Parlami d’amore Pedro Lemebel

  • E da quaggiù, dall’altra parte del mondo, dove l’estate finlandese fa tremare le mie pallide e fragili ossa cilene. In questo paradiso di albini, uno non riesce proprio a godersi un sano relax turistico mentre solca i canali verde scuro su lance e barchette bianche dondolate dalla tormenta polare. Sì, perché qui anche i poveri hanno la barca, mi dice
    una ispano-americanista finlandese che ha sposato un cileno esiliato. Ed è chiaro che solo il cileno ha fatto centro, assicurandosi i privilegi di quel matrimonio con la bionda impietosita da come allora ce la passavamo male noi cileni. E di viaggio in viaggio, di solidarietà in solidarietà cristiana con i maltrattati, svedesi e finlandesi afferravano poveri perseguitati, deperiti, per esibirli
    come trofei in questi bei paesaggi; stradine da fiaba, cattedrali dorate come nei film, perché Helsinki è così, ghiacciata come il calippo di Tarzan, ma bella come una foto da calendario mille colori. Tutti qui vivono bene e i bambini, imbacuccati peggio degli astronauti, sono curati come porcellane. Camminando per il labirinto di facciate che sembrano torte farcite, in effetti
    vedi una marea di bambini nei parchi pieni di scoiattoli, li vedi come piccoli gnomi che girano per la sontuosa Helsinki. Le sue torri aguzze e le cupole d’oro che ha lasciato l’impero russo, i suoi fiori e i tulipani rosa, gialli, lilla dappertutto, e quell’odore fragrantone che alla lunga è nauseabondo mescolato con il sottile fetore dei canali. Tutto
    è così grazioso qui, che colpisce vedere i poveri immigrati rumeni e russi inginocchiati con le mani giunte che chiedono un euro. Proprio così, li vedi a tutti gli angoli che implorano una misera moneta con lo sguardo rivolto al cielo nella loro muta e degradante supplica. E i finnici gli passano accanto con superbia, schifando persino i russi che
    li colonizzarono anni addietro, quando facevano parte dell’impero zarista. Proprio così, furono metà colonia svedese e metà colonia russa. In ogni dove vedi le impompate vestigia della storia a portata di mano. E senza tante accortezze da museo puoi sederti a prendere una birra al caffè Juttutupa, un castello di pietra in cui Lenin pianificò la rivolta bolsce. Non ci
    crederanno mai i miei amici comunisti, pensavo scrivendo questa cronaca seduto a un tavolo con il piano di vetro sopra le foto che testimoniano che il grande capo aveva scritto proprio lì, con calamo e inchiostro rosso, il proclama della rivoluzione. Qui però, nonostante la gentilezza di alcuni finlandesi, si è comunque soli nella notte eterna dell’inverno bianco, nella notte
    di sole dell’estate gelata. Si è doppiamente soli in questo paesaggio cinematografico guardando le anatre nuotare nella laguna blu con i loro anatroccoli. I finnici sono indifferenti e sembrano gentili, sorridono sempre, non so per cosa, sono estremamente civili e bevono vodka come bestie, giorno e notte, solitari nei bar (hanno battuto anche me). Però dell’indio latino sanno poco o
    niente. Conoscono solo la caricatura very tipical del ‘buon selvaggio’. Niente di più. È da una settimana che sono qua, ospite di un festival letterario, e vedo solo biondi con occhi di cielo, il cui cielo di occhi però non mi vede. Tutto bello, tutto grazioso, tutto come di vetro tra i canali verde mare che serpeggiano per la città
    metà antica e metà moderna, dove anche i poveri hanno la barca. E continuo a camminare per il selciato irregolare di queste strade dai nomi pieni di consonanti, come un’insalata di ics, zeta, enne… impossibili da ricordare. Su di un camion, un alce, un orso, un montone e un bisonte imbalsamati radunano un gruppo di persone. Piangono lacrime ecologiche, accarezzando
    la pelliccia impolverata degli animali. Più indietro, un bambino con un cespuglio dorato in testa mastica un hamburger di renna. Si mangia il papà di Bambi, penso, e non capisco questo popolo così strano nella sua inespressività nordica, nel suo mutismo alcolico che si ubriaca di fredda depressione, ma che esce dalle saune con il culo rosso per poi immergersi
    nel mare congelato. E corrono nudi attraverso il gelo con le chiappe blu e continuano a bere per non piangere.

    “La sua prima lettera la ricevetti per posta, in una busta con il sigillo di ceralacca e il francobollo dell’Uruguay. Era scritta in un bel corsivo elegante con il suo inchiostro grigio azzurro. In ogni pausa della scrittura, un soffio di mare tiepido scompigliava le vocali come uccelli ballerini davanti ai miei occhi. Il suo nome era Aloma, viveva a Montevideo in una casa troppo grande per il suo andare lento, da rondine attempata.”

    Pedro Lemebel Parlami d’amore

  • Autore: Pedro Lemebel
  • Genere:
  • Collane:
  • Titolo Originale: Háblame de amores
  • Data Pubblicazione: 10/03/2016
  • Numero di pagine: 176
  • Codice EAN: 9788871687452
  • Prezzo di listino: 12 €
  • Lingua Originale:

Parlami d’amore, Mariù.

Pedro Lemebel ha sempre amato cantare canzoni come questa, vibranti di sentimento; si sentiva una persona semplice, vicina a prostitute e operai, vicina a chi resiste e vive al margine.
E parlano d’amore le ultime cronache che ha scritto, di un amore sorridente e sconfinato per la bellezza annidata ovunque, per la giustizia calpestata, per questo mondo pieno di ipocrisie, menzogne e formidabili atti di coraggio.
Amore per gli schiavi che hanno costruito sotto le intemperie e le frustate lo splendore di Roma; amore per la mano sconosciuta che lo accarezzava al buio nel dormitorio del collegio; amore per Aloma, che si riscopre innamorata a ottant’anni; amore per i compagni di lotta che rischiavano la pelle per minare, giorno dopo giorno, il potere della ‘carogna’, Pinochet.
Amore per tutti noi, a cui ha consegnato la sua testimonianza appassionata, il suo invito a vivere fino in fondo, a credere e lottare. E a parlare d’amore.

Pedro Lemebel è il più grande poeta della mia generazione, anche se non scrive poesia”.
Roberto Bolaño


Tradotto dallo spagnolo dai partecipanti al laboratorio di traduzione tenutosi a Roma presso la Libreria Altroquando da ottobre a dicembre 2015.

Traduzioni di:
Laura M. Anzalone, Beatrice Borgato, Annunziata Capanna, Francesca Conte, Sara Coppola, Anna De Pari, Roberta Dimartino, Silvia Falorni, Edoardo Franchi, Matteo Lefèvre, Giulia Senes, Claudia Tarolo, Claudia Tebaldi, Gloria Tramontozzi, Concetta Tuccillo, Maria Elena Vaiasuso, Flavia Zibellini.

Matteo Lefèvre ha coordinato il laboratorio dall’inizio alla fine, ha curato tutte le traduzioni e tradotto Roma a fior di pelle.
Claudia Tarolo è intervenuta agli incontri di apertura e chiusura, ha rivisto le traduzioni in casa editrice e ha tradotto Fumare in aeroporto.