davanti a sé una grande scatola di cartone. Brontolando qualcosa di incomprensibile, si era diretto con sicurezza verso Maljanov. “Lei, eee…” aveva balbettato Maljanov indietreggiando. Il mingherlino era già nell’ingresso, aveva guardato a destra e aveva voltato, deciso, a sinistra, in cucina, lasciando dietro di sé, sul linoleum, delle impronte bianche. “Scusi… eee…”
    aveva mormorato Maljanov seguendolo. L’uomo aveva già posato la scatola su uno sgabello e aveva tolto di tasca un pacchetto di ricevute. “La manda l’amministrazione, forse?” Chissà perché, Maljanov si era immaginato che alla fine fosse arrivato l’idraulico che doveva mettere a posto il rubinetto del bagno. “L’alimentari” aveva detto l’uomo con un sibilo, e aveva allungato due ricevute tenute
    insieme da una graffetta, “firmi qui…” “Ma perché?” aveva chiesto, e intanto aveva visto che c’erano dei moduli per l’ordine di cognac, di due bottiglie di vodka…“Aspetti” aveva detto “secondo me noi non…” Aveva visto il conto. Era inorridito. Tutti quei soldi in casa non c’erano. E poi, cosa stava succedendo? La sua immaginazione, preda del panico, in un attimo aveva
    fatto sorgere davanti a lui una penosa sequenza di tutte le complicazioni, della necessità di giustificarsi, di dimostrare la propria innocenza, di mostrarsi sdegnato, di richiamare al buon senso… avrebbe dovuto telefonare a qualcuno, forse, persino, andare da una qualche parte… Ma ecco che, in un angolo della ricevuta aveva notato un timbro viola: “Pagato”, e subito sotto, il nome
    del cliente: “Maljanova I.E.” Irina! Non ci capiva un accidente.

    “Ma saremo costretti, saremo costretti a imparare. Perché voi siete messi in un modo che non solo non avete amici. Voi siete talmente soli che non avete nemmeno nemici.”

    Arkadi Strugatzki Un miliardo di anni prima della ...

  • Autore: Arkadi e Boris Strugatzki
  • Genere:
  • Collane:
  • Titolo Originale: Za milliard let do konca sveta
  • Data Pubblicazione: 20/04/2017
  • Numero di pagine: 224
  • Codice EAN: 9788871687735
  • Prezzo di listino: 16 €
  • Lingua Originale:

Fa un caldo feroce a Leningrado, e Maljanov non è al mare con moglie e figlio, è rimasto a casa, immerso nella sua ricerca sullo spazio interstellare. È a un passo, lo sente, da una grande scoperta. Basta un ultimo sforzo, concentrarsi, lasciare i piatti sporchi nell’acquaio, far la spesa solo quando il gatto implora da mangiare.

Concentrarsi: è una parola.
Squilla ininterrottamente il telefono, suonano alla porta.
Arriva un pacco dono pieno di vini e leccornie. Passa a trovarlo una donna con il collo fatto per essere baciato. Poi è la volta di un vicino che ha il bisogno impellente di prestargli un libro.

Combattere la distrazione quando si deve lavorare, certo, è un problema di tutti. Ma qui c’è qualcosa di strano, pensa Maljanov. Ne discute con gli amici scienziati e scopre ben presto… che capita anche a loro la stessa cosa. Continue interruzioni perverse, proprio quando la ricerca è sul più bello, vicina alla svolta. Si parla addirittura di minacce.

Qualcuno vuole ostacolarli, fermare il progresso della conoscenza. Qualcuno, sì, ma chi? E soprattutto, che fare, adesso?
Prendersi il rischio, la responsabilità di andare sino in fondo, o arrendersi, appiattirsi, “diventare meduse”?
È la scelta cruciale che tocca a Maljanov.

Nel nostro tempo di stimoli schiaccianti, di totalitarismi vecchi e nuovi, ciechi e insinuanti, un romanzo straordinariamente attuale sulla necessità di essere se stessi, liberi e indipendenti, per cambiare il mondo.
Ci vuole tempo, ma ancora un po’ ne resta: un miliardo di anni.

 

Questa pubblicazione è stata possibile grazie al programma Transcript di sostegno alle traduzioni della letteratura russa della Mikhail Prokhorov Foundation.

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