Scavare una buca Cristiano Cavina

  • 1. Le ombre delle nuvole risalivano i gradoni di pietra scivolandoci sopra; un vento improvviso le stava portando via. Lo sentivamo su quel poco di pelle che le tute da lavoro lasciavano scoperta. Con i tappi nelle orecchie non si poteva pretendere di più. Guardammo la voragine della cava. Il sole l’aveva inondata e i cristalli di gesso luccicavano. Appoggiati con la schiena alle ruote dei
    camion c’eravamo io, il Necci e lo zio Jair. Il Necci era il più vecchio di tutti. Quelli degli escavatori erano dalla parte opposta del bacino di coltivazione. La luce riusciva a nascondere gli uomini e i mezzi. Coperti di polvere di gesso, scintillavamo come qualsiasi altra cosa nel raggio di due chilometri. Se fossimo rimasti immobili, avreste potuto passare anche una giornata intera a
    guardarvi attorno senza distinguere nulla. Avreste visto soltanto i banchi di coltivazione, l’arenaria di scarto e il luccichìo dei cristalli. Qualche chioma di faggio spuntava dal crinale, al sicuro nella parte selvatica della montagna. Aspettavamo che l’artificiere facesse brillare la dinamite. Mi tolsi un tappo, tanto per fare qualcosa. “Oggi è un po’ in ritardo” dissi. Il Necci trascinò i piedi fino all’orlo del cratere. Non aveva
    neppure bisogno di leggermi le labbra, capiva dal mio sguardo cosa intendessi. Restammo fermi un minuto. Un minuto o un’ora, non si sarebbe notata la differenza. Il vento sollevava la polvere dalle tute e dai ribaltabili dei camion. Il Necci tornò indietro. Io e lo zio Jair eravamo ancora appoggiati alle ruote: erano un metro e mezzo più alte di noi. Ci fu un tuono lontano,
    e la terra mi tremò sotto i piedi; i sassi più piccoli presero a vibrare, come se una forza invisibile li stesse passando al setaccio. Vidi un escavatore muoversi dall’altra parte del bacino. “Voglio proprio vedere dove crede di andare” dissero le labbra del Necci. Gli esterni lo innervosivano. Da anni la ditta assumeva il personale con il contagocce: quando serviva, metteva sotto contratto
    qualcuno della Cooperativa facchini. Si accese una sigaretta togliendosi l’elmetto. In due mosse, aveva violato almeno sei punti del regolamento. Nessuno gli avrebbe mai rimproverato niente, se può interessarvi. Un enorme fungo si alzò dal cratere sorprendendo l’escavatore, che ci scomparve dentro come ingoiato da una tempesta. Il Necci si lasciò scappare una smorfia. La polvere e le macerie alzate dallo sparo dell’esplosivo rimasero sospese
    a mezz’aria, finché il vento non le intercettò e le portò via. Probabilmente le lasciò là dove aveva ammassato le nuvole. Salimmo sui camion. Erano dumper Perlini da novantacinque tonnellate a pieno carico; bisognava arrampicarsi su due rampe di scale, per arrivare alla cabina. Vidi lo zio Jair fermarsi a metà della prima a prendere fiato; faceva meno scalini per entrare in casa sua. I
    camion normali li usavamo solo per trasportare il materiale allo stabilimento. La spia verde del tom tom che ci serviva per le comunicazioni interne lampeggiò. Mi tolsi un tappo e risposi. Era il Necci. “A furia di scavare, arriveremo all’inferno” disse. Chiusi lo sportello e mi allungai sul volante per vedere meglio. Il pickup a quattro ruote motrici dell’artificiere stava risalendo il bacino di coltivazione. La polvere
    di gesso lo inseguiva, come la scia di una sventurata cometa.

    “Laggiù c’è solo l’aria fredda che risale dalle viscere della terra e una montagna intera intorno, e l’oscurità che ti circonda è così grande e impenetrabile che essere un uomo è come essere niente.”

    Cristiano Cavina Scavare una buca

  • Autore: Cristiano Cavina
  • Genere:
  • Collane:
  • Data Pubblicazione: 11/11/2010
  • Numero di pagine: 208
  • Codice EAN: 9788871685472
  • Prezzo di listino: 14.5 €
  • Lingua Originale:

Il loro lavoro è scavare nella polvere.
Perforano, disgaggiano, frantumano: coltivano la pietra.
Manovrano mezzi giganteschi in un anfiteatro a gradoni scavato su misura per far sedere gli dei.
Potrebbero sentirsi invincibili, se non fosse per quel rosso che al tramonto tinge la pietra. E per il brontolìo di tuono che rimbomba quando scaricano i cristalli nelle viscere della montagna.
Nel loro lavoro gli errori si pagano.
Edmeo e Cavalletta sono entrati in cava con quattro braccia e ne sono usciti con uno: il sinistro di Cavalletta.
È pericoloso violare la scorza della terra.
Sotto c’è un pianeta remoto, una forza che li spia dai fori che aprono sulla sua superficie o dagli angoli più nascosti delle gallerie.
È un lavoro in terra di frontiera.
Non è un modo come un altro per portarsi a casa uno stipendio.
Luciano ha vent’anni soltanto.
I suoi passi affondano nel terreno molle della galleria.
Il suo sguardo cerca altri occhi, un consiglio, una guida.
Non vorrebbe essere lì, in quell’oscurità paurosa.
Altri ce l’hanno mandato.
E ora lui spera che altri lo tirino fuori.
Ma in quella poltiglia melmosa, nel frastuono dello scavo, le parole sono poche e difficili.
La pelle è più dura, la polvere copre ogni cosa.
Le emozioni sono cristalli grezzi troppo facili da frantumare.
Intanto, bisogna scavare.
E a furia di scavare, arriveranno all’inferno.

Digging a Hole

Their job is to dig in the dirt. They hole, they scale, they crush: they work the rock. They move huge machines in a terraced amphitheatre shaped for the gods to sit in. They could feel unbeatable, save for that red, colouring stones at sunset. And for the growling, thunder-like echo when they drop crystals in the bowels of the mountain.
In this job you pay for every mistake.
Edmeo and Cavalletta brought four arms in the mine and then they brought one outside of it: Cavalletta’s left arm. It is dangerous to profane the skin of the earth. Beneath it lays a remote planet, a force spying on them throughout holes opened up on its surface or from tunnels furthest corners.
It’s a frontiers job. It isn’t just another way to gain your bread.
Luciano is only twenty. His steps sink in the tunnel soft ground.  His eyes look for other eyes, a warning, a guide. He’d rather not be there, in that frightening darkness.  Someone else sent him here. And now he hopes for someone else to take him away. But in that slimy sludge, amid the mine uproar, words are few and complicated.
Skin is harder, dirt on everything. Emotions are uncut crystals too easily shattered. For now, they must dig.
Digging and digging, they’ll finally reach hell.

Cristiano Cavina lives in Casola Valsenio (Ravenna). His mother raised him on her own; she walks us to their ‘Chiesa di Sopra’ showing us stones, grass, the light shining upon yonder pastures. In Casola’s bars, on the benches, at the Festival of forgotten fruits, tales rule. Young people listen to those told by the old, and they tell new ones: beautiful, excessive. Cristiano doesn’t need to go far to travel. He had his fun throughout Europe and America, but he finds adventures every day, right there. He has already published four novels, with increasing success: Alla grande, Nel paese di Tolintesàc, Un’ultima stagione da esordienti and I frutti dimenticati. He got significant literary awards: Premio Tondelli, Castiglioncello, Vigevano, Francesco Serantini, Selezione Premio Strega 2009. Readers love his simple, explosive temperament, and the most rigorous critics name him one of the best in the new generation of Italian writers. He makes tasty pizzas in his family’s restaurant and plays with his son Giovanni. This novel is a mine story and stands for his first rule in life: no short-cuts, no compromises.