Testo a fronte 54 Autori Vari

  • La scena della traduzione è come la scena del crimine: porta con sé una teatralità ricorrente e ancestrale, nella quale si distinguono attori, personaggi, costumi, luci e fondali che interagiscono ambiguamente davanti a uno spettatore/lettore, e che di volta in volta configurano quella messa in scena come unica e irripetibile, come necessaria e impossibile, come viva eppure morta e, soprattutto,
    con l’urgenza di una decodifica, cioè del disvelamento del colpevole e delle colpe. In questa scaena criminis si verifica sempre un omicidio o più di un omicidio ovvero c’è sempre un assassino (traditore) o più di un assassino: l’assassinio può essere più o meno consapevole, l’omicida può essere recidivo o ignaro, talora il detective e l’omicida possono coincidere come nella
    migliore tradizione edipica. Ma l’atto interpretativo ovvero l’intenzione ermeneutica che viene messa in opera prima della traduzione, quindi durante e poi dopo, è concretamente un atto della semiosi teatrale con mittenti e destinatari, presenti e assenti, che devono essere interrogati, arrestati, rilasciati ovvero condannati a morte, alla tortura, al rogo o all’esilio a seconda delle condizioni storiche e geografiche, cioè
    del tempo e dello spazio in cui si manifesta lo scelus vertendi. La complessità è dunque il portato di ogni atto traduttivo e la risoluzione dell’enigma e degli enigmi passa necessariamente per una serie di approssimazioni, di tentativi, di fallimenti o di parziali conquiste che fanno del processo della traduzione uno dei processi fondanti della comunicazione umana e nello specifico
    il modus operandi di quella figura, lungamente vilipesa e deliberatamente messa da parte, che è il traduttore, oggi sempre più riabilitato e addirittura assurto al rango di autore, di voce originale, di veicolo principale della tradizione culturale intesa in senso dinamico e non di traditore di un’origine, data una volta per sempre, e intesa in senso statico. C’è poi un
    altro aspetto che connette la scena ovvero le scene della traduzione con la teatralità, e di nuovo con la scena di un crimine, ed è quello del travestimento: si può affermare, senza timore di esser smentiti, che, alle differenti latitudini spazio-temporali nelle quali la teatralità ha trovato una forma espressiva dentro una serie di convenzioni e di codici, uno dei
    segni della riconoscibilità della finzione scenica passi per il camuffamento, il mascheramento, il travestimento che proiettano immediatamente la quotidianità e la normalità della vita sul piano della metamorfosi, del mutamento d’identità, dell’assunzione dell’altro da sé all’interno di sé per un pubblico. Ogni volta che si attende ad una traduzione, la voce che parla nel nuovo orizzonte linguistico e culturale è
    sempre, inevitabilmente, en travestie, parla come se fosse un’altra voce, di un altro mondo, ma echeggia parvenze e movenze di voci e espressioni di questo mondo, si configura in realtà come una Zwischenwelt o Zwischenstimme, un intermondo o un’intervoce, un tertium che non è più quello e che non è ancora questo. Non solo: quella voce che si camuffa delle
    vesti(gia) di un’altra è insieme idioletto e socioletto e dunque allude nostalgicamente a quello che non c’è più e prospetta utopisticamente quello che potrebbe essere, soggettivamente e intersoggettivamente. È perciò la voce di un fantasma, di uno spettro, di un’impossibile metempsicosi che non si dà mai concretamente, ma a cui non si può non tendere idealmente. È la voce di
    un morto travestita da quella di un vivo, di un trucidato che ritorna a dire la sua battuta di sempre, la sua frase incancellabile che non si vuole più sentire e che non si può fare a meno di risentire: come quella del fantasma del padre nell’Amleto di Shakespeare o come le parole del Padre ne I sei personaggi di
    Pirandello che lo inchiodano per sempre al suo crimine sfiorato, al suo incesto mancato. C’è sempre una maschera(ta) dietro e davanti a un traduttore, c’è sempre una maschera(ta) dietro e davanti a un delitto. E quando si dice travestimento si dice gioco: non si dà teatro fuori da una dimensione ludica che viva come autentico ed addirittura emozionante il paradosso
    del come se. Ma che vuol dire “come se”? Il gioco della traduzione come quello del teatro si propone a tutti gli effetti come gioco in quanto è soggetto a regole e a codici e solo in quanto esistono e sono date, queste regole del gioco, possono essere trasgredite, mitigate, riaggiustate in corso d’opera e determinare il divertimento, la verità
    del divertimento di ogni gesto ludico, sia esso teatrale o traduttivo. Con divertimento intendo, ovviamente, non solo la risata catartica, ma la possibilità di ‘di-vergere’ dalla quotidianità per accedere ad uno spazio e ad un tempo altri che sono quelli della re-cita, della re-citazione, dell’azione-parola che ne cita un’altra per inverarsi. La traduzione è re-cita ovvero re-citazione come lo è
    il teatro in un’ottica eminentemente ludica, cioè di spassionata gratuità e di urgenza comunicativa che cerchi l’uscita dal sé e il viaggio verso l’Altro come abbandono faticoso e inesausto della solitudine e del narcisismo. L’attitudine al gioco si presenta dunque come la possibilità del confronto con regole e codici anche quando il gioco è solitario, anche quando all’apparenza non c’è
    fisicamente nessuno a condividere in praesentia le avversità e le soluzioni dell’avventura ludica: se la scena della traduzione sembra un monologo, in realtà non è mai meno di un dialogo e molto spesso questo dialogo moltiplica i suoi interlocutori sottoponendosi non solo all’intenzione dell’autore, ma alle attenzioni interiorizzate del fruitore, del suo tempo e delle sue abitudini, spesso coincidenti con
    quelle del traduttore e irriducibili a quelle dell’autore, ovvero target-oriented e non source-oriented come amano dire le teorie della ricezione oltre che della traduzione. Un caso particolare e paradigmatico in questa cornice è rappresentato proprio dalla traduzione del teatro, vera e propria mise en abyme del processo sopra descritto, cioè germinazione infinita e complicazione molteplice della re-cita, data la natura
    orale/aurale della comunicazione teatrale che non conclude la sua vicenda sulla pagina scritta, ma che dalla pagina scritta prende le mosse per un viaggio ulteriore e definitivo nel campo della performance: from page to stage. Proprio per questo, lo studio della traduzione teatrale o della cosiddetta transformance, così trascurato nel fiorire di studi sulla traduzione degli ultimi decenni e oggettivamente
    frustrante per molti versi, può letteralmente sollevare il sipario su una serie di questioni che ricadono nella sfera della traduzione della poesia, della narrativa e persino di testi tecnici e gergali, nonché della traduzione simultanea o consecutiva che necessitano della declinazione chomskyana di langue/parole nei termini di competence/performance dell’oralità. - Giovanni Greco

    "Dietro ogni libro tradotto c'è un traduttore. Cita sempre il suo nome, rispetterai un suo diritto."

    Testo a fronte 54

  • Autore: Autori Vari
  • Genere:
  • Collane:
  • Data Pubblicazione: 28/07/2016
  • Numero di pagine: 224
  • Codice EAN: 9788871687599
  • Prezzo di listino: 25 €
  • Lingua Originale:

TESTO A FRONTE 54
IL SEGNO TRADOTTO. Idee, immagini, parole in transito
a cura di Simone Celani, Francesco Fava, Marco Ramazzotti

 

I –I SEGNI DI BABELE
Valerio Magrelli
Problemi e poemi. La traduzione come aggregato sfarfallante

Marco Ramazzotti
Archeologia e traduzione. Prolegomena alla meccanografia e alla simulazione artificiale del sema

Maria Giovanna Biga
Traduzione, trasmissione culturale, tradizione nella Mesopotamia e nella Siria preclassiche

Antonella Sbrilli
Dalla pittura, il racconto. Note su Marisa Volpi fra storia dell’arte e narrativa

Giovanni Greco
Il teatro della traduzione. Attori e personaggi sulla scena del tradurre

Angela Albanese
Una nuova metamorfosi del Cunto di Basile: Il Racconto dei Racconti di Matteo Garrone

Simone Celani
Tradurre la storia in letteratura e l’oralità in scrittura: Ualalapi di Ungulani Ba Ka Khosa

II – Le lingue di Babele
Tim Parks
Tradurre lo Zibaldone

Edoardo Zuccato
Si parva licet: lingue minori, traduzione e world literature

Bruno Berni
L’identità, la finzione e la sofferenza produttiva della lingua: tradurre Yahya Hassan

Franco Nasi
Vincoli, svincoli e inversioni di marcia: sulla traduzione di poesie per l’infanzia

Eleonora Gallitelli
La traduzione come atto di coraggio: Pavese e Vittorini alle prese con i forbidden wordsymbols di Faulkner

Francesco Fava
“Un no sé qué que quedan balbuciendo”: l’inesprimibile, l’intraducibile

Camilla Diez
Una cavalcata lunga due secoli: (ri)tradurre I tre moschettieri di Alexandre Dumas

Franco Buffoni
La centralità della componente ritmica

Chatsuni Sinthusing e Paolo Euron
La traduzione dei libri italiani in Thailandia

QUADERNO DI TRADUZIONI

RECENSIONI

SEGNALAZIONI

  • Simone Celani
  • Francesco Fava
  • Marco Ramazzotti