Penelope Poirot e il male inglese Becky Sharp

  • 3 settembre 1996, ore nove e trenta – Golfo del Tigullio, spiaggia di Paraggi – Velma Hamilton dovette constatare di sentirsi delusa. Prima di arrivare in spiaggia, aveva sperato di contemplare il classico orizzonte mediterraneo, ma ora, seduta sullo spigolo di un lettino, le si parava di fronte un’unica superficie azzurro smorto, e non capiva se la mancata frattura tra mare
    e cielo fosse imputabile alla caligine o alla sua miopia. Con una punta di imbarazzo, cercò gli occhiali nella borsa, sperando che la giovane coppia che occupava i lettini al di là della passerella non facesse caso alla montatura antiquata e alla stazza delle lenti. Se li infilò, sbatté le palpebre, mise a fuoco. Caligine, quella era caligine. Trattenne un
    mugolio di delusione, quei due le mettevano una soggezione del diavolo. Erano belli come dei e senza dubbio dotati di facoltà superiori: pronti a cogliere in flagrante il flebile lamento di una segretaria dagli occhiali troppo spessi. Rimase così a ginocchia strette, in punta di lettino, frugando con cautela dentro il borsone alla ricerca di qualcosa con cui darsi un
    tono. Un libro, ecco. Prese la raccolta delle poesie di Keats e la aprì a una pagina a caso. In verità quella coppia di semidei sembrava accorgersi appena della sua presenza: chiacchieravano, guardando distrattamente il mare, col tono di chi ama ascoltarsi e sa di essere ascoltato. Velma sfogliò il libro sperando di trovare quanto prima una poesia degna di rapirla
    al proprio imbarazzo. Sì, perfetto: Ode sull’indolenza. Si concesse il sospiro romantico che tratteneva da quando aveva messo piede in Liguria; alzò lo sguardo, ora solenne, verso l’orizzonte indistinto; inspirò l’odore salmastro che galleggiava sull’aria ferma e già calda e… udì la dea esplodere in una risata scomposta. Molto poco olimpica. Fece scattare la testa di lato e vide che
    la donna indicava qualcosa nell’acqua. Un attimo dopo anche il divino si produsse in una risataccia da cowboy e, distendendo il braccio, additò lo stesso oggetto. Sul suo indice brillava un vistoso anello che, a prima vista, si sarebbe detto di platino. Velma guardò l’anello, poi, con un presentimento nel cuore, si costrinse a guardare ciò che il dito indicava.
    Lo sguardo miope vagò per qualche istante prima di circoscriversi su una specie di pallone colorato. Con ritmo molle e preciso, la sfera sembrava rimbalzare, magicamente, sulle acque: su e giù, su e giù. Avvicinandosi, l’oggetto si definì, mentre il presentimento di Velma prendeva la spiacevole concretezza di un fatto. Quello non era un pallone. Era la testa di Penelope
    Poirot. Su e giù. Su e giù. Collo rigido, testa fuori dall’acqua, Penelope tornava a riva inalberando una cuffia da bagno degna di figurare in un museo del kitsch. Senza pudore. Senza ritegno. Velma raccattò furtiva la borsa. Poi, con una leggerezza che non pensava di possedere, si alzò dal lettino e prese la passerella che portava allo stabilimento. Superò
    un paio di file di rossi lettini deserti, incalzata dagli sghignazzi dei due semidei. Mancavano giusto pochi metri alla salvezza quando il richiamo la pugnalò alle spalle. «Hamilton. Torni subito qui». Velma proseguì di un passo. «Hamilton. Qui!» Velma inchiodò: ormai era perduta. Fece dietrofront e tornò a testa bassa verso il lettino. Penelope l’aspettava sulla spiaggia, i pugni sui
    fianchi e i fiori della cuffia in gomma che fremevano beffardi nella brezza del mattino. «Dove pensava di andare?» «Avevo dimenticato una cosa… allora…» «Bugiarda. Lei si vergogna della mia Hippie Birthday!» – La sera prima, Belmont Hotel – “E questa è Hippie Birthday!” aveva detto Penelope estraendo da una tasca della valigia una cuffia da mare. “È una
    mia creazione. Un ricordo dei tempi in cui mi occupavo di fashion”. Velma aveva guardato (con cauto disgusto) quell’oggetto molliccio e a modo suo monumentale: una calotta di gomma sormontata da un tripudio piramidale di fiori variopinti. Tra un fiore e l’altro, come foglioline, si acquattavano dei ritagli di raso a foggia di fiammella. “Le candeline del compleanno” aveva chiarito
    Penelope solenne, manovrando la cuffia con le dita. I fiori tremolarono come gelatina. “Un compleanno tra i figli dei fiori: geniale, no?” “Madam, devo dire che non è esattamente di mio gusto”. “Perché mai?” “È un tantino chiassosa”. “È vivace, Hamilton. Vivace, non chiassosa. Come al solito, lei dimostra di possedere uno sguardo piccoloborghese. Se fosse un tipo più artistico
    sarebbe orgogliosa di sfoggiare un capo come la mia Hippie Birthday”. – Mattina, spiaggia di Paraggi – Penelope si sfilò la cuffia e scosse la chioma rossa con un sospiro amaro. «Giuda, Hamilton! Lei mi rinnega». Velma si lasciò cadere sul lettino. Ormai, agli occhi dell’altezzosa coppia di dei, la sua dignità era a brandelli. «Pietro. Madam, quello che rinnegò
    Gesù era san Pietro, non Giuda». «Giusto. Pietro. Ecco, lei è tale e quale». Agguantò la borsa da mare appesa al gancio dell’ombrellone. Ne trasse un ampio telo nero e vi si avvolse come in un sari. Poi impugnò una spazzola e iniziò a ravviarsi i capelli. «Certo, ora ricordo: prima che il gallo canti…» «Via, madam, ho solo preso
    le distanze dalla sua ‘creazione’». Penelope crollò il capo, negli occhi la serena rassegnazione della martire. «Hamilton, Hamilton, sta diventando una maestra dell’eufemismo. E dire che se non fosse per me… Ma si sa, la gratitudine è un bene raro». Finì di spazzolarsi i capelli e li avvolse in un turbante di spugna: l’espressione da martire era sparita. «Eppure
    me ne dovrebbe, di gratitudine: quando mai lei potrebbe permettersi un viaggio come questo?»

    Battei i piedi e sfregai le mani, l’aria si stava raffreddando. Mi voltai a guardare il cancello della villa e il viale ormai nero ai miei occhi; la voce di Lea si era spenta piano piano. O forse il vento la sovrastava. La luna si scoprì per un istante, una smagliatura enigmatica nel grigio opalescente.

    Becky Sharp Penelope Poirot e il male ingles...

Penelope Poirot è ormai famosa. La sua autobiografia, Una nipote, è in vetta alle classifiche. Le riviste più glamour si contendono i suoi reportage di costume, e Penelope ha deciso di dedicarne uno al male inglese, a quella forma atavica di malinconia che si curava viaggiando, preferibilmente in Italia, e in particolare in Liguria, nei languidi golfi della Riviera di Levante.

Accompagnata da Velma Hamilton, paziente segretaria nonché vittima privilegiata dei suoi sfoghi, Penelope si appresta dunque a ripercorrere il Grand Tour.

La prima tappa, a Portofino, le riserva una sorpresa: ha riaperto i battenti villa Travers, meta delle più belle estati della sua adolescenza.

Da dieci anni la famiglia Travers disertava la villa, dopo la scomparsa del rampollo Samuel, uscito in mare in una notte incresciosa per non fare più ritorno.

E adesso invece, tovaglie stese, finestre spalancate sul mare, eccoli di nuovo lì, sulla terrazza dalla vista spettacolare, intorno alla piscina rinnovata, lungo i sentieri del parco inselvatichito: vedova, figli, amici, cognato, patriarca.

Penelope e Velma possono sistemarsi nella camera verde, con il suo netto sentore di polvere e di muffa. Ben più mefitici, tuttavia, sono i residui umani, attecchiti ovunque: fumi di vecchi rancori, ceneri di passioni spente, solchi d’invidia tagliente.

In un terreno così fertile, il delitto germoglia, e sboccia nell’alba come un fiore splendido e velenoso.

Penelope Poirot and the english disease