Un giorno della vita Giorgio Orelli

  • SCHERZO - M’invitarono a salire sulla carrozza del principe Filippo di Motto Bartòla. Stavo mangiando un gelato, erano anni che non ne provavo, e adesso mi tocca smettere: tolto il berretto, vi buttai cono e tutto, strinsi bene il berretto e montai. Quando la carrozza si mosse, il principe, che stava alla mia sinistra con la tuba in testa (la
    sua consorte dov’era?), mi posò una mano sulla spalla: “Che glie ne pare?” mi disse. “È stupido” risposi; ma, subito pentito del duro cominciamento: “Fa uno strano effetto” dissi “l’essere guardato così da migliaia d’occhi. Per chi mi prenderanno?” “Stavolta va bene anche lei” rise il principe “benché tu sia (scusami, ci diamo del tu, no?) senza cravatta e coi pantaloni
    di velluto; e con codesta giacca che ricorda la feccia di vino, pardon, il faggio rosso. Ma cosa vai canticchiando?” “Fatti un po’ in là”: La regina d’Inghilterra / ha perduto un martedì. / Io l’ho fatta, la mia guerra, / col trombone ed il chepì. / “Mica male”. “Ah, mica male tu dici, ah ah”. “Cosa ah ah?” “Guai
    al principe che…” “Parla, amico, non lasciarmi sospeso”. “Oggi è inutile”. “Perché?” “Voi principi siete tenuti ancora in troppa considerazione, e non siete più affetti d’emofilia”. “Spiritoso”. Non si passava sulla strada principale. Lì c’era la folla, tutta coi sandali appiccicati all’asfalto disfatto dalla canicola: come inchiodati, ci guardavano, levando i cappelli coloniali. Gente di tutti i colori, fra cui
    alcune donne dal viso che riassumeva i varii continenti, ma specialmente riconduceva, benché fossero bianche, all’Africa. Ecco che per queste donne già mi rammaricavo quasi d’essere col principe. Cercai di rimediare caricando di simpatia gli sguardi alle meno lontane, nonché incoraggiando la speranza di ritrovarne qualcuna prima di notte. Il cavallo trottava sul marciapiede, e si doveva continuamente badare a
    non dar del capo contro le tende dei negozi e dei bar, contro qualche braccio da lanterna o altro sostegno di ferro, senza contare le insegne: poiché la carrozza era scoperta e i nostri busti eretti, con la giunta delle teste, erano cose, se non da giganti, certo da gente molto alta. Parecchie saracinesche erano abbassate, ma non in segno
    di lutto; e non completamente, per cui mi parve di capire che dietro ad esse si celassero persone quasi deformate dallo spirito democratico; salvo il caso di qualche venditrice, forse una fioraia, che così nascosta poteva lasciarsi tranquillamente abbracciare; o del vecchio ottico per il quale le gambe delle donne erano tutto, sì che, stando bocconi nella sua bottega, attraverso
    un sottile rettangolo adocchiava le passanti. Era poi bello lasciarsi sfiorare dalle foglie dei platani e dei castagni d’India, là dov’eran finite le botteghe, lungo il viale che conduceva al parco del palazzo imperiale. Era così bello che sentivo attenuarsi tutti i miei mali, crescere la fiducia in tutte le direzioni, e fui certo che potevo voltarmi senza apprensione. Infatti mi
    voltai, e vidi che la folla era rimasta molto indietro, inquieta sotto un cielo già diverso dal nostro. In fondo al viale, prima ancora di fermarci, il principe saltò giù dicendomi: “Vo e torno”. “Senti, devo dirti una cosa” mormorai, incapace di gridare. Invano. Se gli avessi gridato: “Guarda che ti balla il parafango”, non si sarebbe voltato. Scomparve tra
    gli alberi vetusti del parco. Più d’una volta riapparve: la testa quasi confusa fra le enormi ortensie che parevano navigare nel loro verde serale, e poi sogguardando furtivamente, in punta di piedi, sì che pensai stesse cercando qualcuno nascosto per gioco. Ma il fatto sta che non lo rividi più. E anch’io dovetti scendere, simile al ragazzo al quale abbia
    detto il compagno scherzoso: “Scommettiamo che ti faccio venir giù dalla seggiola senza toccarti”. E gente era arrivata, che mi guardava male. Mi guardavano come un intruso. Salvo, forse, l’infante, una fanciulla dai capelli rossi e le labbra pallidissime. Che altro potevo fare, se non scappare nei sotterranei del palazzo? Dove ancora mi riuscì d’assottigliarmi, e, raspando, strisciare, attraverso varchi
    odorosi d’ossa e di licheni, fino al carretto di Vico il gelataio, fino alla sagrestia degli altri compagni di scuola.

    Non costringete a lungo mio padre dentro una macchinetta. E poi, d’estate, la sete lo tormenta. Berrebbe l’universo, specialmente al tempo del primo fieno, in quella settimana di fine giugno che, se il tempo fa giudizio, si riesce a portar dentro tutto.

    Giorgio Orelli Un giorno della vita

  • Autore: Giorgio Orelli
  • Genere:
  • Collane:
  • Data Pubblicazione: 26/01/2017
  • Numero di pagine: 224
  • Codice EAN: 9788871687766
  • Prezzo di listino: 18 €
  • Lingua Originale:

Ripubblicato a più di cinquant’anni dalla prima edizione, Un giorno della vita ha un sapore letterario del tutto originale. Il titolo rinvia ai versi finali di una poesia di Mario Luzi, Come tu vuoi: “È un giorno dell’inverno di quest’anno, / un giorno, un giorno della nostra vita”. Il suo senso profondo va tuttavia ben al di là della citazione-omaggio. In un’intervista del 2001, Orelli ricordò di aver sempre pensato che l’idea che si nasce, si vive, s’invecchia e poi si muore era troppo scontata e non confortava la sua mente. “Inclino invece a pensare” diceva “che ogni giorno in qualche modo contiene tutta la vita, e va dunque vissuto con attenzione a se stessi e alla realtà”. Raccontare “un giorno della vita” avrà dunque voluto dire per Orelli concentrare in un breve spazio quanto accade di sperimentare, in gioie e dolori, nel corso di un’intera esistenza.
La poesia di Orelli ha influenzato almeno un paio di generazioni dopo la sua e continua a essere letta e studiata. Ci si potrebbe chiedere allora quale sia stato l’influsso, visibile o sotto traccia, di questo tipo di racconto e soprattutto di questa sua scrittura “gustosa, lievemente eccitata dal suo piacere inventivo, nitida e precisa e sempre imprevista” (Bilenchi e Luzi).
Come che sia, Un giorno della vita, che Giorgio Orelli avrebbe voluto riscrivere e rielaborare, è oggi un libro ritrovato, e restituito ai suoi lettori, vecchi e nuovi. E questo è quello che più conta.

dalla postfazione di Pietro De Marchi