Il medico, la moglie, l’amante Fausto Malcovati

  • 17 gennaio 1860: Anton Pavlovič Čechov nasce a Taganrog. Taganrog? Oggi quasi nessuno sa dov’è. Un insignificante circoletto all’estremo sud della Federazione russa, una cittadina di poco conto sul Mar d’Azov, proprio sul confine con l’Ucraina, che a momenti se la incamera. Ma per almeno due secoli ha avuto autentici momenti di gloria. La fonda nel 1698 Pietro il Grande e
    vuole addirittura, almeno così racconta Caterina la Grande, trasferirvi la capitale, smanioso com’è di costruirsi una flotta e di avere uno sbocco sul mare. Poi ci ripensa, il Mar Nero è scomodo, lontano, e cinque anni dopo opta per il Baltico, che lo collega con l’amata Germania: così, nel 1703, in un’infame palude vicino a Narva, nasce Pietroburgo. Ma Taganrog
    è il primo porto al mondo costruito in mare aperto, non in una baia. Ed è anche la prima base della marina imperiale russa. Čechov la descrive pigra, noiosa, sporca, polverosa, sonnolenta, squallida. In realtà all’inizio dell’Ottocento era uno dei porti più importanti dell’impero, esportava frumento da tutta la Russia, aveva un traffico imponente di merci, uffici consolari di varie
    nazioni, filiali delle più grosse banche, due fiere tra le più popolari e affollate di tutto il Sud (la fiera di san Nicola il 9 maggio e quella dell’Assunzione il 15 agosto), una delle prime centrali telegrafiche (linea diretta con Londra), un ufficio postale, un teatro, una biblioteca, due quotidiani locali («L’informatore di Azov» e «Notizie della provincia di Taganrog»),
    una cattedrale e nove chiese ortodosse, una chiesa cattolica e una sinagoga. Dal 1869 è collegata con l’intera rete nazionale ferroviaria, conta una popolazione di più di trentamila abitanti con minoranze greche, tedesche, inglesi, italiane, francesi. Fra tutti spadroneggiano i greci: mercanti, ambulanti, bottegai, artigiani. Perfino le insegne dei negozi in molti casi sono in greco. Ricchi, spesso ricchissimi. In
    mano loro è il contrabbando che, come in tutti i porti, è non solo tollerato, ma quasi autorizzato. Il mercante Vaiano ha addirittura una piccola flotta di feluche che, sotto gli occhi di tutti, scaricano bastimenti carichi di tabacco, spezie, stoffe preziose, senza passare dalla dogana. Il suo patrimonio ammonta a circa dodici milioni di rubli e, quando viene arrestato,
    paga senza batter ciglio al suo avvocato una parcella da un milione. Certo, la fiorente cittadina ha anche grosse magagne, come tutte le città di provincia, ce lo insegna Gogol’ con le sue Anime morte. Pochissimi marciapiedi, nessuna canalizzazione (arriva solo dopo la rivoluzione), dunque con le piogge enormi pozzanghere, tanto che un consigliere comunale propone l’acquisto di gondole per
    traghettare gli abitanti da un lato all’altro delle strade, verde pubblico inesistente, pochissima illuminazione, servizi sanitari del tutto insufficienti, ma in compenso molta attenzione all’istruzione: a partire dagli anni Cinquanta, tre istituti scolastici, uno parrocchiale, uno distrettuale, un ginnasio maschile (quello femminile solo dal 1861) e una scuola musicale, oltre a numerosi istituti privati. Da ragazzino, Čechov vede il porto dalle
    finestre del primo piano, navi che battono bandiere di tutte le nazioni, turche, greche, spagnole, italiane; non lontano c’è il coloratissimo mercato con ogni ben di dio, dalle arance all’uva passa, dall’olio d’oliva al vinsanto, dalle ostriche alle spezie. Con il mare sotto casa, nuota, pesca (una vera passione, si costruiva gli ami da solo, come Trigorin nel Gabbiano), gioca
    con gli scugnizzi locali che parlano le lingue più diverse: il suo russo è del tutto anomalo, uno strano miscuglio di dialetto ucraino, termini tatari, turchi, greci. Altro che l’aristocratico idioma che si parla in casa dei conti Tolstoj, dei ricchi Turgenev, dei facoltosi Bunin.

    “Non si deve mentire mai. L’arte ha questo di particolarmente grande: non tollera la menzogna. Si può mentire in amore, in politica, in medicina, si può mentire alla gente, persino a Dio. Ma nell’arte non si può mentire.”

    Fausto Malcovati Il medico, la moglie, l’am...

Come Čechov cornificava la moglie-medicina con l’amante-letteratura

“Čechov ha introdotto nei suoi racconti milioni di persone di tutte le classi, ceti, età da vero democratico, lo capite? Da vero democratico! Nessuno, neanche Tolstoj, ha detto con tanta chiarezza: noi tutti, prima di ogni altra cosa, siamo uomini, capite? Uomini, uomini, uomini. Solo in un secondo tempo siamo vescovi, bottegai, possidenti, operai. Gli uomini sono buoni o cattivi non in quanto vescovi o operai, ma in quanto uomini.”
Vasilij Grossman

Medico al servizio degli altri, si mantiene facendo lo scrittore. Racconti e raccontini gli vengono facili e ci sono giornali che li pagano molto bene. Alcuni sono belli, altri meno, del resto ne scrive tanti e non sempre li firma con il suo nome.
Una lettera gli cambia la vita: voi avete un talento straordinario, gli scrive uno scrittore anziano e autorevole, lo dovete rispettare. Impegnatevi di più, scrivete di meno, smettete di nascondervi dietro gli pseudonimi e la fretta.
È la spinta che Čechov aspettava. Il tempo che dedica alla scrittura non gli sembra più rubato, adesso: rallenta la produzione e approda anche al teatro, da sempre un chiodo fisso.
Scrive da bravo medico, partendo dall’osservazione, dalla diagnosi, dai discorsi della gente che non si stanca mai di ascoltare: sul palcoscenico i suoi dialoghi sono materia viva.
La prima del Gabbiano è un fiasco doloroso, rischia di allontanarlo dalle scene; ma il mondo del teatro, che può dimostrarsi traditore, lo vuole e continua a chiamarlo.
Il teatro gli contende anche Ol’ga, il suo amore unico e tardivo: lei è una grande attrice e deve stare a Mosca, lui è ormai troppo malato per quel freddo impietoso. Nelle loro lettere una conversazione tenera e profonda che nemmeno la morte può fermare.

In queste pagine c’è un uomo che porta sulle spalle le sue fatiche, e leggerissimi, sulla punta delle dita, mille personaggi che parlano, amano, si sposano, viaggiano, discutono e vivranno per sempre.