Penelope Poirot e l’ora blu Becky Sharp

  • Corterossa, 21 giugno 1972 - Ore ventuno e quindici - Velma rovesciò ai piedi dell’albero il contenuto della sporta: noci e mele. “Ecco i doni”. “Io ho portato i cioccolatini” disse Sveva. Minuscoli involti di stagnola baluginavano tenui sotto l’ultima stria di tramonto. “Ora ci spogliamo ed entriamo in acqua”. Si sfilò la tunica bianca e l’appese al ramo più
    basso. Solenne si incamminò dentro il lago. “Cosa aspetti? Levati il vestito e vieni!” Velma esitava: quello era il suo vestito migliore. La nonna glielo faceva guardare e quasi mai indossare. L’indaco del crepuscolo, intanto, si stemperava nel lento nascere della notte. “Muoviti: è l’ora blu” la incitò Sveva. Velma si tolse l’abito e lo appese con cura. Si levò
    i sandali e raggiunse la riva, attenta a non scivolare sui ciottoli viscidi. Sveva già nuotava, la testa chiarissima a pelo d’acqua: una boa di luce per i passi incerti di Velma Hamilton. Luce capace di farle sopportare il contatto con l’acqua gelida e la paura che i nonni trovassero vuoto il suo letto. Terrore che le impedissero, per sempre,
    di giocare con Sveva. Perché, diceva la nonna, Sveva era tedesca nei capelli e matta nel cuore. E poi era una gran bugiarda, con tutto quel suo straparlare di fate che metteva in agitazione i bambini. Velma spalancò le braccia e si lasciò cadere a corpo morto nel lago. “Nuota” la incoraggiò Sveva “nuota che ti scaldi”. E Velma nuotò.
    Nuotò fino a quando le orecchie gelate non furono quasi un piacere e il fondo melmoso un amico. Sveva si avvicinò e le afferrò la mano. “Adesso arrivano, finalmente vedrai mia madre. Ti ho avvertito: si provano i vestiti. Non fare quella faccia, poi li restituiscono. Assaggiano i doni, ballano e poi ci rendono i vestiti”. Quando il campanile batté
    la mezza, era già quasi buio e a Velma per poco non si fermò il cuore: un chiarore farfugliava dietro l’albero a cui erano appesi i vestiti. Le mani delle bambine si strinsero sott’acqua. Un fascio di luce impudico le abbagliò: “Sono la fata Melusina” ululò una voce. Sveva lasciò la mano di Velma: “Brutto stronzo” gridò nuotando verso riva.
    “Ireneo, se ti prendo ti faccio nero”. La luce della torcia ruotò svelta e si allontanò ballonzolando sulla via del paese, accompagnata da una risata di scherno. Sveva, ormai fuori dall’acqua, continuò a imprecare: anche quando della risata non c’era più eco, anche quando la luce era ormai scomparsa dietro il dosso, Sveva gridava: “Come tua madre: stronzo! Sei come
    quella strega di tua madre”. Bastò nominarla, perché Velma si mettesse paura. Bastava nominarla perché l’ombra della strega si disegnasse, tra quelle del lungolago, con i suoi occhi gialli. Londra, 2 aprile 1997 Seduta sulla panca che correva lungo il bovindo, Penelope Poirot sfogliava le bozze del suo ultimo articolo. Un fascio di luce naturale tagliava il suo ardito chignon allargandosi come un
    occhio di bue al centro della stanza. Velma Hamilton ringraziò la pace di quell’istante e si perse a osservare i corpuscoli di polvere che si trastullavano nel raggio solare. Così pigramente assorta colse troppo tardi lo scatto con cui Penelope Poirot balzava in piedi spalancando la finestra. “Hamilton: basta!” tuonò scagliando in strada le stampe dell’articolo appena rivisto e corretto
    dalla sua assistente. “Madam: questa è inciviltà” si indignò Velma Hamilton precipitandosi verso il bovindo nella (vana) speranza di non far ricadere su degli incolpevoli passanti i pensieri scritti di Penelope Poirot. “No, Hamilton: questa è noia! Noia! Ennui. Spleen. Veda lei. Sono stanca di occuparmi di costume. Il costume mi deprime: mi rende sociologica. Bozzettistica. Non mi rispecchio, in queste
    righe non mi riconosco più. Del resto è un’eternità che scrivo di costume”. Tale ‘eternità’ coincideva con gli ultimi due anni. Prima si era occupata di tutto e niente; come critica gastronomica aveva mietuto stragi (di ristoranti) e successi (di pubblico); altrettanto plauso aveva riscosso la mirabolante autobiografia Una nipote. Adagiatasi sulla scia di questa immeritata fama, Penelope aveva prestato
    la sua penna (o meglio i polpastrelli della sua segretaria) a svariati periodici che si contendevano articoli e reportage. Di costume, appunto. “Costume: a me! Come se Penelope Poirot fosse poco più che un’acquarellista! Eh no, signori miei: sono stanca di essere trattata alla stregua di una pennivendola, buona giusto per scrivere croccanti articoletti da leggere in attesa di una
    piega dal coiffeur”. “Madam, ha scritto anche dei reportage di spessore: quello sul Grand tour e il Male inglese”. “Naturale, Hamilton! Non è in discussione il mio talento: ma le spezie con cui tocca insaporirlo”. “Ebbene, madam?” “Ebbene, Hamilton: debbo prendermi una pausa di riflessione”. “Ciò significa che non avrà più bisogno di me?” “Che stupidaggine: e a chi detterei
    le mie riflessioni, durante questa pausa?” “Vuole darsi alla filosofia, dunque?” “Non necessariamente, la filosofia mi va stretta come un corsetto in stecche di balena. Sento piuttosto l’esigenza di cristallizzare i pensieri che zampillano dal mio essere. Pensieri costretti a morire in culla a causa del lavoro! Non voglio pronunciarmi anzitempo: posso solo dirle che avverto crescere in me una
    vena sentenziosa. O meglio aforismatica”. “Vuole ritirarsi come Montaigne in qualche maniero sperduto?” “Vecchia scuola, Hamilton. Io voglio attraversare la vita e da essa farmi attraversare: sarò un buon setaccio, ne sono certa. Ma ho bisogno di stimoli: gocce di rugiada capaci di ridestare le mie esangui sinapsi”. In quell’attimo il telefono squillò. Mezz’ora dopo “Hamilton, il destino mi assiste.
    Era il caro Francis; desidera che lo raggiunga, la prossima settimana, in un remoto ma ameno paesello del Nord Italia per una due giorni di studi folklorici dedicati a una decana del settore”. Francis Travers era quel che Penelope si pregiava di definire ‘il suo amico sentimentale’; una vecchia conoscenza, rispolverata qualche anno prima in occasione di un viaggio di
    lavoro in Italia. “Sono certa che ascoltare stimolanti relazioni sarà di sollievo al mio spirito assetato”. “Oltre al volo, devo prenotare un albergo, madam?” “No, saremo ospiti della suddetta decana: pare che costei disponga di una dimora sufficientemente ampia; il convegno è in onore del suo genetliaco”. Velma Hamilton avvertì un formicolio alla nuca: un presentimento. “Perdoni, madam, come si
    chiama questa studiosa?” “Ha un nome alquanto altisonante, aspetti: Edelweiss… Edelweiss Gastaldi”. “Capisco, madam. E il paese in cui dovremmo recarci è forse Corterossa?” “Proprio così, Hamilton”. “Bene, madam, e allora io non ci vengo”.

    “Edelweiss raggiunse di nuovo il suo trono. Ah, accasciarsi su un cuscino cremisi, in un lungo imbrunire, rischiarato da colombe e fuochi di luce bianca, allo svanire dell’ora blu: dentro la sospensione di un’eternità. Quando addentò la torta, Edelweiss non si era mai sentita tanto viva”.

    Becky Sharp Penelope Poirot e l’ora bl...

  • Autore: Becky Sharp
  • Genere:
  • Collane:
  • Titolo Originale: Penelope Poirot e l'ora blu
  • Data Pubblicazione: 21/06/2018
  • Numero di pagine: 304
  • Codice EAN: 9788871688213
  • Prezzo di listino: 18 €
  • Lingua Originale:

Mai tornare nei luoghi dell’infanzia a troppo tempo di distanza: rancori covati a lungo possono esplodere in tua presenza.
Fate deluse, streghe impenitenti, orchi-mandrilli di provincia, ninfe che cantano nell’ora blu: il nuovo mystery con Penelope Poirot e Velma Hamilton è fatato.


La Signora di un borgo in bilico tra Liguria e Piemonte organizza un convegno sulle fiabe nella sua villa.
Per Penelope Poirot è un gradito diversivo dalle incombenze imposte da tanto cognome.
Per Velma Hamilton, la sua segretaria, è un rischiosissimo tuffo nel passato: la villa è a Corterossa, paese dei suoi nonni italiani, meta di tutte le estati della sua infanzia. È pericoloso svegliare i ricordi.
Tornare sulle rive del lago dove Velma, un tempo, attendeva le fate.
Ora si festeggia sull’acqua, tra profumi di griglie, e spari dal bosco accolgono il crepuscolo.
Ma proprio sul più bello, quando si vorrebbe lasciarsi andare, c’è una testa che cade.
Con il sangue che le scorre nelle vene, Penelope Poirot scopre in fretta che erano in tanti a detestare la vittima.
Il cavalier servente, la dottoranda mascolina, il Cristo boscaiolo… insomma, tutti coloro che ruotano intorno alla villa; ma anche Velma?
Sì, anche Velma.
Sola contro tutti, Penelope Poirot segue accuratamente ogni pista, fino al disvelamento finale, in riva al lago, nell’ora blu.