Tutti romani tutti romanisti Andrea Cardoni

  • 1. Quando ha smesso di essere un gioco - Ha smesso di essere un gioco quando ho strillato “Palla! Palla!” per la prima volta. Prima, lontano o vicino che andasse, sono sempre andato a riprendermela da solo. Anzi, era pure bello andargli dietro quando s’incastrava sotto le macchine, e pure quando andava dall’altra parte della strada. Perché senza palla da
    andare a riprendere, quella strada non l’avrei mai potuta attraversare, se prima non m’avesse autorizzato mamma. E lei, per controllare come attraversavo, stava comunque a guardare affacciata dal balcone per tutta la partita, che poi durava tutto il pomeriggio, finché non faceva buio. Hai registrato? No, perché non lo so se riesco a ridilla mejo. Però è vero: “Palla! Palla!”,
    e da quel momento non gli sono più corso dietro quando usciva dal campo, ho aspettato che quarcuno me l’andava a riprende, magari quarcuno che nemmanco faceva parte della partita: uno o una che passavano là per caso, magari pure co le buste piene de spesa e che doveva annà a prende la palla al posto mio e tirammela nel
    campo dove l’aspettavo. Me mettevo fermo con le mani sui fianchi e volevo che si sbrigasse a ritirarmela, facevo pure lo scocciato, capito? Prima invece c’era la certezza del pallone e cioè che prendere a calci un pallone non sarebbe cambiato mai. Sì: i portieri poi hanno cominciato a prendere il pallone con i piedi, ma il calcio, quello
    non sarebbe cambiato più. Registri? Sicuro? Guarda che mica lo so se l’ho detto bene. Però, vabbè: insomma, è stato più o meno quando che la palla ho cominciato a imparare a controllalla senza guardalla, che la riuscivo a sentì tra i piedi, come m’avevano insegnato a scuola calcio. Sì, perché quando m’hanno portato alla scuola calcio me dicevano che non
    dovevo guardare la palla, che non dovevo guardarmi i piedi, che non dovevo guardare per terra: dovevo giocare a testa alta. “Il pallone lo devi sentire” diceva Gianni, er mister, e per farci vedere come doveva essere il tocco del piede con la palla, muoveva il dorso della mano come a scacciare piano una mosca col movimento all’infuori delle quattro
    dita e su quelle quattro dita poi ci si arrotolava la cordicella col fischietto. Pensa che ricordo che m’hai fatto venì in mente. Dovevo avere il controllo della palla e andare a testa alta. Sarà che queste cose l’ho imparate giocando con quelli più grandi e loro m’hanno insegnato che da quando inizi a giocà a testa alta ha senso
    core dietro a na palla solo quando è dentro al campo. “Fuori ce stanno i raccattapalle, il muro, e in ogni caso, se aspetti, qualcuno che passa e te la va a prenne lo trovi” me dicevano. “Se invece ce vai te, sei pure un soggetto perché fatichi per tutti gli altri ventuno che giocano con te e poi
    quando entri in campo sei più spompato de loro e non ce la fai a core”. Ecco da dove viene “Palla! Palla!” Ecco: quello è stato il battesimo de quando non è stato più un gioco, de quando non era più giocà a pallone. Non so se l’ho detto bene. Sì, no: io volevo fà il centravanti della nazionale. Guarda
    che ero forte, sà: sottocasa ero tipo Cruyff. Invece poi, quando m’hanno preso a fare il provino alla Lazio, m’è toccato di fare il terzino, io però sò della Roma, eh. Cioè, secondo me il calcio adesso va chiuso tutto, almeno per due tre anni. Non l’hai visto che casino che c’è ogni vorta? Che nun se sa quello che
    rubano? Che tu nun lo sai l’impicci e l’imbroji che fanno pe sto pallone? Io ce sto pure male e è pe questo che adesso non lo guardo più. Lo chiedo, sì, ogni tanto al bar: “Che hanno fatto?” Ogni tanto qualche partita, quando danno in televisione i mondiali, gli europei, ma giusto quando è estate che fa caldo e
    in televisione non c’è niente. Tanto lo so che è tutto finto, che è tutto già deciso. Ce sta gente che gioca a calcio, anzi a pallone, perché è a pallone che se gioca, e gioca tutta na vita, che paga per fare un’ora de partita ai campetti de carcetto, mentre poi invece questi, i calciatori, i signorini, giocano solo
    pe i sòrdi e cianno i raccattapalle. Questi sò tutti mercenari. Cianno le mani zuccherate. Lo sai che sò le mani zuccherate? Sò quelle de chi je rimane sempre attaccato in mano qualche contratto buono pelloro, pe er procuratore gargarozzone, pe la moglie che je fa da procuratore. Piuttosto, tu guarda Lucarelli. Tu guarda che fine ha fatto Alessandro Lucarelli:
    lui è andato a giocà coi dilettanti, col Parma quand’è fallito, mica gioca solo pe portà la piotta a casa. Se giochi a pallone devi giocà pe giocà e da ste parti te insegnano da ragazzo che ce devi mette er fritto, e no come questi qua che invece je serve uno che je fa da procuratore pe faje annà
    sempre l’acqua pell’orto. Su César Gómez che vuoi che ti dice la gente? Tu va’ a Testaccio o chiedi a Carmelo, er giornalaro. Insomma, qualcuno che te lo racconta lo trovi. Qualcuno di quelli che stanno lì fuori a Trigoria per farsi fare gli autografi, magari qualcuno se lo ricorda e qualcosa te la dice pure, ma dubito. E magari
    incontri pure quello che j’ha fatto l’autografo, che ne sai?

    “Noi siamo quelli che se c’è un giocatore in crisi o uno che manco cià il cartellino pe giocà a pallone, quello, cometesbaji?, a noi ce segna. Siamo quelli che se c’è da fà il primo e l’unico gol in serie A della carriera, sta’ sicuro che segnano alla Roma: José Mari, Medel, Hakan S¸ükür…"

    Andrea Cardoni Tutti romani tutti romanisti

  • Autore: Andrea Cardoni
  • Genere:
  • Collane:
  • Data Pubblicazione: 18/05/2017
  • Numero di pagine: 192
  • Codice EAN: 9788871687865
  • Prezzo di listino: 16 €
  • Lingua Originale:

A Roma i derby fanno storia; chi c’è stato, giura che sono tra le partite più belle in assoluto.
Quando César Gómez ha firmato per passare dal Tenerife all’A.S. Roma, non lo sapeva ancora; soprattutto non poteva sapere che lui stesso sarebbe entrato in “un sogno all’incontrario”.
Sei miliardi di ingaggio, quattro anni di contratto, una sola presenza significativa in campionato: il primo dei quattro derby consecutivi persi dalla Roma contro la Lazio nella stagione ’97-’98.
Nel terreno fertile dell’ironia romanesca, basta e avanza per entrare nel mito; César Gómez è un’allucinazione, una meteora che si mescola con mille altri ricordi, polemiche, meraviglie, e di voce in voce si trasforma.
Dice che un tifoso è andato a Trigoria per fargli l’autografo; che era brasiliano, che l’hanno preso per sbaglio, che giocava nella Lazio; che ha aperto un autosalone sulla Appia. Che non si può pensare a lui senza menzionare Servidei, il secondo difensore centrale in quel derby famigerato, perché “la coppia cià sempre avuto il suo successo dal punto de vista comico”.

César Gómez è stato l’uomo sbagliato al momento sbagliato, ma nel posto giusto, perché solo a Roma poteva diventare una leggenda.
E sul filo di questa leggenda laterale, rimbalzano le bufale, le dichiarazioni d’amore per BrunoConti, per Petruzzi, per Totti che nel cuore è ancora sul campo della Romulea; il fastidio per i codici a barre, le scommesse ufficiali e il calciomercato; l’emozione dei momenti memorabili, della fedeltà indiscussa, della collettività rombante, della partecipazione.

Un romanzo corale – comico, sbracato, epico, appassionato – sulle tragedie, sui fenomeni, sul mito: sul calcio italiano.

All romans all romanists