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Testo a fronte 56 Autori Vari

  • Globalizzazione, europeizzazione e migrazione hanno scosso profondamente gli equilibri all’interno del crogiuolo delle lingue europee, prospettando nuovi scenari per il futuro del sistema linguistico europeo. Ciò ha animato accesi dibattiti attorno alla questione della lingua e alla necessità di adeguate politiche linguistiche che sappiano far fronte ai cambiamenti in atto e che siano in grado di difendere l’inestimabile patrimonio rappresentato
    dalla varietà delle lingue d’Europa. Queste vengono menzionate nei testi costitutivi come fondamento dell’identità europea e simbolo dell’aspirazione all’unità nella molteplicità. Regolamenti, risoluzioni e raccomandazioni hanno delineato negli anni i tratti di una politica linguistica che pone tra i suoi obbiettivi la promozione del plurilinguismo, l’integrazione linguistica e il conferimento di pari dignità alle lingue parlate in Europa, come presupposti
    per un’unificazione più ampia nel campo delle finanze, della politica, della difesa. Plurilinguismo e giustizia linguistica rischiano però di rimanere relegati in una sfera ideale, poiché nella gestione concreta di questa straordinaria molteplicità di lingue sembrano consolidarsi abitudini e atteggiamenti diversi. Si tende infatti a trascurare le lingue meno diffuse a favore di poche lingue procedurali già molto affermate e
    forti, prima fra tutte l’inglese. Il desiderio diffuso di padroneggiare questa lingua, che sempre più si prospetta come una necessità se non si vuole rimanere esclusi da una comunicazione a livello internazionale, spesso ha ben poco a che fare con l’interesse per la cultura a essa legata, mentre rivela al contrario una stretta connessione con strategie ed equilibri economici e
    politici. L’inglese infatti si offre sempre più come semplice lingua veicolare, una sorta di lingua franca, che finisce per farsi strumento ed espressione dei processi di globalizzazione che regolano l’attuale sviluppo della società internazionale. Molte voci, da paesi diversi, in lingue diverse, hanno portato la loro attenzione su questo aspetto assai delicato e contraddittorio. A fronte di parole entusiastiche espresse
    a favore della pari dignità linguistica e dell’importanza di salvaguardare il ricco patrimonio delle lingue europee, si lascia spazio ad azioni e atteggiamenti che invece di facilitare la realizzazione di un vero plurilinguismo, rappresentano una minaccia non solo per la straordinaria varietà delle lingue d’Europa, ma anche per le diverse culture di cui esse sono espressione, appunto voce. Tra queste
    si è sollevata con decisione quella di Jürgen Trabant che nel suo saggio Globalese o cosa? Un’arringa per le lingue d’Europa conduce un’analisi attenta e appassionata sull’attuale status delle lingue europee e su tendenze e direttive attuali in materia di politica linguistica comunitaria. Il suo discorso si sofferma in particolar modo sul tipo di valore attribuito oggi alle lingue d’Europa
    e insieme sul futuro di decadimento e oblio a cui potrebbero andare incontro, almeno alcune di esse, in assenza di strategie comuni e lungimiranti che ne preservino attraverso interventi concreti la dignità, l’efficacia, la vitalità. La macchina della Comunità Europea di per sé offre già strumenti di conservazione per le lingue nelle forme organizzative dell’amministrazione, della stampa, della politica, della
    giustizia, della formazione scolastica, per le quali vengono utilizzate le diverse lingue ufficiali. Bruxelles è dunque un luogo in cui le lingue “devono essere rispettate”. Carte e raccomandazioni si preoccupano ad esempio della protezione delle minoranze linguistiche. Inoltre enormi costi vengono sostenuti per assicurare servizi di traduzione e interpretariato, visto che ogni cittadino europeo ha diritto a rivolgersi alle istituzioni
    e ad avere risposta nella propria lingua. Tutto dunque sembra finalizzato a favorire la sopravvivenza e lo sviluppo fiorente delle diverse lingue. Eppure, secondo le osservazioni di Trabant, esse vengono percepite sempre più come un ostacolo alla comunicazione, a causa di una diffusa concezione di matrice essenzialmente utilitaristica che convoglia l’attenzione sulla sola funzione comunicativa. Questa viene svolta con efficacia
    dall’inglese, che si afferma però principalmente come strumento di comunicazione globale: come globalese. L’adozione dell’inglese come lingua principale per gli scambi si basa del resto su motivi economici e di utilità, ben distanti dalla volontà di affermare tramite una lingua unitaria un ideale senso di identificazione e appartenenza a una comunità europea, segnale questo, tra i tanti, di come sia
    debole il proposito che l’Europa diventi davvero unita al di sopra degli Stati nazionali. Non è facile dire quante lingue vengano parlate oggi in Europa, è già complesso definire con esattezza cosa appartiene all’Europa dal punto di vista culturale, geografico, politico. Trabant menziona ad esempio il problema delle minoranze linguistiche e delle lingue non ufficiali, a cui si uniscono
    quelle dei migranti che sempre più numerosi giungono da ogni parte del mondo e che sono anch’essi parte viva dell’Europa, come lo sono stati in passato, tanto che la ripartizione dei popoli e delle lingue, e la geografia culturale europea così come appaiono oggi possono dirsi risultato di ondate migratorie secolari. Il sistema delle lingue è dunque vitale e sempre
    in fermento. Ciononostante, e a dispetto di tante lodi ufficiali al plurilinguismo, l’inglese globale si diffonde in maniera crescente instaurando una sorta di monolinguismo. Politici e personale di Bruxelles si servono sempre più di questa lingua, ottenendo così un evidente guadagno comunicativo ed economico. Inoltre molti Stati europei, soprattutto quelli del Nord Europa, tra cui la Germania in prima linea,
    promuovono da tempo politiche di unificazione linguistica che potranno avere, o forse hanno già avuto, notevoli e spiacevoli conseguenze per le lingue d’Europa. L’inglese, affermatosi da tempo in ambito scientifico ed economico, inizia ora a farsi strada anche nelle scienze politiche e sociali e nella filosofia, soppiantando così le lingue nazionali anche nell’alta funzione di lingue di ricerca e di
    studio. In questo modo rischia seriamente di venir meno l’interesse per lo studio di quelle lingue in cui saggi e studi sono stati finora prodotti, e si rischia altresì di spezzare una linea di continuità con la ricerca dei secoli precedenti, con la precedente evoluzione dello spirito e del pensiero. Trabant vede come conseguenza di questi processi il possibile arretramento
    della maggior parte delle lingue europee a uno stato vernacolare, fuori dal quale esse si sono tratte con successo, e fatica, a partire dal XVI secolo. Proprio questo percorso evolutivo viene ripercorso a grandi linee, mettendo in evidenza i suoi intrecci con quello storico e politico europeo. Le lingue si rivelano così grandi protagoniste di importanti processi e stravolgimenti politici
    e sociali, vettori straordinari della storia d’Europa. In questa ricostruzione Trabant non dimentica di analizzare il ruolo decisivo svolto dalla lingua nel momento di cambiamento radicale determinato dalla Rivoluzione francese e dai conseguenti processi di unificazione e sviluppo della Nazione, per il cui compimento fu ritenuto necessario realizzare l’unità linguistica. L’attenzione si sposta poi sulla trasformazione subita nei secoli dalla
    cultura latina, fino all’affermazione delle diverse lingue volgari, che hanno comunque conservato in sé la cultura latina propagandola fino a oggi. Tutte le letterature europee ad esempio fanno riferimento alla Bibbia (per la maggior parte tramandata in latino), così come i filosofi si rifanno alla filosofia antica, i giuristi al diritto latino: le lingue popolari europee hanno dunque ereditato questa
    cultura e le hanno dato “nuova voce” pur mantenendone la nota fondamentale originaria. Derivando dalla stessa fonte esse rimangono in contatto, “si sfiorano intimamente in un continuo ascoltarsi e leggersi vicendevolmente. […] tutti leggono cosa hanno creato gli italiani, i tedeschi leggono i francesi, gli italiani, gli spagnoli, gli inglesi, gli italiani leggono i francesi, tutta l’Europa legge Shakespeare e
    poi Tolstoj e Kafka”. L’Europa traduce se stessa, traduce gli antichi e si traduce da lingua a lingua, in virtù di un sentimento di comunanza tutto europeo, mai venuto meno. È con entusiasmo che Trabant citando Umberto Eco dichiara la traduzione come vera lingua d’Europa. Proprio la continuità con il passato letterario, culturale e politico mette in luce una delle
    funzioni essenziali delle lingue, che rendono di fondamentale importanza la loro preservazione e valorizzazione: Le lingue europee e i testi scritti in esse sono dunque niente meno che i luoghi di memoria centrali, più esattamente: i luoghi della memoria d’Europa, i lieux de la mémoire de l’Europe. In essi si sedimenta tanto l’eredità comune quanto anche la peculiarità di ciascuna
    voce. Nelle voci diverse, nei suoni, nelle variazioni melodiche, si conserva dunque il passato culturale e storico di un continente. L’Europa è chiamata a interrogarsi su quanto le trasformazioni in atto nell’universo linguistico europeo possano danneggiare questa eredità. L’affermazione di una nuova lingua comune egemone, rispetto alla storia culturale del passato, pone infatti nuovamente la questione della lingua. Non si
    tratta di decidere quale lingua, ma essenzialmente fin dove essa può spingersi. Attraverso queste riflessioni Trabant giunge a prefigurare lo scenario radicale che deriverebbe dalla totale unificazione linguistica dell’Europa: le singole lingue verrebbero abbandonate, dalle scienze, dall’economia e dalla cultura; nelle sfere sociali e culturali tutto ciò che è importante verrebbe sbrigato in inglese; per le lingue popolari si realizzerebbe
    un processo di vernacolarizzazione, il ritorno a una diglossia di tipo medievale che comporterebbe una rinuncia ad esse a favore della nuova lingua alta. La conseguenza più grave sarebbe però una sorta di omologazione dello sguardo, del modo di vedere e esprimere il mondo (strettamente connessi alla lingua), l’annullamento di diversità culturali, di mondi testuali molteplici e interi bagagli di
    conoscenza, che ogni lingua contiene, preserva, esprime. L’alternativa non è non usare più l’inglese come lingua veicolare: “la questione è piuttosto, se possa essere trovata una ripartizione funzionale tra l’inglese e le altre lingue che non distrugga le lingue europee”. Un esempio di tale ripartizione è rappresentato dalla formula M+2, che indica un’ideale ed equilibrata composizione delle risorse linguistiche che
    ogni cittadino europeo dovrebbe possedere. In essa compaiono: la lingua madre, dunque la lingua culturale nazionale; l’inglese, come mezzo tecnico che mette in comunicazione l’Europa e il resto del mondo, con una riduzione funzionale però che potrebbe servire a mitigarne la forza glottofaga, e infine una terza lingua, che consapevolmente e liberamente si sceglie di imparare per intima affinità, spinti
    da uno slancio verso la cultura di cui è voce, dal desiderio di sperimentare gli strumenti di comprensione che offre e le sue vie di accesso alla realtà, per provare in alcuni tratti a camminare con lo stesso passo, a orientarsi con la stessa bussola dei suoi parlanti. Trabant non a caso dedica il suo libro al francese: “à ma
    langue fraternelle”. Una formazione linguistica basata su questa formula favorirebbe l’affermazione di un’identità europea realmente condivisa e radicata: l’apprendimento di una seconda lingua straniera diventa infatti esercizio di conoscenza e comprensione dell’altro a partire da una posizione paritaria, che insegna a indirizzare lo sguardo verso l’altro secondo una direzione “orizzontale”. Il discorso può apparire sentimentale, ma è proprio il “cuore”
    che Trabant vuole riabilitare, la lingua del cuore affianco a quella della testa. L’amore per la propria lingua è da preservare come elemento di una vivacità intellettuale che conduce a un auspicabile equilibrio: “tra cuore linguistico e testa linguistica”. La risposta dell’Europa alla questione linguistica dovrebbe dunque essere il riconoscimento reale e sentito della “meravigliosa varietà” delle operazioni dello spirito
    umano di cui parla Leibniz: ciò vuol dire non pensare più le lingue come ostacolo ma come strumenti cognitivi essenziali per la comprensione del mondo, che nella loro differenza si compongono insieme a rappresentare il pensiero dell’umanità. Una prospettiva decisamente contraria a quella globalizzante che invece azzera le differenze storico culturali a favore di valori universalistici.

    “Dietro ogni libro tradotto c’è un traduttore. Cita sempre il suo nome, rispetterai un suo diritto”.

    Testo a fronte 56

  • Autore: Autori Vari
  • Genere:
  • Collane:
  • Data Pubblicazione: 20/07/2017
  • Numero di pagine: 192
  • Codice EAN: 9788871688060
  • Prezzo di listino: 25 €
  • Lingua Originale:

TESTO A FRONTE 56
Plurilinguismo nell’Europa unita; Sulla traducibilità di uno scienziato: il caso di Lotman; La distanza nella traduzione: I promessi sposi in inglese; Calvino e le fatiche della traduzione

 

Jürgen Trabant
Plurilinguismo nell’Europa unita. Really?
a cura di Francesca Zimarri

Peeter Torop
Sulla traducibilità di uno scienziato: il caso di Lotman
traduzione di Bruno Osimo

Antonio Lavieri
Traduire l’événement mescalinien. Un avant-texte inédit de Bona de Mandiargues

Rosella Mallardi
Sul controllo della distanza in traduzione. I promessi sposi in inglese: le due versioni “gemelle” del 1834 e il trasferimento di padre Cristoforo

Piero Sorrentino
Solo al 45%. Calvino e le fatiche della traduzione

Stephane Mallarmé
Il Fauno
versione italiana di Lorenzo Carlucci

Peter Balakian
da Ozone Journal
traduzioni di Alberto Comparini

Wendell Berry
La terra del matrimonio
a cura di Marco Corsi

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