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Noi abbiamo futuro Michele Ferrari

  • Sono uscito di casa e vi ho incontrati. Vi ho salvato la vita, o questo è quello che ho creduto di fare…” Alan Ba scriveva frasi così. Sospese. Su scontrini o sulle pagine di quadernini più belli. Lo faceva quando gli veniva in mente qualcosa secondo lui in grado di suscitare interesse, o qualche vibrazione. Aveva sempre una penna Parker
    nella tasca destra dei pantaloni. Le tasche di tutti i suoi pantaloni erano un po’ sfilacciate nel punto in cui strisciava il fermo metallico a forma di freccia della penna. Quando scriveva queste pensate, le voleva subito far leggere a qualcuno. Alan Ba era un filantropo fuori tempo e senza portafogli. Un visionario senza poterselo permettere. Uno in ritardo, non
    tanto sulle idee, quanto sui tempi necessari a realizzarle. Alcune di quelle idee di per sé non sarebbero state male. Alan Ba si sentiva in forma, un privilegiato per aver fatto le cose belle che aveva fatto. Si era dato. Sempre. Era riuscito a inventarsi uno stipendio, in un modo o nell’altro, senza mai sfondare, in realtà. Così anche questa
    nuova frase fu scritta senza essere archiviata, perché gli scontrini, i quadernini, si sarebbero persi chissà dove. Alan Ba aveva parcheggiato per arrivare alla solita riunione del martedì: Sala Macchine. Una riunione lunga e senza telefoni cellulari, dove si discuteva sul “…non si sa dove si va a finire”. Sala Macchine era l’incontro periodico per decidere il da farsi in
    Radioimmaginaria. Lo aspettavano gli altri. Quelli salvati, i senza meta, gli inquilini dei social, gli isolati con le tante espressioni pronte per le storie di Insta. Sono loro gli adolescenti incontrati in paese senza una precisa idea di futuro, o almeno senza un’idea abbastanza convincente, secondo le opinioni di Alan Ba. Loro, che probabilmente tutto si sarebbero augurati, tranne l’essere salvati,
    ora erano lì seduti con una tazza di tè e il barattolo della Nutella fra le mani. Fuori non era ancora un giorno bello luminoso. Mancava Vitto, Il Pesce del deserto, perché il suo treno da Rimini era in ritardo. Alan Ba si voleva sedere sempre al solito posto. Voleva stare a capo tavola, dove la sua sedia di legno
    coi braccioli d’alluminio andava sistemata dopo l’ingresso di tutti alla Pesa. L’ex Pesa pubblica, restaurata anni prima per diventare la sede nazionale di Radioimmaginaria. Il campanello della Pesa suonava come fosse il campanazzo della piazza, anche se per entrare bastava bussare. L’ingresso era solo un atrio stretto, faceva le veci di un ufficio o di una sala per le riunioni.
    Ci stavano con difficoltà il tavolo arancione e la stufa. Quando si entrava alla Pesa si doveva già sapere bene cosa fare e dove andare. Lo schienale delle sedie erano i muri e il tavolo arancione, per spostarlo dalla sua posizione, bisognava smontarlo. Ma alla Pesa non mancava niente. In bagno c’erano una piastra a convezione, la moca, un bollitore,
    un water per i disabili con doccietta bidet, un lavandino, un armadio con carta asciugamani, stracci, scope, manici di scopa e un aspirapolvere a forma di scopa. Ludo aveva i capelli ricci regolati alle spalle con diverse sfumature color fuoco sulle punte e uscendo dal bagno col bollitore in mano, aveva lasciato la porta aperta per non rischiare di dover
    far alzare tutti in caso a qualcuno scappasse di nuovo la pipì. Il Pesce del deserto era arrivato. Vitto era entrato con il suo pacchetto di cracker aperto e il marsupio nero allacciato in vita. «Scusate ma il Savio è a rischio esondazione e il treno è rimasto fermo venti minuti a Cesena». Sbadiglio generale. Giulia la Prima, circondata da
    matite di ogni colore e carta a quadretti, aveva una brioche piena di crema su cui si stava concentrando. Siccome sapeva, o si dava il tono, di essere la prima, il capo, la numero uno, ne approfittava per isolarsi dal gruppo, concentrandosi soprattutto sulla sua colazione. Charlie era seduta sul margine della sedia. Aveva una gonna corta e stretta. Non
    poteva scivolare indietro e accomodarsi meglio di così. Charlie aveva quasi sempre freddo e si era messa le calze di lana grossa, arancioni, dello stesso colore del tavolo e teneva le gambe annodate. Stava disegnando su un album delle tette perfette con un tappino da gonfiaggio al posto del capezzolo. Nell’angolo vicino alla finestra, Simo stava spacchettando un sacco di
    pellet e per non bruciare la schiena a Ludo, cercava il modo di regolare la ventola della stufa. Tutti ridevano per questa manovra perché una volta Ludo aveva fatto un salto per fuggire dalla stufa sulla quale si era appoggiata durante un’accesa discussione con Vitto. Era corsa in bagno con un pezzo di gonna di jeans che stava andando a
    fuoco. Simo era una over quaranta esperta di servizi sociali, ammessa a Sala Macchine in quanto donna adulta disponibile a curare i vari aspetti organizzativi di Radioimmaginaria. Appena furono seduti, dalla scala a chiocciola scese Mark Wish, il più giovane, disadattato programmatore della storia dell’umanità. Il futuro, l’intelligenza artificiale, il coding, qualunque tipo di robot, dopo le sue spiegazioni, sembravano
    molto meno lontani. Ma questo, nemmeno Mark Wish ancora lo sapeva. Tutto era pronto per Sala Macchine. Fu proprio Alan Ba a dare il via: «Bene! allora, partiamo dalla domanda di qualcuno di voi: ‘Non sarebbe meglio se Radioimmagnaria uscisse dai social?’»

    Questa è la storia di undici speaker adolescenti. È una storia, come dice Jovanotti: “…dove non si sa dove si va a finire…” Ed è questo il bello. Perché quei ragazzi, un giorno, decisero di risistemare un vecchio Ape Piaggio e d’estate, al finire della scuola, mettersi in viaggio per andare in Svezia a trovare Greta Thunberg, la paladina della lotta contro i cambiamenti climatici.

    Michele Ferrari Noi abbiamo futuro

  • Autore: Michele Ferrari
  • Data Pubblicazione: 20/11/2019
  • Numero di pagine: 320
  • Codice EAN: 9788871689067
  • Prezzo di listino: 15 €
  • Lingua Originale:

In uscita il 20/11/19

Hanno sognato di attraversare l’Europa in Ape Piaggio.
Partire un mattino e via, lungo stradine secondarie, su e giù per le Alpi, e un giorno parcheggiare un vecchio Ape ansimante proprio davanti al parlamento di Stoccolma.
A Radioimmaginaria non si sogna soltanto. La radio degli adolescenti ha cinquanta antenne in tutto il mondo, la sua voce è forte e chiara.
È la voce di chi non ha ancora vent’anni, e sa che il mondo deve essere suo e va raccontato a tutti.
Gli ‘Spicchi’ di Radioimmaginaria hanno trovato un vecchio Ape in Sicilia e l’hanno fatto viaggiare fino a Castel Guelfo, in Emilia.
Poi l’hanno trasformato in ApeRadio, la più tenera delle loro tante postazioni mobili, l’hanno guardato e gli hanno detto: Dài, bestione, sei uno di noi, adesso portaci lassù.
Noi vogliamo arrivare a Stoccolma, guardare in faccia l’Europa, chilometro dopo chilometro, a quaranta all’ora. Non ci spaventa la fatica, non ci spaventano le difficoltà.
Il 23 agosto 2019, anniversario del primo sciopero per il clima, c’eravamo anche noi, lì, in quella piazza, sotto la pioggia, con migliaia e migliaia di ragazzi come noi, a dire NOI ABBIAMO FUTURO.

Illustrazione in copertina di Carlotta Forni