Quando l’automobile uccise la cavalleria Giorgio Caponetti

  • Ho conosciuto Enri Bo scaricando balle di fieno. Era il 1977, nelle colline del Monferrato. È piccolo, gentilissimo, timido, parla con una voce soave che tira fuori le parole lentamente. È giovane (avrà venticinque anni), ha già pochi capelli sul cranio. Si chiama proprio così, Enri Bo, un nome che non credo esista in tutta Italia; noi in famiglia lo chiamiamo
    Enribò. Con un vecchio camioncino mi porta il fieno per il cavallo che tengo in cascina. (Lavoravo in pubblicità a Torino, allora, ma eravamo andati a vivere in campagna per poter avere i cavalli, i cani e i bambini.) Me lo porta da Altavilla Monferrato, e avvicinandomi al camioncino posso sentire il profumo di fieno buono. “È proprio maggengo, sa, tagliato a metà
    maggio e imballato dopo tre giornate di sole…” Le prime volte è quasi inquietante: è troppo educato, sembra quasi troppo colto. E infatti, dopo un po’, scopro che è laureato in paleografia. “…come concime, solo drügia, solo letame naturale ben maturo”. Un dottore in paleografia che viene a scaricarti una camionata di fieno. È restio a parlare come i piemontesi di campagna, attaccati a
    questo terreno argilloso che ti impasta i piedi ma che sa regalarti quei vini ricchi e vivi che solo qui puoi trovare, quei tartufi bianchi che – una volta che ne hai assaggiato il profumo – sono gli unici che tu possa amare. Poi, poco a poco, salta fuori che in famiglia hanno molta terra, che il papà non sta bene
    e che quindi lui deve occuparsi dell’azienda, che il camion è di un cugino, che fornisce di fieno anche lo zoo, che all’università riesce ad andarci poco, ma che sta seguendo uno studio sulle origini della nobiltà piemontese e avanti così. Salta fuori, una volta rotto lo strato di argilla, una persona che ti affascina con la sua profonda e tranquilla
    cultura della sua terra.

    “C’erano una volta quattro cavalieri. Il primo cavaliere si chiamava Federigo Caprilli. Sarebbe diventato il più grande campione di equitazione di tutti i tempi. Il secondo cavaliere si chiamava Emanuele di Bricherasio. Avrebbe fondato la più importante casa automobilistica italiana. Il terzo cavaliere si chiamava Giovanni Agnelli. Sarebbe diventato il più grande industriale e finanziere italiano. Il quarto cavaliere era mio nonno.”

    Giorgio Caponetti Quando l’automobile uccise la ...

  • Autore: Giorgio Caponetti
  • Genere:
  • Collane:
  • Data Pubblicazione: 10/11/2011
  • Numero di pagine: 496
  • Codice EAN: 9788871685977
  • Prezzo di listino: 18 €
  • Lingua Originale:

Sono giovani, ci credono. Vogliono cambiare il mondo.
Federigo Caprilli è il cavaliere volante.
Bello, imprudente, sensuale: fa girare la testa alle principesse. Con il sorriso sulle labbra cavalca leggero, libera la potenza del cavallo, lo guida con una carezza sul collo. E salta più in alto di chiunque altro prima.
Emanuele Cacherano di Bricherasio è il conte rosso: ama il bello nell’arte, nella musica, nei motori.
Sogna un progresso tecnologico che sfami il popolo, un’industria alleata delle classi lavoratrici. Finanzia una piccola fabbrica di automobili, ne sogna una più grande. E i suoi sogni sembrano realizzarsi l’11 luglio 1899, quando insieme ad altre menti e capitali fonda la Fiat nel suo palazzo torinese.
Caprilli e Bricherasio sono amici per la pelle.
Si confidano progetti e segreti.
Come quando Caprilli diventa maestro e campione internazionale, ma tardano ad arrivare i riconoscimenti che merita.
Come quando Giovanni Agnelli assume il predominio in Fiat e Bricherasio si sente messo da parte, nutre strani timori.
Poi Bricherasio muore all’improvviso, in circostanze oscure, mentre è ospite del duca di Genova nel castello di Agliè.
Ha solo trentacinque anni.
La sorella Sofia, disperata, si appoggia all’amico Caprilli, gli affida le carte del fratello.
E tre anni dopo anche Caprilli muore all’improvviso, cadendo da cavallo per le vie di Torino, una sera d’inverno all’imbrunire.
Ha solo trentanove anni.
Erano giovani, guardavano lontano: Federigo Caprilli, il cavaliere volante; Emanuele di Bricherasio, il conte rosso.
Il mistero delle loro morti non è mai stato svelato.