Riga 27 – Pop Camp volume 1 Autori Vari

  • «In qualcuno dei tuoi voyages au bout de la nuit ti è mai capitato di imbatterti nella parola camp?». Si era nel 1954, e così Christopher Isherwood introduceva il narratore di Il mondo di sera alla sfera del camp, dandone la prima discussione a stampa. Non nella dimensione «totalmente degradata» dei «circoli equivoci» - in cui il termine indicava, ad
    esempio, «un giovincello svenevole, con capelli ossigenati, cappello e boa di struzzo, che finge di essere Marlene Dietrich» - bensì in quella estetica ed emotiva in cui si esprime «ciò che è fondamentalmente serio in termini di umorismo, di artificio, di eleganza». E subito, nel condividerlo, si apriva il problema: come definirlo? Si trattava infatti di un concetto esoterico, avvicinabile
    solo «per intuito come il Tao», vale a dire attraverso un percorso di seduzione per esempi - il barocco, il balletto, Mozart, El Greco, Dostoevskij - che desse nome e forma a un’eventuale percezione latente. Operazione difficile e incerta nell’esito, ma ne valeva la pena, perché il camp era categoria utile - ben di più: necessaria - «tutte le volte
    che si parla di filosofia, di estetica, e quasi d’ogni altro argomento». Da cui la perplessità su «come se la cavino i critici, facendone a meno». A distanza di oltre cinquant’anni, la situazione è solo in parte o per nulla cambiata. Lo è in parte nel mondo angloamericano, che ha prodotto un corpus critico di notevoli proporzioni e qualità, salvo
    però ribadire la peculiare indefinibilità del camp, presupposto ineludibile e sprone a qualsiasi riflessione: il suo essere, in breve, un oggetto di discorso al contempo impossibile, compulsivo e inarrestabile. Lo dichiarava Susan Sontag in apertura di un saggio del 1964, Note sul ‘Camp’, che ha indicato nel camp una parola-chiave epocale, premettendone il carattere elusivo, quasi da «cifrario privato». Un
    carattere che di per sé implicava un ‘tradimento’ nel parlarne, e imponeva una struttura argomentativi frammentaria, in forma di ‘appunti’, aperta da un elenco di riferimenti dalla sconcertante eterogeneità: le tavole di Aubrey Beardsley, le opere di Bellini e le regie di Visconti, il King Kong di Schoedsack, Flash Gordon, i romanzi di Ronald Firbank e Ivy Compton-Burnett, ecc. Ne
    hanno ribadito l’elusività tutti coloro che, numerosissimi, hanno scritto sull’argomento negli anni a seguire, moltiplicando le figure del camp e facendone una questione di primo rilievo nel panorama della critica culturale. Poco o nulla sono invece cambiate le cose in Italia, dove i critici hanno continuato a farne a meno: tranne poche eccezioni, il camp non ha da noi conosciuto
    una spendibilità critica, non è entrato nel lessico dell’estetica e nella storia della cultura, e rimane splendidamente ignoto ai più.

    Un discorso elitario, elusivo, inarrestabile, tanto pervasivo quanto indefinibile. Ecco il camp: un irriducibile eccetera.

    Tschingis Aitmatov Riga 27 – Pop Camp volume ...

  • Autore: Autori Vari
  • Genere:
  • Collane:
  • Data Pubblicazione: 30/04/2008
  • Numero di pagine: 352
  • Codice EAN: 9788871684499
  • Prezzo di listino: 25 €
  • Lingua Originale:

Il dandismo nella cultura di massa, la sublimazione del Kitsch, una strategia di sopravvivenza nella maschera, nell’ironia, nel tradimento delle intenzioni. Un travestimento psichico, un modo di percepire (e deformare) il mondo, di renderlo spettacolo nella perversione segnica, nella celebrazione dell’aberrante e dell’eccentrico. Un discorso elitario, elusivo, inarrestabile, tanto pervasivo quanto indefinibile. Ecco il camp: un irriducibile eccetera. Mai come fra gli anni Sessanta e Settanta, trasferendosi dall’aristocrazia britannica e dall’underworld gay al proscenio statunitense, il camp ha segnato cultura e costume, gallerie d’arte, giornali e scrittura, moda e pubblicità, cinema e musica. A tale ritaglio temporale – in cui il camp si è fatto pienamente pop – è dedicato questo numero doppio di «Riga». Lo fa proponendo numerosi saggi, dai classici che ne hanno fornito le coordinate critiche agli inediti che ne disegnano nuovi orizzonti. Lo fa con i documenti dai periodici che ne hanno divulgato le figure bizzarre, con le immagini e i testi narrativi che ne incarnano la logica, con le smaglianti forme che hanno reso possibile il paradosso di un elitarismo ironico e di massa, di un gioco intellettuale inteso al sopravvivere, certo, ma con stile.

Testi, saggi, racconti e interventi di: Fabio Cleto, Aubery Beardsley, Ronald Firbank, John Horne Burns, Cyril Connolly, Tom Wolfe, James Purdy, Victor J. Banis, Joe Orton, Angela Carter, Truman Capote, Pedro Lemebel, Alberto Arbasino, Mirando Haz, Luigi Ontani, Francesco Vezzoli, Cristopher Isherwood, Susan Sontag, John Simon, Jan Harold Brunvand, Thomas Meehan, George Frazier, Vivian Gornick, Thom Andersen, Alan Brien, Richard Dyer, Mark Booth, Philip Core.