La terra si muove Roberto Livi

  • Questo mi ha detto il mio amico geometra Ero così abituato al mio comportamento da brava persona, che arrivato a un certo punto della vita ho cominciato a pensare di essere davvero una brava persona. Poi due anni fa, una notte, mi ha svegliato un colpo secco, come se si fosse spaccato qualcosa. La mattina mi sono accorto che sul soffitto
    della mia camera c’era una crepa a zigzag spessa un millimetro. Era solo una piccola crepa, e forse non ci avrei più pensato, se quella crepa non avesse cominciato ad allargarsi, un decimo di millimetro al giorno, prima due millimetri, poi tre, quattro, e non avessi visto aprirsi altre crepe in cucina, in bagno, tra i gradini della scala, agli
    angoli delle finestre. Mi sono spaventato, così ho chiamato un mio amico geometra che mi ha detto: “Mi dispiace dovertelo dire, ma qui sotto la terra si muove. Lo so che sembra impossibile, ma la terra che qui sotto è stata ferma per dei secoli adesso si muove, e noi non possiamo fare niente per fermarla. Non so dirti quanto
    tempo potrà ancora durare, ma se continua così alla fine la terra si porterà via la tua casa”. Questo mi ha detto il mio amico geometra. – Sono due anni che non ho voglia di vedere nessuno. Dev’essere da quando ho messo in vendita la casa. Se mi guardo allo specchio provo un senso di fastidio, ogni volta che parlo mi sembra
    che non dovrei. Non chiamo più nessuno, e nessuno mi chiama più. Se suona il telefono, è sempre un mediatore che mi chiede di fissare l’appuntamento per una visita. Allora io, il giorno prima dell’appuntamento, nascondo tutte le crepe con lo stucco, poi copro lo stucco con la calce, e con uno straccio sporco sfumo il bianco eccessivo della calce
    in modo da armonizzarlo col resto della parete. Il giorno della visita spruzzo qualche goccia di trementina per confondere l’odore della calce, poi, con un bel sorriso, apro la porta al mediatore e ai suoi clienti. Negli ultimi due anni ho conosciuto soltanto mediatori. Brave persone, per carità, però ogni volta va a finire che li odio tutti, uno per
    uno, quando dicono disimpegno, scoperto, metri quadri calpestabili, cucina abitabile leggermente mansardata. Poi odio tutti i loro clienti che non possono mai fare a meno di guardare le mie cose e i miei mobili con la faccia schifata. Alla fine di ogni visita i clienti dicono: Ci scusi per il disturbo. Io dico di niente, di niente. E invece non
    li scuso, non li posso scusare, maledetti, sempre a notare le pareti da abbattere, e mai una volta qualcuno che abbia notato, per dire, il paesaggio a olio che sta sopra il divano, che a guardarlo da lontano somiglia a un originale fiammingo, e non diresti che invece l’ho fatto io a diciott’anni. Mai nessuno che abbia detto una parola
    sul mio cesto di salice che ho appeso fuori sul terrazzo. L’ho fatto io dieci anni fa. Ci ho impiegato tre mesi per farlo, tutta la durata del corso di intreccio costato novanta euro, che con novanta euro mi ci sarei potuto comprare un maglione, invece no, ho fatto il corso di intreccio perché speravo di incontrare una ragazza, invece
    niente, c’erano solo tre ottantenni che già lo sapevano fare l’intreccio per averlo imparato da giovani, e che per tutto il tempo non hanno fatto altro che prendermi per il culo, vecchiacci maledetti, sempre a dire che non ero capace, che non sapevo scegliere i rami giusti, che il manico del mio cesto era troppo debole e che si sarebbe
    rotto subito. Il giorno che l’ho portato a casa anche mia madre ha detto che il cesto era sbagliato e si sarebbe rotto subito. Invece il mio cesto, dopo dieci anni, è ancora lì tutto intero sul terrazzo. Il vento, che quassù tira forte davvero, non è riuscito a portarlo via. E anche mia madre, che ha il vizio di
    buttare sul fuoco tutte le cose inutili, non ce l’ha fatta a staccarlo dal chiodo. – Vola vola vola – Secondo mia madre la colpa della frana è tutta di mio padre. Secondo lei tutto quello che capita di brutto nella nostra famiglia, la colpa è sempre di mio padre. Lei comincia dicendo: Non mi far parlare. Poi però parla. “Bel posto
    ha scelto tuo babbo per comprare la casa, non mi far parlare, sì, proprio un bel posto, tutto in discesa, a strapiombo nel fosso, che neanche a farlo apposta lo trovava un posto più disgraziato. E pensare che stavamo tanto bene nella casina che mi aveva lasciato il mio zio. Tredici anni ci siamo stati. Poi tuo babbo ha cominciato
    a dire che era troppo piccola, che c’era poca terra, insomma ha trovato tutte le scuse per convincermi a vendere la casa che era in testa mia, per comprare ’sto schifo di casa da mettere in testa sua. Io cogliona che ho firmato. Poi, quand’è stato il momento di fare i lavori per sistemare la casa, tuo babbo per risparmiare
    ha chiamato l’impresa la più scalùcca che c’era, che ha fatto i lavori per dispetto. Dopo, tuo babbo ha fatto presto, lui è morto, ha risolto tutto, noi invece ci tocca stare qui tutti i giorni a patire”. Non erano mai andati d’accordo, mio padre e mia madre. Dal giorno del matrimonio al giorno prima del funerale di mio padre, hanno
    sempre litigato. Già nei primi anni Settanta, quando facevo le elementari, erano i tempi che a scuola la maestra parlava sempre della guerra nucleare che sembrava dovesse scoppiare da un momento all’altro, e a casa non si riusciva mai a finire un pasto senza sentire un urlo, o vedere il tavolo rovesciarsi. Poi, tra il terrorismo e le stragi, è arrivata
    la mia adolescenza. Mi ricordo che a casa non c’era una sola porta che non fosse stata sfondata a cazzotti e riparata col foglio di finto legno adesivo. Verso i miei diciotto anni, quando nel mondo è arrivata l’aids, a casa le liti diventavano sempre più violente, volavano minacce di morte o di suicidio. Più di una volta ho visto
    arrivare i carabinieri in sala da pranzo. Sarà stata la situazione internazionale, sarà stata la situazione familiare, so soltanto che di quei tempi ho soltanto brutti ricordi. Il giorno dopo il funerale di mio padre ho chiesto a mia madre: “Ma’, mi spieghi perché te e il Ba’ avete sempre litigato per cinquant’anni?” “Non mi far parlare, la colpa era tutta di
    tuo babbo, pace all’anima sua” ha risposto mia madre. “Non è vero, eri te che lo provocavi, si capiva benissimo che lo facevi apposta”. “Non è che lo facevo apposta, io gliela facevo pagare”. “Ma cos’è che c’avevi da fargli pagare per cinquant’anni di seguito?” “Gli ho fatto pagare tutte quelle volte che mi ha mancato di rispetto, per esempio, quella volta a Monte
    Santa Maria (te non eri ancora nato) che c’era una festa e tuo babbo ha fatto il patàcca tutto il giorno con le ragazze del paese. E va bene. Ma il bello è arrivato la sera, quand’è stato il momento di andare a casa, c’era la fila delle ragazze sedute sul muretto di mattoni, e tuo babbo le ha fatte
    scendere una per una, faceva il gentiluomo faceva, le prendeva strette per i fianchi, le tirava su in alto, poi diceva vola vola vola, la gonna si gonfiava, e le rimetteva giù in piedi. Con tutte faceva vola vola vola, la gonna si gonfiava e le rimetteva giù, che a me, già solo il fatto di stringerle nei fianchi non
    è che mi squadrasse tanto, ma poi, quando è toccato a me di scendere, quando sarebbe toccato a me di fare vola vola vola, lui si è avvicinato e ha avuto il coraggio di dire: Scendi giù Jole, dài, forza, andiamo a casa che si è fatto tardi”.

    “Secondo mia madre la colpa della frana è tutta di mio padre. Secondo lei tutto quello che capita di brutto nella nostra famiglia, la colpa è sempre di mio padre. Lei comincia dicendo: Non mi far parlare. Poi però parla.”

    Roberto Livi La terra si muove

Lui non invidia i miliardari o le genti belle di successo, lui invidia l’uomo che riesce a dormire sempre. Il talento del dormitore lui non l’ha mai avuto, ed è tutta colpa delle emozioni forti. La casa che il padre gli ha lasciato scivola lentissimamente sopra una frana; le crepe si allargano un decimo di millimetro al giorno e la madre ottantenne non vuol saperne di muoversi di lì. È costretto a urlare, a minacciarla di mandarla al ricovero, per convincerla a trasferirsi con lui in città. Non vorrebbe mai farlo, soprattutto la storia del ricovero. Sa bene di non avere i soldi per pagare la retta. Certe sere, per calmarsi, prova a leggere un libro, ascoltare Schumann o aprire il frigorifero. Se è davvero troppo giù, l’unica è uscire. A Pesaro dopo cena di aperto c’è solo la sala scommesse; e dopo aver perso mezzo stipendio non gli resta che salire in macchina e andarsene in Romagna a bere birra. Nel locale una bionda gli sorride e gli si siede accanto. Ha un nome difficile da pronunciare, e una bellezza che piace a tutti; la invita a cena, le regala un vestito che addosso a lei vale tutti i soldi che costa. Accanto a lei, il senso della vista ha la meglio su tutti gli altri e lui non prova più nessun dolore. Dicono la droga fa male, ma il problema è che qui tutto è una droga. Dopo dieci chilometri di separazione, sente già nello stomaco una mancanza spaventosa. Non gli viene su il respiro e questo vuol dire che è caduto nella dipendenza da una donna. Son le cose necessarie quelle che fanno più male. Anche il sole, anche il vino, anche le donne. Storia molto tenera e molto comica di un uomo di oggi a cui manca la terra sotto i piedi.

Vincitore del Premio Procida Isola di Arturo 2017.

The earth moves