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L’arte di esitare – Dodici discorsi sulla traduzione Autori Vari

  • CUSTODI DELLA RESPONSABILITÀ DELLA PAROLA - DI ERNESTO FERRERO Sono raccolti in questo volume i “discorsi di accettazione” dei vincitori del Premio di traduzione letteraria, nato nel 2002 per iniziativa di Ilide Carmignani e Stefano Arduini, e a sette anni intitolato a Giovanni, Emma e Luisa Enriques, la benemerita famiglia che ha legato il suo nome alla Zanichelli. La cerimonia di
    conferimento offre ai premiati l’occasione di parlare delle proprie esperienze, e insieme di approfondire a un discorso tanto ricco di implicazioni da andare ben oltre i confini di una singola corporazione. Ne sono nati dei testi in cui il racconto autobiografico si amplia a riflessioni d’ampio respiro, ricche di aperture e di stimoli, che bastano a dire da soli quanto
    dobbiamo agli “autori invisibili”. Sino ad almeno cinquant’anni fa la traduzione è rimasta un’attività servile, accessoria, di secondo livello, in fondo non troppo diversa dai lavori domestici cui attendevano nelle dimore signorili stuoli di fedelissime armate di stracci, secchio e spazzolone, oppure certe imprese di pulizia, come “La Confidenza”, magistralmente rappresentata da Gadda in un racconto di L’Adalgisa. Lavori faticosi,
    sottopagati, destinati a restare anonimi, almeno fino a quando non li avessero tratti dall’ombra scrittori come Flaubert (Un cuore semplice) o Lalla Romano (Maria). Ben altre erano le preoccupazioni dei padroni di casa, cioè degli editori. Pensavano che molti degli scrittori stranieri tradotti erano di tale levatura da sopravvivere vittoriosamente anche a una traduzione tirata via alla meno peggio, e
    in ogni caso ai lettori non importasse/importava più che tanto: non sembravano manifestare esigenze specifiche, si accontentavano anche loro, senza andar troppo per il sottile. Per cinico che fosse, il ragionamento conteneva persino un qualche elemento di fondatezza. I grandi russi o i grandi francesi sono più forti perfino di una traduzione scialba e, russi a parte, esisteva allora un
    pubblico colto, piuttosto vasto, che i classici li poteva leggere tranquillamente nella lingua originale. Traducevano anche alcuni grandi scrittori, per poche lire con cui arrotondavano le magre entrate, nei tempi grami degli anni Trenta e Quaranta. Magari con un’attitudine che restava un po’ parassitaria e maschilista, come nel caso notissimo di Gadda, Montale o Vittorini, che si affidavano al buon
    cuore della “gentile signora” Lucia Rodocanachi, la quale li provvedeva di traduzioni interlineari, su cui poi loro apportavano gli abbellimenti del caso, il colpo di pollice dei maestri. “Naturalmente l’accordo dovrà restare segreto” scriveva Montale a Lucia, scusandosi con l’occasione del poco che pagavano gli editori e che andava diviso per due. Fin qui restiamo nelle tipologie di una commedia
    all’italiana che non ha risparmiato nemmeno i letterati, ma lo statuto della traduzione è ben altrimenti importante. Perché chi intenda dedicarsi seriamente alla scrittura non può fare a meno di confrontarsi con le molte questioni connesse con la traduzione, di cui anche le pagine che seguono ci offrono un’ampia campionatura. In estrema sintesi: può uno scrittore impadronirsi a fondo della
    propria lingua senza confrontarla con altri sistemi linguistici, saggiandone i limiti e i punti di forza, in un viaggio di ricerca, conoscenza e approfondimento destinato a non concludersi mai? Potrebbe un pittore dipingere senza essersi confrontato a fondo con tutti i grandi -ismi dell’Otto e Novecento? Verrebbe da dire che ogni scrittore si dovrebbe sentire obbligato a una sorta di
    Grand Tour alla rovescia, a un pellegrinaggio-soggiorno nei grandi continenti letterari degli altri, da cui non si può che tornare arricchiti in misura sostanziale. Giorgio Amitrano ci ricorda che “imparare una lingua è scoprire nuovi modi di osservare e di sentire l’universo, il mondo e noi stessi”. E Delfina Vezzoli aggiungeva che tradurre “significa tenersi aggiornati su infinite realtà in
    movimento, sull’evoluzione dei costumi e dei linguaggi”. Uscire dalla propria monade autoreferenziale. Per riprendere la bella immagine di Susan Sontag evocata da Ilide Carmignani, chi traduce contribuisce al “sistema circolatorio delle letterature del mondo”, che è anche sistema circolatorio di chi legge e di chi scrive. Coglie perfettamente il punto Yasmina Melaouah quando osserva che il traduttore consente all’autore di
    conservare tutta la sua estraneità e alterità pur diventando in qualche modo nostro: è un sensale di matrimoni che ha uguale rispetto per le diversità dei due contraenti. E aggiunge che è proprio questa distanza che riesce inaccettabile ai giovani traduttori, che si sentono forti del solo codice che possiedono e tendono a ridurre a quello tutti gli altri, rifiutando
    la fatica di conoscerli e di farli propri, sacrificando anche loro sull’altare contemporaneo della facilità, della scorrevolezza, della leggibilità. Le fa eco Franca Cavagnoli, quando ci invita ad accettare la differenza invalicabile tra due sistemi linguistici: “Il lettore che legge il libro tradotto non dovrebbe essere privato della conoscenza diretta dell’alterità, possibile solo se di quell’estraneità rimane traccia nella traduzione”.
    In queste pagine ricorre l’immagine del caos del mondo dopo Babele. Il lavoro del traduttore consisterebbe dunque nella necessità di riportare il disordine che ne è seguito a un ordine accettabile e condivisibile. Ma Babele è una condanna, un peccato originale da scontare o piuttosto una risorsa? Gli uomini di ogni tempo l’hanno sentita come una maledizione, ma maledizione non
    è. Al contrario, è il trionfo della pluralità, del molteplice, della varietà. È la casa comune della biodiversità linguistica, della meraviglia di ogni linguaggio, la speciale risorsa che ci rende umani. I traduttori sono i conservatori, i tutori, i restauratori di giacimenti infinitamente preziosi. Da qualche decennio il fiume carsico della traduzione ha preso finalmente a scorrere in superficie. Sono
    fioriti i Translation Studies all’incrocio di molte discipline diverse, si sono letti avidamente i testi fondativi, da Benjamin a Steiner e a Eco, si sono aperte scuole di traduzioni, riviste (oggi anche online, come «Tradurre»), premi letterari dedicati. Da allora la qualità delle traduzioni ha preso sensibilmente a lievitare, e anche senza disporre di solide basi documentarie, mi sento di
    affermare che certi (molti) traduttori letterari italiani sono tra i migliori al mondo. Il tradurre è diventato una professione ad alto contenuto di preparazione, consapevolezza e vorrei dire scientificità (sia chiaro che la scienza non è il campo della freddezza e di un algido raziocinare, ma semmai di una inventività, di una creatività addirittura sfrenata, che poi deve trovare conferme
    delle proprie ipotesi negli accertamenti sperimentali). Un’arte sempre più largamente riconosciuta come tale, connotata da alcune peculiarità. Nell’interrogarsi sulle ragioni profonde di una scelta professionale, Yasmina Melaouah riflette sui tempi lunghi, sull’invisibilità e sul silenzio che circondano il traduttore e ipotizza che siano cercati, magari inconsciamente. Susanna Basso ci regala un acuto, esilarante e virtuosistico campionario di tipologie di traduttore:
    gli intuitivi viscerali, gli etimologhi/entomologhi, gli inguaribili accademici, gli straniatori compulsivi, gli spietati addomesticatori, i deliranti sinonimici, i filologi devoti, gli inquieti itineranti, gli anatomisti irriducibili, i frombolieri di metafore… Tutte queste categorie, che Susanna si diverte a dipingere con affettuoso umorismo anche autoironico, potrebbero anche essere ridotte a una soltanto, che assume una particolare rilevanza in tempi in cui
    la parola viene appiattita, omologata al ribasso, degradata, stuprata dai social e dalla demagogia di certa politica, abbrutita dall’ansia di trovare consensi, quali che siano: specchio purtroppo fedele di quella che è in primo luogo una grave crisi di civiltà. Pino Cacucci ci ricorda quel che scriveva George Orwell nel 1949: “L’ignoranza è forza”. La tragedia è che l’ignoranza sta
    acquisendo lo status di grande forza politica in molti paesi del mondo. Già vent’anni fa Giuseppe Pontiggia notava che quello che fino a ieri veniva sentito coma un vergogna è diventato un vanto da ostentare. Oggi il fenomeno è tale che non fa più nemmeno notizia. La categoria unificante, quella che segna la speciale rilevanza etica del lavoro del traduttore,
    è questa: oggi il traduttore, creatura d’ombra retribuita come un precario, cui si chiede di tenere un profilo basso, di non farsi troppo notare, di non rubare la scena al Divo Autore, resta tra i pochi che sentono ancora la responsabilità della parola, e per quella si batte ogni giorno, come su una barricata o in una trincea, o per
    usare metafore meno bellicose, nel chiuso di un laboratorio artigianale. La parola da restituire alla sua pienezza originaria, alla sua pregnanza perduta, a una ritrovata forza espressiva. Il traduttore vive e pratica la responsabilità della parola giusta, che può essere una soltanto, al di là dei dubbi e delle esitazioni, e si accontenta della gioia che prova quando l’ha finalmente
    raggiunta, dopo averla strenuamente inseguita. In questo furioso pedinamento, fatto di “ascolto inventivo, di passività attiva” (Anna Ravano) è persino più determinato dell’autore, al quale sono concesse per tacita convenzione pause, imprecisioni, sfocature. Il traduttore invece fa la libera scelta di restare sempre vigile, in tensione: si nega il lusso dei momenti di distrazione, di sonnecchiare come Omero. Di ogni
    parola che sceglie, dopo averla braccata con umiltà e pazienza, vuole fare un capolavoro. Ha ragione Claudio Magris quando osserva che il traduttore finisce per saperla più lunga dell’autore. Anatomo-patologo suo malgrado, esegue delle tac cui nulla può sfuggire. Renata Colorni parla della “estrema oblatività” connaturata a un mestiere che ha molto di femminile. Il destino del traduttore pare anche
    a me assai simile a quello delle madri, che danno tutto senza chiedere niente, e spesso non raccolgono nemmeno la gratitudine dei figli (dei lettori), superficiali, distratti o egoisti come spesso i figli. Questa “etica della madri”, permeata di dedizione totale, ha molto da insegnare a tutti, a cominciare dagli scrittori. La passione, l’umiltà e il pudore che connotano l’“estrema
    oblatività” di questi premiati ci fanno sentire come il giovane Holden, il quale sognava di diventare amico degli scrittori amati. Li vorremmo per amici.

    L’importanza di una buona traduzione è sempre più riconosciuta da lettori, studenti, studiosi e addetti ai lavori. Dodici tra i massimi traduttori italiani, premiati alle "Giornate della traduzione letteraria", raccontano l’emozione, le difficoltà, gli aneddoti, le gioie e i trucchi del mestiere. Ospite d’onore, premiato per la sua sensibilità al tema, Daniel Pennac.

    L’arte di esitare – Dodi...

  • Autore: Autori Vari
  • Genere:
  • Collane:
  • Data Pubblicazione: 2/10/2019
  • Numero di pagine: 192
  • Codice EAN: 9788871689234
  • Prezzo di listino: 13 €
  • Lingua Originale:

In queste pagine ricorre l’immagine del caos del mondo dopo Babele. Il lavoro del traduttore consisterebbe dunque nella necessità di riportare il disordine che ne è seguito a un ordine accettabile e condivisibile. Ma Babele è una condanna, un peccato originale da scontare o piuttosto una risorsa? Gli uomini di ogni tempo l’hanno sentita come una maledizione, ma maledizione non è. Al contrario, è il trionfo della pluralità, del molteplice, della varietà. È la casa comune della biodiversità linguistica, della meraviglia di ogni linguaggio, la speciale risorsa che ci rende umani. I traduttori sono i conservatori, i tutori, i restauratori di giacimenti infinitamente preziosi.
(dalla prefazione di Ernesto Ferrero)


Se i traduttori, come dice Pennac, sono le luci della nostra Pentecoste laica, in questi Dodici discorsi li vedremo rifulgere.
(dalla postfazione di Ilide Carmignani)


Giorgio Amitrano
Susanna Basso
Adriana Bottini
Pino Cacucci
Franca Cavagnoli
Renata Colorni
Ena Marchi
Yasmina Melaouah
Daniel Pennac
Anna Ravano
Delfina Vezzoli
Claudia Zonghetti

 

  • Stefano Arduini
  • Ilide Carmignani