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Testo a Fronte 60 Autori Vari

  • È stato nel segno di questa affermazione di Berman che il 7 novembre 2018 si è svolta la giornata di studi Tradurre e ritradurre i classici, organizzata con Paolo Grossi, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles che ha ospitato l’evento. L’obiettivo era quello di riflettere ricorrendo in maniera assai parca alle implicazioni teoriche della traduttologia, indubbiamente necessarie nel bagaglio
    culturale di un traduttore, ma comunque subordinate al suo orecchio, strumento essenziale e imprescindibile per cogliere l’eco emanata dal testo. Fare a meno della teoria, non del pensiero, rafforza l’idea che la traduzione letteraria non è un ‘sottogenere’, né tantomeno è assimilabile alla linguistica applicata.1 È invece un contributo critico all’interpretazione del testo. Berman modifica i termini della questione: ai
    concetti usuali di teoria e pratica sostituisce quelli di expérience e réflexion.2 Si è partiti precisamente dall’esperienza e dalla riflessione dei traduttori per indagare alcune questioni cruciali: come si affronta un classico, come si ‘svecchia’ una traduzione che appare datata, come si arriva a tradurre in una lingua contemporanea che dia l’illusione acustica del vintage, che renda cioè il tono
    e il timbro dell’antico con parole moderne, e che colga quanto sussiste di moderno in quel tono e quel timbro antichi. Come sostiene Franca Cavagnoli, «un classico è un oggetto delicato, da maneggiare con grande cura»3 e la sua traduzione «dovrebbe comunicare al lettore di oggi le stesse sensazioni provate dal lettore contemporaneo del testo originario, o se non proprio
    le stesse, qualcosa di molto simile. Dovrebbe cioè comunicargli le difficoltà o l’agio incontrati dal lettore del testo fonte».4 Spesso un classico viene ritradotto per rimediare ad alcune inesattezze, ma è necessario valutare in quale misura quelle imprecisioni incidono nell’economia del testo e ne compromettono l’autenticità e l’intenzione. Più difficile, per il traduttore, è ricreare la voce, «reinventarsi l’innocenza» della scrittura
    dell’autore, mossa «dall’ingenuità, dal bisogno di dire».5 Ricreare una voce è un’assunzione di responsabilità, onere che giustifica il nome del traduttore in copertina. Se questa, in passato, era una pratica adottata quando il traduttore era una personalità di rilievo e fungeva da richiamo per il lettore, oggi sono in molti a ritenerla un privilegio che spetta solo se l’esito è
    lodevole. Eppure a nessuno verrebbe in mente di eliminare il nome di un direttore d’orchestra, di un musicista, se l’interpretazione o l’esecuzione lasciassero a desiderare. La traduzione non si discosta da questo tipo di performance. La sua natura contingente la rende mobile, reinterpretabile. Come afferma Susan Sontag, ogni traduzione, per quanto eccellente, non è mai perfetta: «All translations are sooner
    or later revealed as imperfect and eventually, even in the case of the most exemplary performances, come to be regarded as provisional».6 Nella giornata di studi è anche emerso che la traduzione non corrisponde a un’equivalenza, ma a un cambiamento dell’oggetto traslato, alla capacità di accogliere l’Altro senza snaturarlo, né snaturare la propria identità, in nome dell’hospitalité langagière cara a Paul
    Ricœur.7 Un concetto non lontano dall’idea maturata da Domenico Scarpa osservando l’esperienza di Primo Levi traduttore: «La traduzione non è solo un lavoro umanistico, è un lavoro umano e umanitario che si fa per diminuire la stranezza dello straniero».8 Restringendo la visuale al contenuto di questa sezione, si è pensato di arricchire la riflessione sulla traduzione con brani estrapolati dalla traduzione
    stessa, raccolti in appendice per gentile concessione degli editori. Fungono da prefazione e postfazione ai contributi dei traduttori gli estratti di due saggi: La lingua è un’orchestra. Piccola grammatica italiana per traduttori (e scriventi) di Mariarosa Bricchi (2018) e Oltre abita il silenzio. Tradurre la letteratura (2019), di Enrico Terrinoni, pubblicati entrambi dal Saggiatore. In un caso e nell’altro, si
    tratta di considerazioni scaturite da un rapporto più o meno diretto con la traduzione. Storica della lingua italiana e editor, Mariarosa Bricchi invita a scoprire «quello che grammatica, linguistica del testo, lessicografia, letteratura italiana possono fare per chi scrive, in particolare per i traduttori, e per i loro editor» ma anche, rovesciando la formula, «quello che i traduttori possono fare
    per la grammatica italiana: conoscerla, rispettarla, trasgredirla, forzarne, se opportuno, i limiti […]» e soprattutto «farne un uso non solo corretto o volutamente eslege, ma responsabile». Enrico Terrinoni, che per l’occasione ha lasciato a Fabio Pedone il compito di illustrare il loro Finnegans Wake, avanza l’idea che siamo tutti dei «translating beings, e che la nostra vita è in realtà
    un’infinita e inesorabile traduzione». Il suo saggio – che alle note puntuali preferisce un elenco finale delle opere non per un «segno di sadico cinismo o di pigrizia da parte di chi scrive» ma solo per indurre il lettore a partecipare «in prima persona, forse anche più dell’autore stesso, alla produzione di sensi e connessioni»9 – offre un flusso di
    esperienze convergenti su un principio: tradurre vuol dire «trasportare nella mente altrui qualcosa di pensato da una mente altra e farlo solo per poi riscrivere noi stessi, per ri-immaginare il nostro vissuto potenziale tramite una preziosa e ineffabile scrittura interiore». Viene quasi da pensare a Henri Meschonnic: «Traduire équivaut à être en analyse, et revient moins cher».10 Scorrendo in rassegna i
    contributi, Ilide Carmignani si sofferma sulla traduzione come «esempio di manipolazione del significato condizionato dalle esigenze culturali della società che accoglie il testo».11 La sua nuova traduzione di Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez («Oscar» Mondadori 2017) abbandona le strategie addomesticanti, tipiche degli anni Sessanta, funzionali a una lettura esotizzante, gradita dal pubblico dell’epoca, a beneficio dell’autenticità dell’opera, lasciando
    cogliere al lettore «l’aspetto realistico e anche politico del libro». Un aspetto che stava molto a cuore all’autore: riportarlo alla luce nel cinquantenario di Cien años de soledad gli ha reso l’omaggio migliore, tanto più che la nuova traduzione è valsa a Ilide Carmignani il premio internazionale Vittorio Bodini. Un altro riconoscimento importante, il premio Von Rezzori, ha coronato il
    lavoro di Franca Cavagnoli, che ha ritradotto e curato Il grande Gatsby di Francis S. Fitzgerald (Feltrinelli 2011). Fissando il discorso sulla défaillance e sul kairos, i due cardini su cui ruota il processo di ritraduzione secondo Berman, la traduttrice e scrittrice gioca di sponda con la traduttologia in un perfetto equilibrio tra la réflexion e l’expérience. Le citazioni di
    Berman, Ricœur, Jakobson e via dicendo sono funzionali a illustrare le sue scelte cruciali, a solcare il campo dell’eticità, a ragionare sulla (in)capacità di dare accoglienza all’estraneo, a interrogarsi su una serie di questioni («che succede se, pur sentendone i segni del tempo […] ci rendiamo conto che la traduzione continua a svolgere il suo ruolo di rivelazione e di
    comunicazione dell’opera?»). Franca Cavagnoli mostra come un «narratore esitante» si trasforma in narratore attendibile, come si affronta la perdita, inevitabile, data dal ‘riverbalizzare’ le parole altrui, come si gestiscono le imprecisioni ‘d’autore’ in un romanzo «impregnato di indefinitezza». Quesiti intriganti emergono anche dal «lavoro di traghettamento» dal russo all’italiano di Alessandro Niero, traduttore e curatore del romanzo distopico Noi di Evgenij
    Zamjatin («Oscar» Mondadori 2018), precursore di 1984 di George Orwell e di Brave New World di Aldous Huxley. Niero s’interroga per esempio su come conciliare «l’‘occhio ubbidiente del copista’ chiesto da Zamjatin al traduttore e la sfiducia nella possibilità che il traduttore medesimo possa ‘assumere questo o quello stile’». Dalla sua analisi emerge anche il ‘corpo a corpo’ con il
    testo: «In più casi, infatti, posso dire di aver sentito la mia lingua materna ‘fisicamente’ stridere qua e là al cospetto di tanta compressione, di averla ‘udita’ reclamare un procedere sintattico più disteso». Ultimo tra gli «Oscar» delle nuove traduzioni di classici qui proposte, Finnegans Wake di James Joyce è un’impresa avviata da Mondadori nel 1982 con Luigi Schenoni e
    proseguita e conclusa il 4 maggio 2019 con Enrico Terrinoni e Fabio Pedone, insigniti del premio Annibal Caro 2017 per la traduzione del libro secondo (capitoli 1 e 2). Come ha osservato Elisabetta Risari, responsabile degli «Oscar» dei classici della letteratura, questa «prima traduzione italiana completa […] ha sollecitato presentazioni accademiche, discussioni politiche, performance musicali, esperimenti di traduzione collettiva, seminari
    e workshop, recensioni e seminari online e sulla stampa».12 È un riscontro notevole nell’ottica delle potenzialità della traduzione letteraria che, proiettata sul versante della riproducibilità delle forme espressive, può divenire a sua volta testo fonte, capace di generare varianti fruibili da un pubblico disparato. Nel suo ambito specifico, Fabio Pedone ha mostrato come «si declina l’ossessione del ritorno» a partire
    da quel «rumore di mondo da cui Joyce non si difende ma che ingloba sulla pagina, con tutta la sua sfrenata totalità sia alta che ‘ignobile’», portando «alla massima espressione il proprio genio del riuso». Una genialità non meno dirompente distingue Hugo Claus, artista belga contemporaneo alla cui opera si è dedicato Franco Paris nell’unica esperienza di traduzione poetica di questa
    sezione. Romanziere e poeta di espressione nederlandese, ma anche pittore, regista, musicista, Claus ha emozionato anche nella morte. Affetto da Alzheimer, ha predisposto la propria eutanasia nel 2008, a ottantatré anni. Nel suo ultimo pranzo ha scandito il verso di una canzone di Lou Reed, «It’s a perfect day», e la sera, andando al cinema per vedere Paris, di Cédric
    Klapisch, dopo una corsa affannosa per prendere il tram, ha commentato con la moglie: «C’est fou, on court pour un tram et demain je ne serai plus là».13 Nel tradurre la lirica Visio Tondalis, Franco Paris ne ha colto la «densità intertestuale» notando che le «visioni di Dante e di Bosch, i dialoghi tra l’a-verbalità allucinata della pittura e le
    gestualità talvolta ai limiti del viscerale del Canto XIII e di Visio Tondalis da un lato spingono Claus verso un percorso a ritroso, verso le lacerazioni dell’infanzia, dall’altro lo scaraventano nell’inferno novecentesco immanente alla realtà contemporanea». Echi danteschi e rinvii intertestuali si rincorrono anche in Moneta del sogno di Marguerite Yourcenar, ritradotto e curato per Bompiani da chi scrive queste pagine.
    È un romanzo anomalo, l’unico in cui l’autrice di Memorie di Adriano si sia posta davanti all’attualità senza lo schermo del passato. Tra le peculiarità della nuova traduzione del 2017, il proposito di ricollocare l’opera nel suo tempo – Roma nel 1933, in pieno fascismo –, di restituire la voce dei personaggi e di rivelare una Yourcenar inedita. I contributi raccolti
    confermano che la traduzione non può rinunciare al pensiero e convive efficacemente con quelle problematiche della traduttologia che non veicolano concetti astratti ma implicano l’esperienza. Esperienza che può a sua volta innescare riflessioni proficue. A chi studia i processi traduttivi senza essere direttamente implicato, spesso sfugge che una traduzione è l’esito di un lavoro a cui contribuiscono il revisore e
    l’editore. Nei classici, per esempio, si tende spesso a «mitigare la scrittura ruvida, scabra, di certi autori ricorrendo all’esplicitazione, all’espansione o alla chiarificazione».14 Sfatata l’idea della traduzione come «sottoprodotto letterario»,15 una considerazione di Franca Cavagnoli meriterebbe un’accurata, urgente disamina: «Chi traduce, o rivede, non osa fare ciò che invece l’autore ha osato fare». Desidero ringraziare innanzitutto Paolo Grossi, senza il quale
    la giornata di studi Tradurre e ritradurre i classici non sarebbe esistita, né ovviamente i contributi qui raccolti. Questa pubblicazione coincide con il termine del suo mandato come direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles. Da luglio 2014 a settembre 2019, Paolo Grossi ha messo la sua preziosa competenza a profitto e al servizio degli abitanti di Bruxelles e del
    Belgio. Con il suo operato, ha tradotto in una lingua intelligibile tre parole elementari, ma il cui significato non è sempre chiaro per chi vive all’estero: Istituto Italiano di Cultura. Da docente e studiosa, ma soprattutto da cittadina italiana, gliene sono profondamente grata. Vorrei anche ringraziare Mariarosa Bricchi, Ilide Carmignani, Franca Cavagnoli, Alessandro Niero, Franco Paris, Fabio Pedone, Enrico Terrinoni per
    la cura dedicata alla nostra riflessione, e Paolo Giovannetti e Filippo Pennacchio per la preziosa collaborazione.

    “Dietro ogni libro tradotto c’è un traduttore. Cita sempre il suo nome, rispetterai un suo diritto”

    Testo a Fronte 60

  • Autore: Autori Vari
  • Genere:
  • Collane:
  • Data Pubblicazione: 4/12/2019
  • Numero di pagine: 264
  • Codice EAN: 9788871689593
  • Prezzo di listino: 25 €
  • Lingua Originale:

Tradurre e ritradurre i classici.

Stefania Ricciardi
Introduzione

Mariarosa Bricchi
Tradurre, e la grammatica

Ilide Carmignani
Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez cinquant’anni dopo

Franca Cavagnoli
Il fascino discreto dell’indefinitezza
nella nuova traduzione del Grande Gatsby

Alessandro Niero
Verso la classicizzazione: Noi di Evgenij Zamjatin

Franco Paris
La catabasi dell’uomo moderno. Tradurre l’intertestualità di Hugo Claus

Fabio Pedone
I fantasmi di Joyce: o del Finnegans Wake come revenant

Stefania Ricciardi
Moneta del sogno di Marguerite Yourcenar. Le ragioni di un restyling

Enrico Terrinoni
Tradurre noi stessi

Appendice

Nicola Verderame
“Le smanie per la carrozza”: l’esterofilia ottomana in traduzione italiana

Rosa Lombardi
La poesia popolare taiwanese
fra tradizione e modernità:
il caso di Xi Murong e la sua ricezione
a Taiwan e in Cina

Nahid Norozi
I primi versi di Forugh Farrokhzad,
poetessa persiana del XX secolo

La caccia spirituale. Il pastiche rimbaldiano di Akakia-Viala
e Nicolas Bataille in italiano
a cura di Ornella Tajani

André Pieyre de Mandiargues
Poesie
a cura di Andrea Breda Minello

Marianne Gruber
Podium Porträt 45 – Poesie
a cura di Riccarda Novello

Emanuel Stelzer
Le meraviglie del Peak di Thomas Hobbes
e Sei mai stato nel Derbyshire?
di Richard Andrews

Sette poeti inglesi e irlandesi
traduzione di Paolo Febbraro

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  • Stefania Ricciardi