Se Dio fosse una donna – SuperTex Leon De Winter

  • Lo studio della dottoressa Jansen si trovava all’ultimo piano di un condominio all’angolo fra l’Apollolaan e l’Olympiaplein. Nella piazza, cintata, c’erano diversi campi sportivi coperti da bei tappeti d’erba, dai quali, qualche ora più tardi, sarebbero salite fino alle grandi finestre dello studio le grida degli sportivi del sabato esausti. La stanza era luminosa, un logoro tappeto persiano copriva parte
    del parquet, sul tavolo, una vecchia scrivania d’acciaio con un sottomano di gomma nera, che faceva pensare a un mobile per ufficio in una caserma, poggiava una semplice lampada bianca dei grandi magazzini Hema ed entrando vidi, dietro la scrivania, una sedia da ufficio spelacchiata. Il lettino stava accanto alla finestra. Era un divano largo, sul quale ci si poteva
    sdraiare comodamente in due, coperto da uno spesso plaid di lana. Una volta, l’anno prima, l’avevo spostato, per appurare che nel punto in cui i pazienti afflitti da nevrosi e traumi – e pertanto dalla dottoressa chiamati clienti – agitavano nervosamente il sedere, c’era un grosso buco pieno di paglia secca. Stando disteso sulla coperta lo sentivi e ti dava
    l’impressione che la dottoressa Jansen avesse ordinato il divano proprio così, con quella grande bocca spalancata. Il buco era in collegamento diretto con la fogna, attraverso la quale le schifezze dell’anima, passando per l’intestino, venivano trasportate verso profondità invisibili. Il trono della psicanalista, situato accanto al divano, era una poltrona alta di pelle marrone, dai braccioli consunti. Dove lei poggiava
    la testa la pelle era diventata lucida e nera. «Si sieda, signor Breslauer» disse. Se Dio fosse una donna avrebbe la voce della dottoressa Jansen, psicanalista in Amsterdam. Aveva all’incirca settant’anni e la figura tozza di una persona che, con l’avanzare dell’età, si era rimpicciolita: non misurava più di un metro e cinquantacinque. Nel corso dell’anno in cui avevo evitato
    il suo lettino, anche le ultime ciocche brune della sua chioma folta e crespa si erano fatte candide. I suoi grandi occhi castani ti guardavano limpidi e senza pietà dal viso magro, in cui spiccava un naso pronunciato. In passato nelle vene della sua famiglia si era insinuato un po’ di sangue mediterraneo, conferendo alla fisionomia degli Jansen tratti esotici.
    Non era ebrea. Per questo mi ero rivolto a lei la prima volta. Non volevo un terapeuta ebreo. Mi sedetti sul divano. Lei prese un foglio dalla scrivania e, come un bambino, si issò sul cuscino della poltrona. Appoggiò il modulo sulle gambe accavallate e leggermente staccate dal pavimento. Una ragazzina di undici anni nel corpo di una settantenne. Dalle
    scarpette piatte e nere, al massimo del trentaquattro, spuntavano due caviglie scheletriche. Indossava una gonna grigia, che le arrivava fino a metà polpaccio, e un golfino di lana sopra una camicia di seta con il colletto largo. Fuori moda ma di una qualità eterna. «Sono contento che abbia trovato un po’ di tempo per me, dottoressa». «Il cliente è sovrano»
    sorrise lei, esaminando il foglio. «Ho fatto un rapido riassunto delle sue sedute dell’anno scorso. Non sono molte, solo quattro. Ha interrotto la terapia dopo la morte di suo padre». «Sì». «E oggi, all’improvviso mi telefona dicendo di avere urgente bisogno di aiuto e sborsa un capitale per poter venire qui». «I soldi non mi interessano». «Davvero?» Mi lanciò un’occhiata
    penetrante, mettendo subito in chiaro che avrebbe punito immediatamente qualsiasi mia sbruffonata. «Non in questo momento» mi corressi come uno scolaro diligente. «Non ha dormito questa notte?» «Perché me lo chiede?» «Ha l’aria di uno che non ha chiuso occhio». «Non ho fatto la doccia. Ma ho dormito bene». La dottoressa Jansen annuì e sbatté le palpebre. Ricordavo che lo
    faceva sempre quando si concentrava. «Come vanno gli affari?» «Molto bene. Ci sono alti e bassi, naturalmente, ma come in tutte le attività. Anche lei avrà dei periodi morti, ogni tanto». «No, in questo campo non ce ne sono. La psiche umana non va mai in vacanza». «Il portafogli della gente a volte sì. Ma non posso lamentarmi». «La salute
    come va?» «Be’, lo vede anche lei. Ho almeno venticinque chili di troppo. Tutti concentrati sulla vita e attorno alla faccia. Le gambe sono abbastanza normali, le braccia anche, ma è come se attorno ai fianchi avessi un salvagente». «Sì, lei è sovrappeso. Attacchi di fame?» Me lo domandò nello stesso modo impersonale con cui un medico chiede a un
    paziente se va di corpo. «Sono capace di non toccare cibo per un giorno intero e poi, tutto in una volta, mi ingozzo fino a star male». «Altri sintomi? affanno? tachicardia?» «Mi faccio visitare una volta all’anno e il dottore dice che va tutto bene, a parte il peso». «Le ha consigliato una dieta?» «Più di una volta, ma non funziona».
    «Perché?» La dottoressa teneva la testa leggermente inclinata e mi guardava con un sorriso triste. «Dopo una settimana mi sembra di diventare matto e allora smetto». Quelle mie parole confuse si sbriciolarono da qualche parte dietro i suoi occhi e lei sbatté le palpebre. Diede un’occhiata ai suoi appunti. «E l’amore?» Mi fece quella domanda con il tono più casuale
    possibile, senza guardarmi. «È un po’ che sto con la stessa donna». «Felice?» «Che cosa intende?» «L’altra volta era venuto da me perché aveva un problema». «Si è risolto dopo la morte di mio padre». «Cioè?» «Be’, non voglio dire che la mattina dopo il funerale mi sono svegliato con un’erezione, se posso esprimermi così, ma il problema è scomparso».
    «Si esprima come vuole. Subito?» «No, non il giorno dopo. Ma si è sistemato tutto da sé. Un giorno quel problema non c’era più». Lei annuì, dandomi la sensazione di capire ben più di me, e con una matita dura prese un breve appunto. Sentii la punta della mina sfregare sul foglio. «Sua madre è ancora viva?» «Sì, fortunatamente sì».
    «Sta bene?» «Come non mai». «È ancora in gamba?» «Cucina da sola e fa la spesa. Certo, ha una domestica e una donna per i mestieri pesanti, ma per il resto è piena di vita». «E suo fratello?» Il mio cuore accelerò e negli occhi mi passò un lampo – di paura, di vergogna, di invidia? – che non sfuggì
    alla dottoressa. Come poteva? Mi fissava pronta a cogliere il minimo tremito delle mie labbra, in attesa di una risposta. «In questo momento mio fratello vive a Casablanca». «A Casablanca? Perché?» «Già, perché? Lei lo sa?» «Per ragioni di lavoro?» «No». La dottoressa Jansen tacque e nei secondi che seguirono avrei potuto chiarire la mia risposta. Ma non ero pronto.
    La storia di mio fratello esigeva preparazione. «Allora?» domandò lei quando capì che sarei rimasto zitto. «È proprio questo il problema» dissi. «Parte del problema». «Quale problema?» «Quello per cui sono qui». «Gli è successo qualcosa? Una disgrazia?» «No, no…» «Al telefono lei mi ha parlato di un’emergenza». «Be’ sì, è più o meno così». «Ha a che vedere con
    suo fratello?» «…Diciamo che se lui non fosse partito per Casablanca io forse non sarei qui». «Senta…» Da dove dovevo cominciare? La mia era una lunga storia. Lunga e pazzesca. «Forse dovrei iniziare da quello che è successo questa mattina».

    "L’unica vera causa della sua morte era ovviamente un’altra: era morto perché era nato."

    Leon De Winter Se Dio fosse una donna – Super...

  • Autore: Leon De Winter
  • Genere:
  • Collane:
  • Titolo Originale: SuperTex
  • Data Pubblicazione: 1/03/2018
  • Numero di pagine: 272
  • Codice EAN: 9788871688114
  • Prezzo di listino: 18 €
  • Lingua Originale:

In uscita il 1/03/18

Max si stende sul lettino della dottoressa Jansen, e inizia l’avventura: un viaggio nella vita e nella mente di un uomo che fa i conti con un padre troppo vincente e la sua ingombrante eredità.


 Se Dio fosse una donna, avrebbe la voce della dottoressa Jansen, psicanalista in Amsterdam.

Amsterdam, alba di un sabato.
Max, trentasei anni, erede della florida SuperTex, sfreccia con la sua Porsche fiammante.
Grasso, borioso, decisamente incazzoso, ha appena litigato con la fidanzata, licenziato la segretaria, saputo che una partita di vestiti in lavorazione a Taiwan non arriverà in tempo per la consegna.
Ciliegina sulla torta: a due passi dalla sinagoga, investe un ragazzino di famiglia chassidica. E la famiglia minaccia di estorcergli un bel po’ di quattrini.
Quanto basta per dichiarare lo stato di crisi, e affrontarla di petto.
Max decide di trascorrere il sabato sul lettino di una psicanalista.
In una giornata lunga trentasei anni – ma che vola in un lampo – ripercorre misfatti e conflitti di una vita; con il padre, il fratello, l’universo femminile e l’ortodossia ebraica.
Se Dio fosse una donna è un romanzo ruggente: scardina le porte della percezione di un uomo arrivato al punto di rottura; da un’affascinante prospettiva ebraica, spalanca una finestra sulla nostra confusa realtà.