La vedova Van Gogh Camilo Sánchez

  • Un’ombra pesante su ogni gradino della scala è stato l’annuncio: Theo van Gogh entra con il fantasma della morte attaccato alle scarpe. Johanna lo guarda. In tre giorni è invecchiato di dieci anni. Quasi non fa caso alla moglie e a malapena saluta il bambino. Con una cautela estrema, sistema sotto il letto gli ultimi lavori del fratello, una serie di
    rotoli con tele dipinte di fresco. Quindi, nel bauletto di rovere delle lettere, ne deposita un’ultima, quella che Vincent van Gogh aveva addosso quando si era sparato un colpo, e poi si era sdraiato per dormire. Lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli sull’acciottolato riporta Johanna van Gogh-Bonger alle sue carte. Però, prima di arrivare alle parole, mette in ordine la casa:
    quel piccolo universo ogni giorno più incerto. Su un tavolino di legno di mandorlo, al quarto piano di Cité Pigalle numero 8, a Montmartre, comincia a sfumare la musica della città da sveglia. E mentre avanza la sera, lei non riesce a distinguere il colore di quel che si avvicina. Per coincidenza, o quel che sia, inaugura un nuovo quaderno del
    suo diario personale con la notizia della morte del cognato. Scrive. Theo non ha voluto parlare dell’agonia di Vincent. A stento mi ha riferito che aveva un aspetto tranquillo, nella bara issata sul tavolo da biliardo della locanda dei Ravoux. E che era stata una buona idea aver esposto alcune fra le ultime opere intorno al suo corpo di morto nuovo di
    zecca. Sono riuscita a reprimere la battuta impietosa che mi era passata per la mente: che alla fine ce l’aveva fatta a ottenere la sua prima mostra personale. Sono rimasta in silenzio e Theo è andato a dormire. Sono sei ore che dorme il primo, lungo riposo senza suo fratello nel mondo. Mi sono sempre sentita un po’ intermediaria, un po’ intrusa,
    tra i fratelli Van Gogh, annota sul suo diario Johanna van Gogh-Bonger. Negli ultimi quattro anni, lei aveva scelto di far finta di niente quando Theo mandava la busta con i centocinquanta franchi, ogni mese; ed era stata sempre lei a calmare le acque quando il marito, furioso, minacciava di abbandonarlo al suo destino. “Ci vuole passione, ma a fuoco
    lento” ripete tra sé e sé mentre cambia il pannolino al figlio e, dal momento che il marito non si muove dal letto, prende una decisione: sarà lei a redigere il necrologio del cognato da mandare alla stampa. Poiché Johanna rifugge dalle ipocrisie, l’annuncio funebre è a nome di Theo, l’unico che si è occupato di tutto sino alla fine.
    Con abilità diplomatica, tuttavia, Johanna indica due luoghi di lutto nell’annuncio: l’appartamento che divide con il marito, al numero 8 di Cité Pigalle, Montmartre, Parigi e, pur sentendolo quasi come una concessione, la casa della signora madre dei Van Gogh, a Herengracht, Leiden, Olanda. Pensa a una cosa a cui non vorrebbe pensare. Nella lunga e soffocante notte d’estate, a
    Parigi, si chiede per la prima volta se ha fatto bene a permettere che fosse Vincent, in omaggio allo zio pittore, il nome di suo figlio.

    "Scrivo circondata dalla vertigine dei colori. Frutteti in fiore, in camera da letto; in sala da pranzo, sopra il focolare, davanti ai miei occhi proprio adesso, i mangiatori di patate; nel piccolo soggiorno, il grandioso paesaggio di Arles e la notte stellata che sovrasta il Rodano. Ognuno di loro sfavilla per casa. E sembrano dipinti da persone diverse."

    Camilo Sánchez La vedova Van Gogh

  • Autore: Camilo Sánchez
  • Genere:
  • Collane:
  • Data Pubblicazione: 15/09/2016
  • Numero di pagine: 192
  • Codice EAN: 9788871687612
  • Prezzo di listino: 16 €
  • Lingua Originale:

Cieli, occhi, corvi, girasoli: dovunque giri lo sguardo, Johanna vede dipinti di Van Gogh. Splendono nel buio, la svegliano all’alba; prima del canto degli uccelli, prima dei rumori di Parigi che riparte.
La gente non li capisce, non li ama. Li usa come fondi d’armadio, per tappare i buchi del pollaio. Van Gogh si spara al petto e con lui se ne va il fratello Theo, inseparabile anche nella morte.
Johanna resta sola con un piccolino nella culla: si chiama Vincent come suo zio.
Lui e i dipinti illuminano il nero che l’ha avvolta.
Vedova giovane, torna in Olanda e si prepara a lottare; le hanno insegnato che bisogna dominare il mare per meritarsi la terra.
Apre una locanda in campagna, fa arrivare da Parigi i quadri di Van Gogh. Dal soffitto al pavimento, li appende in ogni stanza: è il suo omaggio all’artista che sognava una repubblica del colore, il primo museo segreto.
Di giorno Johanna accoglie gli ospiti, cresce suo figlio.
Di notte apre la valigetta che per Theo era sacra e si immerge nelle lettere di Van Gogh. Annota parole, isola passaggi di pura poesia. Le affidano una missione, le indicano la strada. Oltre le porte chiuse, il disprezzo, la selva dei no. Il primo sì è il disegno venduto a un cliente argentino.
La prima mostra la ospita all’Aia una donna senza pregiudizi.
Poi il vento gira, vengono i buoni incontri, gli incroci fortunati; il tempo corre, vola, le mostre si moltiplicano e Vincent van Gogh entra nella Storia.
Johanna, finalmente, può camminare guardando il cielo dopo la pioggia, respirare leggera, aprire altre porte. Tornare a smarrirsi in un sorriso, nel gioco meraviglioso dei corpi.
Una storia vera, bellissima, mai raccontata. La storia della donna che ha consegnato al mondo l’arte di Van Gogh.