La disfida Giorgio Caponetti

  • Poche cose lo mandavano in bestia. In tutta la sua vita aveva sempre cercato di mantenere la serenissima imperturbabilità degna di un zentilomo veneziano inattaccabile dalle umane miserie. Ma adesso Alvise Pàvari dal Canal non poté trattenersi dal brontolare ad alta voce: “Ostrega de n’ostrega, che giornà de merda!” Era incominciata all’alba con una telefonata. “Siór conte, siór conte!” “Dimmi, Sebastiano” aveva risposto
    assonnato. “Napolitano el xe stravacà nel box, con una gamba tutta storta. Mi ghe gò portà da magnare de bonora, ma no se gà tirà su”. Napolitano era il magnifico stallone lipizzano che, una quindicina di anni prima, l’allevamento di stato aveva assegnato ad Alvise come riconoscimento per i suoi meriti ippologici ed equestri. Alvise aveva fatto costruire una piccola scuderia nel suo
    podere sull’Isola di Sant’Erasmo, che da sempre forniva gli ortaggi a Ca’ Pàvari; aveva rubato agli orti un bel pezzo di quel terreno fertilissimo, aveva fatto un maneggio e aveva dedicato gran parte del suo tempo libero all’addestramento di quel cavallo superlativo. “Chiama subito il veterinario”. “Già fatto, siór conte. Dovrebbe arrivare con il prossimo vaporetto”. “Bravo. Fra poco arrivo anch’io”. Premette il bottone
    del campanello per far sapere che si era svegliato. Si fece una rapida doccia, si vestì in fretta e passò dalla piccola camera da letto all’immenso salone che lui chiamava ‘il mio monolocale’. Era alto più di sette metri, con il soffitto a cassettoni intarsiati, lungo almeno una ventina di metri e largo quasi dieci. Su tre pareti, un’imponente libreria settecentesca
    arrivava fin quasi al soffitto; sull’altro lato corto, una serie di bifore gotiche dava accesso al balcone sul canal Grande. Era stato il salone delle feste al piano nobile di Ca’ Pàvari. Adesso era l’abitazione privata di Alvise Pàvari dal Canal, professore di ippologia presso l’Università Ca’ Foscari. Spalancò una porta finestra e andò a sedersi al tavolino di ferro battuto sul
    balcone. La Rina arrivò subito con il vassoio del caffè e i crostini caldi. “Bondì, siór parón. De bonora, stamatina, eh?” “Buongiorno, cara. Chissà che caldo viene oggi…” disse indicando il leggero velo che appannava l’acqua del canal Grande. “Xe a stagión…” Finito di fare colazione, scese per lo scalone di marmo rosa. Toni stava spazzando la piccola corte d’onore: “Buongiorno, Alvise” disse senza smettere
    di ramazzare, ma alzando verso di lui un bel faccione rotondo e sorridente “Ti ga dormìo bén?” Alvise e Toni erano coetanei, cresciuti insieme a Ca’ Pàvari, si volevano bene come fratelli e si davano del tu. Con l’unica differenza che Alvise era il siór conte e che Toni era il custode. “Ciao, Toni. Sì, go dormìo bén, ma ghe xe un
    problema”. “Alvise, ghe xe un problema…” era la frase tipica di Toni quando doveva comunicargli qualcosa di spiacevole. “Ghe xe un problema?” “Propio. Mi ha telefonato Sebastiano che il cavallo si è fatto male e mi tocca andare di corsa a Sant’Erasmo”. “Che barca te preparo?” disse Toni appoggiando la ramazza e aprendo la porta della scala che scendeva nella cavana. “Il gommone. È
    il più veloce”. La cavana era il ventre misterioso di Ca’ Pàvari, un ventre con il pavimento d’acqua che ospitava le imbarcazioni di famiglia. Appesa al soffitto c’era l’imponente gondola rosso amaranto che ormai Alvise usava solo una volta l’anno, e neanche tutti gli anni, per la festa del Redentore. Alle pareti, le panoplie di remi, di forcole, di mezzi marinai, di
    salvagenti. In acqua, sempre pronta per partire, la piccola flotta. C’era la mascareta di mogano con cui ogni tanto andava a far lezione all’università, vogando in piedi alla valesana: la figura lunga e allampanata del professore con il mantello di loden e i capelli bianchi svolazzanti sotto il cappello di feltro era ormai un mito fra gli studenti. C’era lo strano trabiccolo giroscopico
    elettrico, una specie di moto d’acqua, non più larga di un metro quadro, che usava quando doveva penetrare nei più stretti e sconosciuti rii di Venezia. Era un gioiello della tecnologia, autobilanciante; non sollevava neanche una goccia e scivolava sull’acqua come un tappetino volante. C’era l’imponente, elegantissimo Riva, il motoscafo dei principi, scintillante di dodici mani di vernice marina. E c’era il
    gommone con la consolle di guida centrale, comodo da guidare stando seduti su uno sgabello imbottito, con cui sfrecciare in laguna per andare alle isole. Lo aveva dotato di un motore fuoribordo elettrico di ultima generazione, molto potente, silenziosissimo, senza gas di scarico e con batterie che duravano ore e ore. Quando fu uscito nella laguna aperta, fuori dalla Punta della
    Dogana e dopo l’Isola di San Giorgio, spinse il gommone fino al limite della velocità consentita, facendo bene attenzione a non superarlo. Aveva già preso un mucchio di multe ed era stanco di pagarle. La laguna era ferma: anche i gabbiani erano pigri e lo guardavano passare appollaiati sulle briccole che delimitavano le vie. Persino il traffico dei vaporetti sembrava
    aver paura del gran caldo che sarebbe arrivato fra poche ore. Non era particolarmente allarmato per il cavallo perché sapeva che Sebastiano, a volte, esagerava con le preoccupazioni. Era talmente affezionato a Napolitano che pareva quasi che lo stallone fosse suo. “Capirai, Alvise, che con una frattura del genere…” gli disse il suo amico Maurizio, veterinario specialista in cavalli, passandogli la lastra. Lui
    non era un veterinario, ma i cavalli li conosceva bene. “Ma come è stato possibile?” singhiozzò Sebastiano con la testa fra le mani. “Lascia stare, Sebastiano, non è colpa tua. I cavalli riescono a farsi male da soli nei modi più strani” cercò di consolarlo Alvise, dopo aver restituito la lastra con un gesto di sconforto. “Cosa dobbiamo fare?” chiese poi al
    veterinario. “Sai, fino a pochi anni fa, l’unica soluzione sarebbe stata quella di abbatterlo”. “E adesso?” “Adesso possiamo provare a rimetterlo in piedi, con le nuove protesi appena sperimentate. Ma sia chiaro che non sarà mai più un cavallo in grado di lavorare”. “Capisco. Quante probabilità ci sono che possa ristabilirsi quel tanto che basta per non soffrire di immobilità e non fare una
    fine ancora più triste?” “Più di quante pensi: almeno il settanta percento. Ma considera che sarà una terapia molto lunga e costosa”. “Quello non è un problema”. “Lo immaginavo. Potrai sempre utilizzarlo come stallone. Anche se non è più giovane, può ancora riprodursi: con la sua genealogia… Quando si sarà rimesso, potresti affidarlo a qualche allevamento che lo tenga sempre al prato. Potrebbe
    avere una lunga e buona vecchiaia”. Alvise ci pensò su un attimo. “Cosa pensi di fare?” “Prima di tutto devo portarlo in clinica”. “E cosa posso fare, io?” “Puoi solo levarti dai piedi” disse il veterinario con un sorriso burbero. Alvise si chinò sul cavallo semisdraiato sulla sua bella lettiera di paglia, lo accarezzò sul collo, gli alitò leggermente nelle froge. Un ultimo saluto, al quale
    il cavallo rispose con un soffio che sapeva di fieno. “Basta: non avrò mai più un cavallo” si disse, tornando al gommone pieno di pensieri amari. Non aveva più voglia di ricominciare daccapo con l’ammansimento di un cavallo giovane. Sapeva che, prima di arrivare al grado di confidenza e di addestramento che aveva raggiunto con Napolitano, ci sarebbero voluti anni. Sentiva di
    essere troppo vecchio per farlo. E poi, mica tutti i cavalli sono uguali; trovarne un altro come lui… Risalì sul gommone e lo lanciò rabbiosamente verso Venezia volando sull’acqua ferma della laguna.

    Poche cose lo mandavano in bestia. In tutta la sua vita aveva sempre cercato di mantenere la serenissima imperturbabilità degna di un zentilomo veneziano inattaccabile dalle umane miserie. Ma adesso Alvise Pàvari dal Canal non poté trattenersi dal brontolare ad alta voce: “Ostrega de n’ostrega, che giornà de merda!”

    Giorgio Caponetti La disfida

  • Autore: Giorgio Caponetti
  • Genere:
  • Collane:
  • Data Pubblicazione: 17/03/2016
  • Codice EAN: 9788871687414
  • Prezzo di listino: 13 €
  • Lingua Originale:

La strana storia
di un debito molto antico
di pelle che sa di latte e di mare
di vele al vento, gps e vecchi marinai.

Un’avventura di Alvise Pàvari dal Canal.

Trani è bellissima. Alvise ci arriva in barca a vela, quando il sole colora di rosa la pietra bianca. L’accoglienza è festosa: il vecchio ammiraglio Diomede lo invita a cena nella sua masseria.
Le orecchiette, tuttavia, gli vanno per traverso: Diomede esibisce una pergamena con un debito di cinquecento anni fa. Alvise è un uomo d’onore, un debito è un debito, ma vorrebbe tanto sapere chi è l’antenato, suo omonimo, che ha firmato quel foglio, e che cosa diavolo ci faceva lì.
Era un Alvise giovane, riccio e bello, giunto da Venezia per mare. Si era fermato tra i colli a addestrare cavalli, curando la nostalgia tra le braccia di una monaca. Correva l’anno della disfida di Barletta.
Pesano, cinque secoli di interessi, e pesa la sfida che attende Alvise adesso: la sua barca a vela Sangermani, elegante signora, deve battere in regata una barca nuovissima, di pura avanguardia tecnologica. Il vento è sostenuto, l’unico equipaggio un ammiraglio novantenne…

In copertina, immagini di Giancarlo Francesconi.