Un eroe dei nostri tempi Michail Jurevič Lermontov

  • “E come si chiamava?” chiesi a Maksim Maksimyč. “Si chiamava… Grigorij Aleksandrovič Pečorin. Un gran bravo ragazzo, mi permetto di assicurarle; solo un po’ strano. Così, una volta, pioveva, a caccia tutto il giorno, al freddo, tutti intirizziti, stanchi, lui, come niente fosse. E un’altra volta, seduto in camera sua, tirava il vento, sosteneva di essersi ammalato; batte un’imposta, sobbalza
    e impallidisce; ma l’ho visto io faccia a faccia col cinghiale; magari per delle ore non gli tiravi fuori una parola, però delle volte quando cominciava a raccontare, ti spanciavi dal ridere. Sì, era un uomo dalle molte stranezze e, credo, molto ricco; quali e quante cosucce preziose aveva!” “Ed è rimasto molto, da voi?” chiesi di nuovo. “Un anno.
    Però accidenti se me lo ricordo, quell’anno; quante me ne ha fatte passare, ma non è per quello che m’è rimasto in mente. Ci sono, è vero, uomini così, per i quali è scritto, fin dalla nascita, che gli succederanno le cose più strane e inverosimili”. “Inverosimili?” esclamai con aria curiosa, allungandogli il tè. “Adesso le racconto. A sei verste
    dalla fortezza viveva un principe amico. Il suo figlioletto, un ragazzo sui quindici anni, s’era abituato a venir da noi; ogni giorno, veniva, ora per questo ora per quello. E bisogna dire che io e Grigorij Aleksandrovič l’avevamo viziato. Che diavolo era, destro in tutto: al galoppo raccoglieva un cappello da terra e sparava col fucile. Aveva un solo difetto,
    era terribilmente avido. Una volta, per scherzo, Grigorij Aleksandrovič gli promise un černovez se gli avesse rubato dalla stalla paterna il caprone migliore; e cosa pensa? La notte dopo lo trascinava per le corna. Delle volte, ci saltava il picchio di prenderlo in giro, gli si riempivano gli occhi di sangue e portava la mano al pugnale. ‘Ehi, Azamat, occhio
    alla testa’ gli dicevo ‘sarà jaman per la tua zucca’. Una volta arriva il principe in persona a invitarci al matrimonio: dava in sposa la figlia maggiore e noi saremmo stati suoi ospiti; non si poteva, sa, rifiutare, anche se era un tartaro. Andammo. Nel villaggio una quantità di cani ci accolse con latrati rumorosi. Le donne, vedendoci, si nascondevano;
    quelle che potemmo scorgere in volto erano tutt’altro che bellezze. ‘Avevo un’opinione molto migliore delle circasse’ mi disse Grigorij Aleksandrovič. ‘Porti pazienza’ risposi ridendo. Avevo un’idea in testa. Nella saklja del principe si era già raccolta una grande folla. Gli asiatici, sa, han l’abitudine di invitare chiunque, ai matrimoni. Noi fummo accolti con tutti gli onori e ci condussero nella
    stanza degli ospiti. Io, però, non mancai di fare attenzione a dove mettevano i nostri cavalli, sa, per i casi imprevisti”. “Come si festeggiano da loro i matrimoni?” chiesi al capitano. “Così, in modo normale. All’inizio il mullah legge qualcosa dal Corano, poi fanno i regali ai giovani e a tutti i loro parenti; mangiano, bevono la buza; poi cominciano
    i volteggi coi cavalli, e c’è sempre uno straccione sporco che su un cavallo brutto e zoppo fa le smorfie, fa il pagliaccio, diverte la stimata compagnia; poi, quando vien buio, nella stanza degli ospiti comincia qualcosa che da noi sarebbe un ballo. Un povero vecchietto strimpella su… ho dimenticato come si chiama, ha tre corde… comunque, una cosa come
    la nostra balalajka. Le ragazze e i ragazzi si metton su due file, una di fronte all’altra, battono le mani e cantano, e poi escono nel mezzo una ragazza e un giovanotto e cominciano a dialogare cantando delle strofe, quel che capita, e gli altri li sostengon con il coro. Io e Pečorin sedevamo ai posti d’onore, e a un
    certo punto si avvicinò a lui la figlia minore del padrone di casa, una ragazza sui sedici anni, e gli cantò… come dire? una specie di complimento”. “E quello che cantò, non lo ricorda?” “Sì, mi sembra, cantò così: ‘Son snelli, dicono, i nostri giovani cavalieri, e i loro caffettani d’argento son coperti, ma il giovane ufficiale russo è più snello di
    loro, e i suoi galloni sono d’oro. È come un pioppo, tra di loro, ma non cresce, non fiorisce, nel nostro giardino’. Pečorin si alzò, le si inchinò, portò la mano in fronte e al cuore e mi pregò di rispondere; io conosco bene la loro lingua, e tradussi la sua risposta. Quando si allontanò, sussurrai a Grigorij Aleksandrovič: ‘Be’,
    com’è?’ ‘Un incanto’ rispose. ‘E come si chiama?’ ‘Si chiama Bela’. Ed era veramente una bellezza: alta, magra, occhi neri come quelli di un camoscio di montagna, che ti guardavano nell’anima. Pečorin, pensieroso, non le staccava gli occhi di dosso, e lei ogni tanto lo guardava senza farsi accorgere. Ma non solo Pečorin si era innamorato della bella principessa: da
    un angolo della stanza la guardavano altri due occhi immobili, di fuoco.

    “Alcuni mi considereranno peggiore, altri migliore di quello che effettivamente sono. Alcuni diranno: era un gran bravo ragazzo; altri: un mascalzone. E gli uni e gli altri mentiranno.”

    Michail Lermontov Un eroe dei nostri tempi

  • Autore: Michail Jurevič Lermontov
  • Genere:
  • Collane:
  • Titolo Originale: Geroj našego vremeni
  • Data Pubblicazione: 29/06/2017
  • Numero di pagine: 256
  • Codice EAN: 9788871687896
  • Prezzo di listino: 14 €
  • Lingua Originale:

Pečorin è uno scienziato nella scienza della vita; è abilissimo a farsi amare, ma il suo cuore resta vuoto.

Non prova un briciolo d’amore, per la principessa che ha sedotto per capriccio, anzi peggio, per umiliare un amico; e anche la splendida selvaggia che gli ha fatto assaporare qualche brivido lo lascia presto insoddisfatto.
Persino Vera, l’unica che forse ha amato veramente, non è altro che un’ombra, per lui, il conforto di una scintilla.
La sua sete è insaziabile, vuole tutto e non gli basta mai; le sofferenze e le felicità degli altri contano solo in rapporto a lui.
Prima lo vediamo da lontano, nel racconto di un viaggiatore incontrato per caso; si avvicina quando appare al narratore durante una tappa del viaggio. Pečorin ha un aspetto insieme fragile e forte, quella bellezza strana che piace alle donne. La sua biancheria è di una pulizia accecante, ma i suoi occhi non ridono quando ride lui.

Arriviamo poi a sentire la sua voce, la sua inquietudine, nelle pagine dei suoi diari.
Eppure resta sempre inafferrabile: una domanda senza risposta, una malattia senza cura, una provocazione bruciante.

La letteratura è piena di personaggi malvagi; perché allora proprio l’immoralità di Pečorin dà tanto fastidio? ci chiede Lermontov. Forse perché è un ritratto fedele dell’uomo contemporaneo? Perché c’è in lui più verità di quanto vorremmo?
Quasi due secoli dopo, i ‘vizi’ di Pečorin sono più attuali che mai.
L’immagine di El’ Lisickij, suggerita da Paolo Nori per la copertina, pone la domanda frontale: E tu?