Nel paese di Tolintesàc Cristiano Cavina

  • Gustì era molto vecchio, quando incominciò a morire. Nessuno della famiglia Baracca aveva mai superato i settanta. Solo suo fratello Mario c’era andato vicino. Gli mancavano tre mesi esatti quando si sdraiò all’ombra del grande ciliegio di fronte ai recinti di Bigiuno, dove pascolavano i cavalli che aveva allevato per tutta la vita. Non si rialzò mai più. Lino, un cugino di parte materna, rinomato
    fra le ballerine del centro sociale Le colonne per il suo passo nella mazurka e i capelli alla Amedeo Nazzari, si era fermato a sessantaquattro anni e cinque mesi, ruzzolando da una sedia a casa di una vicina che gli stava preparando il caffè. Un malore improvviso, si disse poi. In realtà, nessuno di loro è mai morto. I vecchi, almeno qua, non
    muoiono. Da noi, i vecchi, “i s’avèja”. Si avviano. Ne ho visti un sacco. E li ho sempre immaginati vestiti da antichi aviatori, alla Francesco Baracca, che mettono in moto il biplano con un energico spintone alle pale dell’elica. Avviarsi è un gran bel modo di morire. Gustì incominciò a farlo a ottantanove anni, quando una domenica pomeriggio, alzandosi dalla panchina sotto la magnolia, cadde dal
    marciapiede spezzandosi la spalla destra per la seconda volta. Nella sua vita si era rotto di tutto. Due costole, tamponato dall’aratro. Entrambi i piedi e tre vertebre, quando finì sotto la trebbiatrice dopo aver salvato mamma Nicolina e zia Bella. Il cranio, anche, ribaltandosi con la sua Vespa cinquanta rossa. Quella volta, io ero dietro di lui, seduto sopra un’immensa balla di fieno che
    aveva ingegnosamente legato al portapacchi. E soprattutto, la prima frattura. La Regina delle fratture. Una pallottola di Spandau in piena spalla destra, in Albania, nell’inverno del ’42, mentre cercava di svignarsela dal fronte travestito da cespuglio di more. Immagino che quando cadde dal marciapiede, sbattendo sempre su quella spalla, proprio sul livido che gli era rimasto dai tempi della guerra, debba aver sentito
    lo stesso identico dolore, acuto e preciso come la punta di un compasso. Deve essere stato come un cerchio che si chiude. Rimase a letto per molti mesi. Non cercò di raccontarmi niente. Sapeva che nonna Cristina lo aveva già fatto, durante tutta la mia infanzia. Gustì si riprese giusto in tempo per festeggiare il suo novantesimo compleanno. Una settimana dopo si avviò, come tutti i
    suoi antenati prima di lui. Il fatto che a quel punto fosse appeso a una flebo all’Ospedale di Faenza, attaccato a un respiratore automatico, era soltanto uno dei suoi tanti travestimenti. Un cuore troppo stanco, dissero i dottori dopo l’infarto. Ma ormai lo sapevo. Lui non era più lì. Era da qualche altra parte, vestito alla Francesco Baracca, con il caschetto di cuoio e gli
    occhialoni scuri in testa, una sciarpetta civettuola al collo che gli svolazzava intorno, a spingere sulle pale dell’elica, pronto ad avviarsi verso un altro posto. Abbiamo avuto tanto più dei nostri vecchi. Ma in questo ci hanno fregato. Noi, ci tocca crepare. Loro, se ne vanno.

    “Tutti perdono qualcosa, pontificava nonna Cristina. Tu sei stato molto precoce: non eri ancora nato che avevi già perso il padre”.

    Cristiano Cavina Nel paese di Tolintesàc

  • Autore: Cristiano Cavina
  • Genere:
  • Collane:
  • Data Pubblicazione: 10/11/2005
  • Numero di pagine: 272
  • Codice EAN: 9788871682761
  • Prezzo di listino: 14.5 €
  • Lingua Originale:

E poi tutti per strada, a festeggiare l’ingresso nel paese di Tolintesàc…
Federico Fellini

I tuoi nonni, i tuoi zii, tutta la tua famiglia riunita davanti a una stalla, sotto la luna.
Porgono a tua madre una busta con dentro ottantamila lire. Il prezzo di un aborto, ancora illegale nel 1973.
Un padre non c’è; tua madre ti ha concepito per caso in un campo di grano, in un momento felice, nel luogo che le è più caro, la campagna. E pensando ai suoi boschi in autunno, al sapore delle castagne, tua madre decide di metterti al mondo.
Un mondo fatto così. Di paure, meschinità. Ma anche di gloria.
Mentre tua madre distribuisce la posta di cascina in cascina, resti a casa con la nonna, accoccolato ai suoi piedi. La nonna racconta le storie della sua vita, il passato delle persone che hai conosciuto e di quelle che non hai fatto in tempo a conoscere.
Il mare è una gita in collina con la lambretta, per ammirarlo da lontano. La guerra, i tedeschi nascosti nelle cantine di palazzo Sorniani a ingozzarsi di ciccioli e sangiovese, le granate partigiane di zio Tarzan. Le elezioni del ’68, l’incredibile riapparizione di zio Varo, dopo anni di assenza, travestito da vigile urbano.
Quando cresci, nonno Gustì ti porta con sé. Quel mondo, adesso, diventa il tuo. E tuo è il compito di continuare a narrare le gesta straordinarie e normalissime degli uomini straordinari e normalissimi che l’hanno popolato.
E quando pensi al padre che credevi di aver perso, capisci che è lui ad aver perso voi.

In Tolintesàc Village

Your granparents, your uncles, all your family is gathered in front of a stable, under the moon.
They give your mom an envelope, containing 30 £. That’s the price for an abortion, still illegal in 1973. You haven’t got a father; and your mom has conceived you by accident in a wheat field, feeling happy for a moment in the countryside, the place she loves the most. And thinking about its autumn woods and the taste of chestnusts, your mom decides to give birth to you. This is the world we live in. A world of fear and pettiness. But of glory, too.
While your mom delivers the mail from farm to farm, you stay at home with granny, crouched at her feet. She tells you stories about her life, and about the past of people you met, and of the one you had no chance to meet.
To you a trip in the hills with your Lambretta is the sea, to be admired from afar.
In the background the war, the Germans hidden in the cellars of Palazzo Sorniani gulping down greaves and Sangiovese, and the partisan grenades of uncle Mario. The elections of ’68, the strange reappearance of uncle Varo, after years of absence, disguised as a local policeman.
When you grow up, your granfather Gustì takes you with him. That world, now, becomes yours. And your task is to keep on telling the extraordinary and ordinary deeds of extraordinary and ordinary men who lived there. And when you think about the father you thought you had lost, you realise that he is the one who lost you.

Cristiano Cavina was born in Casola Valsenio (Ravenna), in 1974. He grew with his mom and grandparents in a “shabby flat” in the Council Houses: overflowing with catastrophic energy, getting tired on football fields, riding his bike for kilometers. Listening to stories in bars, he develops a great passion for tales, and then books end up being his second home. Cristiano does not have to travel a long way. Across Europe and America has enjoyed a lot, but his adventure is every day there, in his town.
He has won major literary awards: Tondelli Castiglioncello Award, Vigevano Award, Francesco Serantini Award, and has entered the selection for the Strega Prize 2009.
The more severe literary critics consider him one of the best Italian writers of the new generation. He bakes delicious pizzas in his family’s restaurant and plays with his son Giovanni.