La parabola degli eterni paesani Luciano Cecchinel

  • Delle caratteristiche straordinarie di alcuni paesi e di quelle non meno straordinarie di alcuni paesani. E di come quelle che in certi periodi sono ammirate doti possano in altri essere gravi difetti. – È Crosère-Riva un comune di montagna che assomma alcuni paesi minuti ed aggraziati. Acciambellati come gatti al sole, hanno a loro distinzione due specchi d’acqua, che qualcuno
    ha definito delle pozzanghere ma che, lungi dalla protervia di chi così li svilisce, sembrano aver predisposto alla mansuetudine contemplativa molti dei suoi abitanti. Sono peraltro tali paesi da molti forastici, ancorché assai meno dagli autoctoni, apprezzati e amati, oltre che per l’amenità del paesaggio, per la vita che vi si conduce, erta come i sentieri delle montagne e scabra
    come le pietre delle vecchie case ma per ciò stesso semplice ed immediata come le espressioni dell’antico parlare. Abbarbicate alle pendici vi stanno le rustiche abitazioni, per lo più appoggiate l’una all’altra, quasi a solidale difesa di retaggio ancestrale. Ma se per questo sono quelle contrade ampiamente note, nondimeno esse lo sono per il più autentico tipo umano che vi
    risiede e che con la sua vigile e talor operosa presenza le insapora. Questo si dice non come mera valutazione folklorica ma come considerazione dall’antropologico crisma; ché di un esemplare umano qui si tratta e seriamente minacciato poiché viene disprezzato per quella stessa semplicità che è la sostanza prima di quanto ha prodotto di comunemente ammirato. E talvolta è anzi
    vilipeso, giacché, se per taluni aspetti ancora controverso è il giudizio che su di lui viene dato, egli è dai più fatuamente immiserito col nomignolo di scanagòti. Non si sa bene dove e da chi sia scaturito tale appellativo che porta a pensare che di essere perdutamente dedito al bere si tratti, quando è semmai per sostenere il pesante lavoro
    cui sa ancora assoggettarsi o per sostentare l’ormai connaturata propensione contemplativa che egli si accosta a tonificanti bevande. E se il nomignolo può altresì far intendere che di pozioni di qualsiasi fatta egli si appaga, la disposizione all’immediatezza e la fedeltà ai costumi dei padri immantinente lo scagiona.C’è chi dice che lo scanagoti è essere infingardo, quando la sua vera
    indole è di essere riflessivo e cauto; c’è chi dice che non molto ama il lavoro ma, se consultato, egli sarà in grado di spiegare come abbia sondato l’inutilità e lo snaturamento di molte moderne incombenze; c’è infine chi afferma che è essere che rifugge dalla vita ma a chi sarà capace di ascoltare egli dimostrerà come più di altri
    vi sia immerso nel suo assiduo considerare. E anche a testimonianza di ciò (e del fatto che qui non si raddrizzino le gambe ai cani), si è ben sedimentata nel linguaggio della comunità tutta – ma viene con cognizione di causa soprattutto usata dallo scanagoti – la formula ortativa “considera”, o per converso l’altra pietisticamente rassegnata “quello proprio non considera”.E
    appunto, nonostante tutte queste peculiarità, tale soggetto è purtroppo sempre meno diffuso: nell’ordine delle decine si contano i suoi esemplari.Ma se pochi ne son rimasti e ormai coscienti del loro declino, mai, nella fierezza della loro ragion d’essere, del tutto domi e rassegnati; ché anzi di una luminosa parabola, pur se ancor ignominiosamente irrisa, si dimostrarono capaci in un’epoca a
    loro scopertamente ostile. Fossero vissuti nel Medioevo, probabilmente oggi di loro si parlerebbe come di santi, di asceti, di crociati o quantomeno di eretici ingiustamente condannati per la fedeltà alle proprie idee precorritrici. Ma pur se non sarà del tutto vero che il pane per i propri denti non tocca ad alcuno, come è sorte più generale agli umani non
    a tutti capita di vivere nell’epoca più consona al proprio essere; ed essi si trovarono a vivere in pieno Ventesimo secolo, a misurarsi con l’evoluzione tecnologica, a brancolare fra le caligini dell’indeterminismo mercantilista, fra le sirene del consumismo e gli spettri delle nevrosi specialistiche; e oltre, a pencolare sui baratri dell’alienazione produttiva e della presunzione scientifica delle ideologie di massa.
    Per questo oggi si parla di loro come di spiriti refrattari alla civiltà, di rotelle inceppate del processo evolutivo o di farneticatori imbelli; e fra breve forse come di gusci vuoti scaricati ai bordi della storia. Ma di quale storia, è lecito chiedersi? Forse di quella dei faraoni, dei Magni, del Moloch tecnologico? Non certo quella per loro era la
    storia. Eppure infame rimane il loro brusio o addirittura sconosciuta la loro stoica ventura. Perché stoici anche furono, quanto seppero spesso virilmente opporsi alle scelte dei più e di molti sopportare il disprezzo e lo scherno. E se mai qualcuno di loro fu a tratti trascinato dalle correnti marginali dell’epoca, lo fu con partecipazione totale, perché lungi dalle loro menti
    era l’artificio che strumentalmente dischiude la differenza tra forma e sostanza e con esso le acrobazie esteriori ed interiori per cui quello che si dice si distanzia da quello che si fa.Forse non sempre pacifici come agnelli, trasparenti come acqua di fonte o saldi come rocce essi furono. Ma noi nemmeno diremo ora “chi è senza colpa scagli la prima
    pietra”, come sarebbe originalmente infondato non considerare le loro umane imperfezioni e le loro cadute nel complessivo loro modo di essere. O forse lodiamo solo all’occorrenza la semplicità di spirito e la purezza originaria? Ed ecco allora il nostro torto a loro addebitato: la nostra degenerata tendenza alle distinzioni sottili convertirsi in loro colpa al di fuori della vera, unica
    onesta considerazione: come avrebbero potuto simili esseri incolpevolmente vivere con la loro immediatezza primigenia in un’epoca che tutto era fuorché questo?

    “Ma certo inutile non era stata la stoica ventura dei buoni paesani ché delle loro contrastate vicende a lungo si ragionò e ancora si ragiona; e con esse dei valori la cui luce, come quella della stella del mattino, essi pazientemente seguirono. Perché anche grazie a loro quei valori sopravvivono, ad onta della proterva villa di Rico Labèla e dei sofismi di monsignore”.

    Luciano Cecchinel La parabola degli eterni paesani...

Storia ‘indigena’ di una generazione, nata dall’esperienza viva della politica; romanzo epico-picaresco sulla caduta di un’utopia.

Sul tavolo davanti alla casera, tra canti anarchici e bicchieri di vino, alcuni paesani scanagòti – il filantropico patriarca Saì a, l’impaziente e burlone Zinto, il sagace pensatore Zènte, l’austero e inflessibile Donta, il socievole e sentenziante Tacacucagne e il semplice e confuso Magnabùtole – coltivano un sogno antico: raddrizzare le cose storte, cambiare il loro pezzo di mondo. Sono rivendicazioni semplici, nate sui monti; rivendicazioni che fatalmente si arenano nell’esercizio politico, che pare destinato a oscillare in eterno tra realtà e utopia, tra buona fede e mala fede.
E quando l’intesa comunitaria si sfilaccia, i buoni paesani si ripiegano, e ai loro danni si consuma persino una vergognosa (e molto comica) beffa.
Ma la loro vicenda non è stata invano, se chi la conoscerà potrà sentire, come un amore mancato, il richiamo dell’ideale; “perché non solo nel male, ma anche nel bene, non si potranno più chiudere gli occhi che hanno cominciato a vedere”.