La pelle e la principessa Sebastià Alzamora

  • Puppa disse: «La risposta alla vostra domanda è il nome di una donna: Maria». E, pronunciando quel nome, un velo incerto, una specie d'ombra, calò sui suoi grandi occhi, segnati dalle rughe e dalla stanchezza delle palpebre. Ma d'un tratto abbassò lo sguardo e tornò a concentrarsi sul ripiano del tavolo di noce, su cui aveva steso una pelle per lisciarla pazientemente
    con una spatola d'acciaio affilata. Su un altro tavolo lì accanto, erano sparsi in disordine i fogli di carta patinata con cui avrebbe composto il libro. Il bagliore del fuoco nel caminetto e una lampada a olio appesa a una trave del soffitto illuminavano timidamente la pesante tenebra che, dopo il tramonto, si era impadronita di quella capanna da pastore,
    laboratorio e abitazione del vecchio Puppa. Mi colpiva la risolutezza con cui lo vedevo dedicarsi a un lavoro così delicato con l'ausilio d'una luce così fioca. Ma Puppa pareva a suo agio: lavorava concentrato e a ritmo sostenuto, circondato dal disordine dei suoi strumenti. Alcuni attrezzi, naturalmente, mi erano familiari; altri, invece, li trovavo del tutto insoliti, avvolti da una
    vaga atmosfera minacciosa. Giocavo col pensiero a indovinare a cosa potessero servire, nelle sue mani: martelli, scalpelli, coltelli, pennelli, ma anche recipienti e secchi di varie forme e misure, pennellesse con setole di materiali a me sconosciuti, sgorbi, piegatrici, vasi d'argilla e di terracotta, funi e corde di tutti i colori, spessori e lunghezze, seghetti e punteruoli come non ne
    avevo mai visti, vassoi con liquidi presumibilmente tossici e tinte che non riuscivo a identificare, lamine e limaglie di metallo, cunei di legno di ogni tipo, aghi, chiodi, bullette e fibbie, piccoli falcetti, squadre e compassi, forbici, carta e ancora carta dappertutto, piegata in due o in quattro o tagliuzzata a strisce. Ricordo che, per un momento, mi guardai il
    moncone e rimasi assorto, perso nell'idea che la pelle che Puppa stava lisciando davanti ai miei occhi provenisse dalla mia gamba sinistra. Sui bracieri del caminetto c'erano due pentole. Una era di rame: lì dentro ribollivano, mi spiegò Puppa, acqua, farina, amido, allume di rocca polverizzato e trementina, il tutto mescolato per bene e tenuto a fuoco lento allo scopo di
    ottenere l'impasto per incollare il libro. L'altra, di terracotta, era stata riempita con quattro litri di aceto in cui galleggiavano pezzi di ferraglia e un pizzico di solfato di ferro: da quella brodaglia indigesta doveva venir fuori la tintura per marezzare la pelle delle copertine, una prospettiva che, oltretutto, trovavo particolarmente ributtante. Prima vi avrebbe passato una mano di giallo,
    già pronto in un barattolo contenente una soluzione di anilina e acqua. Dalle pentole esalava un vapore abbondante che ci aggrediva le narici con un miscuglio di odori appiccicosi e leggermente narcotici; il loro gorgoglio simultaneo fu, per qualche istante, l'unico suono ad alterare il silenzio in cui eravamo piombati quando Puppa aveva smesso di parlare e a me non
    era venuto in mente nulla da dire. Tuttavia, i capelli ormai interamente bianchi (raccolti in una coda di cavallo durante il lavoro), e forse anche la corporatura vegliarda ma ancora robusta di quell'uomo, ispiravano una remota dignità che mi faceva sentire tranquillo in sua compagnia. Non so se la sensazione fosse reciproca, ma di certo non vedeva, in uno sciancato
    come me, alcun pericolo degno di considerazione. Restammo così a lungo: lui occupato con quella pelle conciata che tanto mi disgustava e io seduto, a seguire il borbottio delle due pentole, mentre da fuori giungevano i fischi furiosi del vento, e i gemiti delle fronde dei cedri che si piegavano sotto il peso della neve e davanti all'assalto della tempesta
    che si era scatenata. Sì, era una lunga e cruda notte d'inverno, come quella che sembra prepararsi oggi, non è così, amici? Comunque, se la neve non ci consentirà di tornarcene nelle nostre case, qui, in questa taverna, troveremo il miglior rifugio possibile, non credete anche voi? Portatemi un altro boccale di birra! O del vino caldo, fa lo stesso: alla
    mia età, sono pochi i piaceri rimasti e, tra quelli di cui ancora posso godere, scelgo senz'altro la bottiglia. È vero, mi piace bere e a voi, amici, piace sentir raccontare questa storia, in una serata così. Che dite? Tu e quell'altro seduto accanto alla credenza non l'avete mai sentita? Ma bene, ma bene. Allora, se gli altri sono d'accordo,
    ripartirò dall'inizio e racconterò tutto per filo e per segno: in fondo, non è neanche tanto lunga! Ma è molto intrigante... Voi fate in modo che il mio boccale non sia mai vuoto e io vi spiegherò come sono diventato il povero zoppo che avete davanti e come, in seguito a quell'incidente, mi sono trovato coinvolto nell'enigmatica storia di Puppa
    e Maria. Alla salute! Quando ero giovane, tanti anni fa, ero già povero come sarei sempre stato, e mi guadagnavo da vivere lavorando come spaccapietre in una cava di marmo, non molto lontano da Pilsen. Un brutto giorno, quando l'inverno si avvicinava e il freddo del mattino era tagliente come il rasoio di un barbiere, mi trovavo in fondo alla cava,
    a frantumare blocchi di roccia a colpi di mazza. Era un lavoro penoso: bisognava estrarre le enormi placche e i blocchi di marmo, pulirli con martello e scalpello dalle impurità che vi si erano sedimentate e quindi, con mazze più pesanti di un uomo, ridurli in pezzi più piccoli e ammassarli su carrelli che venivano trascinati lungo la galleria della
    cava a forza di braccia e tramite funi fino all'uscita. Si sistemavano tutte quelle pietre in grandi teli e si caricavano sui carri che le portavano al magazzino, e così tutto il giorno, dall'alba al tramonto, anche sotto la neve, anche sotto la pioggia. Insomma, ero lì, morto di freddo, alle prese con quella mazza gigantesca, quando ho sentito grida di
    allarme provenire dall'alto e un grande frastuono dietro di me. Ho girato la testa e ho preso un colpo fortissimo in mezzo alla fronte, tanto da perdere i sensi e cadere lungo disteso. Poi mi hanno spiegato che la corda mezza marcia di una fune si era spezzata all'improvviso, per cui, il carrello pieno zeppo, che stava per arrivare in
    cima, si era ribaltato e tutto il suo contenuto era precipitato al punto di partenza come una valanga. Era successo tutto troppo in fretta per evitare che la valanga mi centrasse in pieno e mi seppellisse: i miei compagni hanno impiegato ore per tirarmi fuori da quel mucchio di rocce, convinti di trovarmi cadavere. Quando, con grande sorpresa, si sono
    accorti che così non era, mi hanno caricato subito su un carro e, con tutta la buona volontà dei due muli che avevano aggiogato, mi hanno trasportato fino al paese più vicino. Quando ho aperto gli occhi mi sono trovato disteso su un pagliericcio sotto la veranda della casa di un maniscalco, la cosa più simile a un medico che erano
    riusciti a trovare per soccorrermi. Un sentore profondo e freddo di fieno e sterco di animali giungeva alle mie narici e sembrava penetrarmi fino alla base del cranio, che rimbombava come se ci avessero conficcato un chiodo. Anche il petto e le costole mi facevano molto male, ma il dolore più intenso giungeva senz'altro dalla gamba sinistra, da dove provenivano
    ondate di fuoco che mi stringevano alla vita e al ventre fino alla spina dorsale. Sentivo in bocca il gusto caldo e dolce del sangue e, quando ho cercato di aprirla per chiedere dov'ero, mi sono sentito soffocare dai miei denti, frantumati come schegge di marmo. In preda a un accesso di sputi e colpi di tosse, ho sentito le mani
    di un uomo che mi afferrava saldamente le braccia e mi legava i polsi con una corda. Subito dopo, il maniscalco mi ha aperto la bocca con le dita per otturarmela con una specie di palla di stracci viscidi e, infine, mi ha sistemato un cuneo di legno sotto il tallone sinistro costringendomi a tenere la gamba sollevata, accentuando l'intensità
    di quelle ondate ignee di dolore. Non potevo dire nulla; anzi, respiravo dal naso con grande difficoltà. Ho sentito la voce di un altro spaccapietre che diceva: "Sta agonizzando, non ce la farà". Tentavo di sforzare la vista annebbiata per scoprire chi aveva parlato. Non ho riconosciuto nessuno, in compenso ho intravisto sopra di me un oggetto di metallo che
    rifletteva la luce del mezzogiorno. Era la lama di una scure. Allora ho capito: ho cercato disperatamente di sollevarmi e di fuggire ma, prima di poter fare un qualsiasi movimento, la scure era calata con tutta la forza delle due braccia del maniscalco. Si è sentito uno scricchiolio sinistro, poi il tonfo sordo della mia gamba che cadeva inerme sul
    suolo della veranda, staccata per sempre dal mio corpo. Sconvolto, sono riuscito a sputare lo straccio e a strillare come un maiale al macello, ma il maniscalco mi ha zittito togliendo un ferro rovente dal forno a legna e applicandomelo sulla ferita, per cauterizzarla e bloccare il getto di sangue che schizzava fuori. Evidentemente mi davano per spacciato, per cui lasciarmi
    agonizzare o tentare una cura drastica era una scelta piuttosto indifferente.

    “ – Ma perché? Non puoi usare la pelle di una capra, di un maiale, di un vitello? Perché dev’essere proprio pelle umana? – La risposta alla tua domanda è il nome di una donna: Maria”.

    Sebastià Alzamora La pelle e la principessa

  • Autore: Sebastià Alzamora
  • Genere:
  • Collane:
  • Titolo Originale: La pell i la princesa
  • Data Pubblicazione: 2/03/2006
  • Numero di pagine: 224
  • Codice EAN: 9788871684314
  • Prezzo di listino: 14 €
  • Lingua Originale:

Una catapecchia ai margini del bosco. Mentre fuori impazza la tempesta, un vecchio è chino sul suo lavoro: rilega libri in pelle a regola d’arte. Per un libro speciale – l’ultimo canto dell’Odissea, il ritorno a Itaca – vuole qualcosa di unico. Sono anni che attende l’occasione. Quel libro lo deve rilegare in pelle umana.
Dietro, c’è una storia. Una storia d’amore e di avventura.
Lo stesso uomo, cinquant’anni prima. Solo e sperduto su una strada di campagna, a sud di Praga. Non ha un soldo, non ha nemmeno un nome. La madre è morta mettendolo al mondo, il padre l’ha venduto a un contadino. Sta fuggendo.
Varca le porte di Praga in un mattino assolato del 1618. La città è in rivolta: sta per scoppiare la Guerra dei Trent’anni. Trascinato dalla folla, si avvicina al Palazzo Reale. Quasi per caso, salva la vita della principessa Maria e viene accolto a palazzo.
Nella vita di corte, conosce il vizio, il potere, la follia.
Impara ad amare la bellezza, carnale e spirituale, sopra ogni cosa.
Fino alle più estreme conseguenze.
Così in quella catapecchia ai margini del bosco, mentre fuori impazza la tempesta, cinquant’anni dopo…

Una straordinaria combinazione di avventura, Storia e sensualità.