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IL SILENZIO DEI GONDOLIERI William Goldman

  • CAPITOLO I Tutti sanno che i gondolieri di Venezia sono i più grandi – – mi correggo, scusate – – un tempo tutti sapevano che i gondolieri di Venezia sono i più grandi cantanti del mondo. Probabilmente penserete che quanto sopra sia ridicolo (io di certo lo pensavo quando iniziai le mie ricerche in merito). Dopotutto, come si può definire qualcuno
    ‘il più grande’ in qualcosa se non esiste un sistema di misurazione attendibile? Si può dire che io sono più alto di voi; è un’affermazione che può essere dimostrata. Ci mettiamo in piedi schiena contro schiena e se la mia testa supera la vostra, io sono più alto. Ma se affermo che Willie Mays è stato il più grande giocatore
    di baseball di tutti i tempi e voi ribattete “Sbagliato, è Joe DiMaggio”, non c’è modo di giungere a una verità oggettiva. Possiamo discuterne. Io potrei addurre che Willie Mays ha realizzato un numero maggiore di home run e voi replicare invece “E allora, DiMaggio ha una media in battuta più alta” e potremmo andare avanti così per ore. Forse
    giorni. Potrebbe anche essere divertente. Ma alla fine, non riusciremmo a stabilire un bel niente. Io continuerei a chiedermi perché siete così stupidi da non voler rinunciare a Joe DiMaggio, mentre voi sareste assolutamente certi che io sia un cretino perché tengo a Willie Mays. Chi è il più grande giocatore di baseball della storia? Questione di opinioni, ovviamente. E chi
    sono i più grandi cantanti del mondo? Un’altra questione di opinioni? Spiacente. Ho intervistato dozzine di persone prima di scrivere ciò che state leggendo, alcune a Venezia, qualcun’altra a Londra, altre ancora negli Stati Uniti. Cantanti esperti, storici della musica, gondolieri, e chi più ne ha, più ne metta. Ho un taccuino pieno zeppo di appunti, con cui vi potrei annoiare,
    ma mi limiterò a portarvi come prova un paio di esempi. Il primo potreste verificarlo da soli procurandovi un qualsiasi almanacco decente; il secondo, invece, è di natura un po’ più personale. Primo esempio: le O.d.V. Oggi non si tengono più – ed è triste, lo so – ma che volete farci? Sono state – finché sono durate – il più grande
    e importante evento musicale su questa terra. In parte grazie al fatto che si svolgeva soltanto ogni quattro anni. (O.d.V., nel caso non ve lo ricordaste, stava per Olimpiadi della voce.) Le più grandi e importanti Olimpiadi della voce si tennero nel 1900. Era l’inizio di un nuovo secolo, ovunque c’era un grande spirito di ottimismo e settemilaquattrocentoquarantasette cantanti provenienti
    da cinquantadue paesi diversi si riunirono per disputarsi le dodici medaglie d’oro messe in palio quell’anno. Alla fine dei giochi, la giuria internazionale assegnò nove medaglie su dodici ai gondolieri veneziani. Impressionante, ve lo garantisco. (Voglio dire, Venezia è una città di novantamila abitanti, e meno di ottocento superano l’esame per diventare gondolieri.) Ma ciò che rende il risultato sconcertante
    è questo: le altre tre medaglie furono vinte dal trio Vizzini di Roma – che erano stati gondolieri e avevano trascorso la loro vita sui canali della laguna, fino a quando un lutto familiare non li aveva costretti a trasferirsi a Roma nel 1895. Se pensate che dodici su dodici non sia la prova di qualcosa, oltre a essere in
    errore, fate parte di quel genere di persone che i miei nipoti definirebbero “parecchio strane”… Secondo esempio: Caruso. Probabilmente qualcuno di voi è al corrente dei risultati delle Olimpiadi della voce del 1900; come ho già detto, si possono verificare. (L’almanacco che consulto io lo riporta a pagina 654 – è l’edizione del 1982, quella con la copertina rosa.) Sono
    sicuro, tuttavia, che nessuno di voi conosce la storia di Caruso, per le ragioni che vi saranno chiare tra un paio di pagine. Accadde un venerdì sera, l’11 giugno, a Venezia, sul Canal Grande, nel 1903. Non sono riuscito a ricostruire l’ora precisa, ma con buona approssimazione dev’essere stato intorno alla mezzanotte, minuto più minuto meno. Ed ecco cosa accadde.
    Enrico Caruso (1873-1921) era, al momento della sua morte, il cantante più famoso del mondo. Si può tranquillamente affermare che, a oggi, egli sia la figura più importante che abbia mai calcato i palcoscenici per un’opera o un concerto. Nel 1903, era una leggenda in tutta Europa – ma non aveva mai cantato in America. (Fece il suo debutto qui
    nell’autunno di quello stesso anno. E se leggete la sua autobiografia, vi risulterà chiaro come potesse renderlo nervoso l’idea di affrontare il viaggio.) E non era nemmeno mai stato – e questo è strano, dato che era italiano – a Venezia. Il suo primo e unico concerto ebbe luogo la sera della nostra storia, al teatro La Fenice, alle otto
    in punto, davanti a un pubblico in fibrillazione. Era in condizioni vocali superbe e cantò per novanta minuti, suscitando reazioni che partirono dal pandemonio – e da lì fu tutto un crescendo. Dodici minuti di applausi, omaggi e lacrime a non finire e una grandiosa festa dietro le quinte. A quel punto Caruso era veramente esausto; così fece ritorno all’albergo
    dove alloggiava, il Danieli, e si fece portare la cena nella sua suite. I proprietari del Danieli, orgogliosi di avere un ospite tanto famoso, conservarono il conto del servizio in camera e io ne ho una fotocopia proprio qui, accanto a me. Caruso amava gli spaghetti e, di fatto, fu tutto ciò che ordinò. Spaghetti. Al ragù. E poi un’altra
    porzione, alle vongole. E una terza al sugo di funghi. Ordinò anche spaghetti alla carbonara, spaghetti al burro e altre tre ordinazioni che non riesco a decifrare dalla grafia. (Era abbastanza risaputo che Enrico fosse una buona forchetta.) Dopo aver finito di mangiare, si coricò, ma per ragioni che non ci è dato sapere (mi verrebbe da dire a causa
    di un’indigestione, ma è soltanto un’ipotesi), non riusciva a prendere sonno. Quando mancavano pochi minuti alla mezzanotte fu visto, non più in tenuta da concerto, attraversare la hall dell’albergo per uscire sul lato del Danieli che si affaccia sul Canal Grande. Il Canal Grande è la strada più meravigliosa del mondo. In effetti non è proprio una strada ma piuttosto un
    corso d’acqua che si snoda attraverso il cuore della città. Una specie di S rovesciata. Largo all’incirca una novantina di metri e lungo tre chilometri, è fiancheggiato su entrambi i lati da una sfilata di palazzi antichi. Più di duecento palazzi, per la precisione, costruiti nel corso di seicento anni. Di giorno è intasato di barche – vaporetti, barche da
    trasporto merci, gondole – qualunque cosa galleggi a Venezia, passa per il Canal Grande. E alla luce del giorno è una delle meraviglie del mondo. Ma di notte – specialmente quando c’è la luna piena e la luce soffusa si riflette dall’acqua sui palazzi – non saprei descriverlo e non sono nemmeno sicuro di volerci provare, ma diciamo che se da
    morti nel vostro testamento chiedeste a qualcuno di spargere dolcemente le vostre ceneri sul Canal Grande, magari a mezzanotte e con la luna piena, tutti saprebbero con certezza che avete amato e compreso la bellezza, quella vera. Fu proprio durante una notte come questa (ho il rapporto meteorologico, un’altra fotocopia, proprio qui; la luna era ufficialmente e incontestabilmente piena) che Enrico
    Caruso si fermò a fissare il Canal Grande. C’era una sola gondola ormeggiata di fronte al Danieli, con un piccolo, timido gondoliere di mezz’età in piedi lì accanto. Caruso squadrò l’uomo e la barca per un momento, poi si avvicinò di un passo. “Immagino che sia libero” disse Caruso. “Sissignore” rispose il timido gondoliere. “Quanto?” (Nota per il lettore; rapida, promesso. Anche se è
    vero che Caruso chiese quanto costava, non voglio che qualcuno possa pensare male di lui, considerandolo un tirchiaccio. “Quanto?” può sembrare – in effetti – un po’ brusco. Ma il fatto è che, pur con tutte le loro buone qualità, i gondolieri sono dei veri duri in fatto di soldi. Il rapporto dello scorso anno sul turismo a Venezia indica
    che circa l’ottantacinque percento dei turisti interpellati siano stati letteralmente fulminati dai gondolieri al momento di pagare. I banchieri svizzeri sono delle mammolette, se paragonati ai gondolieri. Caruso non si comportò bruscamente, andando subito al sodo della questione. Stava soltanto prevenendo un animato scontro successivo.) “È libero?” “Sissignore”. “Quanto?” “Per lei? Niente”. “Non vi ho detto per quanto tempo”. “Anche se volesse attraversare i
    sette mari, il prezzo sarebbe sempre lo stesso”. Allora Caruso fece un altro passo verso l’imbarcazione, e il timido gondoliere si affrettò ad avvicinarsi porgendogli umilmente il braccio, per aiutare il grande cantante a sistemarsi sul sedile imbottito. “Non sono ancora così vecchio” disse Caruso. “Me la cavo benissimo da solo”. Il timido gondoliere continuò a tendere il braccio. “Avevo
    paura che cambiaste idea. Avervi come passeggero sarà l’onore più grande della mia vita”. Caruso permise al gondoliere di aiutarlo a salire in barca. “Gradisce un altro cuscino? Qualsiasi cosa, per lei”. “Sto bene così”. Il gondoliere arrotolò la fune che legava la barca al piccolo molo di legno, liberò con maestria lo scafo, e infine – afferrato il remo – fece
    scivolare la gondola sul corso d’acqua. “Voglio ammirare il Canal Grande con la luna piena”. “Sarò lieto di servirla”. I due cominciarono il loro viaggio. Palazzo dopo palazzo, passarono in silenzio dal gotico al bizantino, dal romanico al barocco. La grande distesa d’acqua era silenziosa, punteggiata da un altro paio di gondole solitarie e da qualche pescatore che remava stancamente verso casa. “Come
    faceva a sapere chi fossi?” domandò Caruso. “Come potevo non saperlo” rispose dietro di lui, dalla poppa della barca, il timido gondoliere mentre manovrava morbidamente il remo. “Ha assistito al mio concerto?” “Sono un povero lavoratore, non posso permettermi una poltrona a teatro. Soltanto i potenti vi hanno assistito, stasera. Che trionfo, per lei”. “Hanno strillato e applaudito soltanto per
    dodici minuti” disse Caruso. “Non sono sicuro di essergli piaciuto”. “L’hanno adorata. Sono rimasto fuori dal teatro per ore. Non potevo sentire la vostra voce, certo, ma per me era abbastanza sapere che lei era là. Ma alla fine, ho osservato le facce di coloro che uscivano dal teatro. I loro occhi scintillavano”. “Ha sentito cosa dicevano?” “Non ho potuto fare
    a meno di udire qualche commento. ‘Fantastico’. ‘Fenomenale’. ‘Leggendario’”. “Tutto qui?” domandò Caruso. “Niente di più positivo?” “Molti stavano ancora piangendo” spiegò il gondoliere. “Questo spiega tutto” disse Caruso. “I miei veri ammiratori dovevano ancora riprendersi per poter riuscire a parlare”. La gondola proseguiva il suo magico viaggio. “Ci sono stati più ‘Leggendario’ o ‘Fenomenale’?” chiese Caruso dopo un po’. “‘Leggendario’, dieci a uno. E un
    solo ‘Fantastico’”. “Ciò mi consola abbastanza” concesse Caruso. Poi si voltò verso il piccolo gondoliere. “Lei è rimasto fuori dal teatro per l’intera durata del concerto?” “Da mezz’ora prima che cominciasse fino a un’ora dopo la sua conclusione. Ci sarei rimasto anche di più, ma dovevo pur guadagnare qualcosa, stasera”. “Deve essere un vero amante della musica”. Il timido gondoliere annuì. “E lei
    canta?” “Sono un gondoliere, devo farlo per forza”. Caruso mise le mani dietro la testa e si distese sul fondo della gondola. “Canti per me, allora” disse Caruso. “Non oserei mai”. “Glielo chiedo ancora una volta. Potrebbe essere un piacevole diversivo, se una volta tanto qualcuno lo facesse per me”. “Per me sarebbe un’umiliazione, la prego” lo implorò il timido gondoliere. “Conosce
    le parole di O sole mio?” Il gondoliere, con le mani che stringevano il remo ormai tremanti, finì per annuire. “Canti”. Il timido gondoliere scosse la testa. “Non glielo sto chiedendo. Lei è qui per servirmi e io le sto ordinando di cantare”. Il timido gondoliere adesso era paralizzato. “Inizio a perdere la pazienza. Cominci così, mi venga dietro”, e Caruso intonò le famose note
    d’apertura della canzone. Si voltò per lanciare un’occhiata fulminante al povero barcaiolo. Sotto la pressione di quel celebre viso, il gondoliere aprì la bocca e cominciò a cantare – salvo che la sua gola era talmente asciutta dal terrore, che tutto ciò che ne uscì fu solo una specie di gracidio. “Si inumidisca la gola e riprovi” gli ingiunse Caruso. A questo
    punto, il gondoliere si concesse un sospiro. “Mi sto proprio arrabbiando” disse Caruso. “È così semplice. Non bisogna far altro che prendere fiato e, se Dio ti ha benedetto con la genialità, ecco cosa ne esce…” Fu così che, per la prima volta, la voce più famosa della storia risuonò tra i palazzi di pietra del Canal Grande. Caruso cantò i
    primi versi, godendosi l’eco che gli carezzava le orecchie – non aveva mai emesso un suono migliore. Chiuse gli occhi, smise di cantare – – solo che l’eco non cessò… Caruso si guardò attorno e infine si voltò. Il timido gondoliere era l’unico a cantare, adesso. “Mio dio” fece Caruso. “Perdonatemi, vi sto offendendo? La mia voce è troppo debole, forse il volume
    è troppo basso? Farò del mio meglio” disse il timido gondoliere prima che la sua voce salisse di un’ottava raddoppiando in potenza – – e purezza. Caruso lo stava ancora fissando. Ormai in preda al panico, il timido gondoliere, per non deludere il grande tenore, salì di un’altra ottava raddoppiando ancora la propria potenza – – e anche la purezza. I palazzi di
    pietra ascoltavano. “Basta!” strillò Caruso. “Mi scusi, mi scusi, l’ho delusa” gemette il timido gondoliere voltandosi, con la faccia paonazza e lo sguardo basso lungo il remo. Poi finalmente, Caruso fu di nuovo in grado di parlare. “Lei è il più grande gondoliere cantante del mondo” – – e a quel punto si sentì una risata. Caruso si voltò di nuovo
    seguendo quel suono. Proveniva da entrambi i lati della gondola. Guardò a sinistra, a destra, ancora a sinistra… Una mezza dozzina di gondolieri stavano remando, spingendo le imbarcazioni vuote lungo il canale. “Il più grande?” fece uno di loro. “Il più grande? È cinquantesimo in classifica. E gli va ancora bene”. (All’epoca i gondolieri tenevano il loro torneo annuale di cui
    erano anche giudici. E non si facevano sconti a vicenda.) Poi un’altra voce iniziò a cantare, talmente alta e pura da riempire di vergogna il timido gondoliere. “Io sono al trentacinquesimo posto” cantò la voce. Dal lato opposto della barca giunse un suono ancora più perfetto. “E io al ventiduesimo”. “E io all’undicesimo”. “E io al nono”. “Sesto, ma con buone possibilità di
    avanzamento”. E allora, finalmente, fu la volta del più grande di tutti, Giorgio Del Gritti, in forma splendente. “Questo è ciò che sa fare il più grande gondoliere cantante del mondo” e – – e fu a quel punto che Caruso si tappò le orecchie con le mani, fissando con gli occhi fuori dalle orbite quegli uomini che cantavano le proprie posizioni
    in classifica sempre più forte, facendosi sempre più vicini – – e fu a quel punto che Caruso, non potendone più, si tuffò dalla gondola nel Canal Grande e nuotò all’impazzata verso la riva. Perché l’abbia fatto nessuno può dirlo con certezza – forse pensava di essere nel bel mezzo di un incubo. Ma quando alla fine barcollò nell’atrio dell’hotel Danieli, era
    ancora bagnato fradicio. (Il portiere di notte prese un appunto sull’accaduto. Anche di questo ho una fotocopia con me, adesso.) Caruso non parlò con nessuno, si chiuse nella propria stanza e lasciò Venezia alle prime luci del giorno successivo per non farvi mai più ritorno. Basta con le dimostrazioni; è tempo di arrivare a Luigi. Ma c’è un’ultima postilla che devo
    aggiungere – quando all’inizio ho detto che i gondolieri di Venezia sono i più grandi cantanti del mondo, non ho esattamente detto il vero – – poiché, come tutti sanno, oggi i gondolieri non cantano più. Oh certo, se vi trovate a Venezia e volete della musica per un giro in gondola, loro vi daranno la musica, magari tirando fuori
    qualche vecchio suonatore di fisarmonica o roba del genere. Ma non canteranno. I gondolieri sono diventati silenziosi. Quella che segue è un’accurata spiegazione di quel misterioso silenzio, che soltanto mesi e mesi di ricerche mi hanno permesso di comprendere…

    Perché i gondolieri non cantano più? Qual è la ragione del loro silenzio? Perché il mondo è stato privato di tanta meraviglia?

    William Goldman IL SILENZIO DEI GONDOLIERI

  • Autore: William Goldman
  • Genere:
  • Collane:
  • Titolo Originale: The Silent Gondoliers
  • Data Pubblicazione: 16/10/2019
  • Numero di pagine: 144
  • Codice EAN: 9788871688978
  • Prezzo di listino: 16 €
  • Lingua Originale:

Luigi ha la forza, l’abilità, l’amore,
ma è la voce a segnare il suo destino.
Per colpa del canto toccherà il fondo,
grazie al canto risorgerà.

Da un mito di Hollywood, autore della Principessa sposa, una dolcissima favola moderna.


“Luigi si trovava in uno di quei luoghi che soltanto i più fortunati di noi riescono a visitare: stava vivendo nel suo Grande sogno”


Un tempo, a Venezia, tutti i gondolieri cantavano, ed erano i più meravigliosi cantanti del mondo.
Ma sono in pochi, ormai, a ricordare quei tempi gloriosi.
Nessuno si spiegava perché all’improvviso tutti i gondolieri avessero smesso di cantare.
Un bel giorno William Goldman sbarcò a Venezia, ebbe un’illuminazione e andò sino in fondo al mistero.
Scoprì così la nobile e triste storia di Luigi, il gondoliere con il sorriso da tontolone.
La sua impareggiabile maestria, le sue disavventure e il suo riscatto finale.
Ecco dunque tutte le verità mai raccontate su Giovanni il Bastardo, Laura Lorenzini, Enrico Caruso, il Piccoletto, Porcello VII, Sorrento il Grande, la regina di Corsica e naturalmente su Luigi, l’unico e il solo.
Lui, che ha conquistato Venezia con un atto di coraggio maestoso, resterà per sempre anche nei nostri cuori, con il suo sorriso, il suo sogno e il suo canto.