Il grande giorno Jack Ritchie

  • PISTOLA IN AFFITTO – Come tutte le mie vittime, George Franklin era notevolmente sorpreso e sconvolto di vedermi seduto lì in una delle sue poltrone con una 45 automatica in pugno. Ha guardato l’interruttore sulla parete e la punta delle sue dita, forse chiedendosi se non bastasse spegnere la luce per farmi sparire. Io ho indicato un’altra poltrona. “Prego, entri
    e chiuda la porta. Si sieda”. Ha fatto come gli ho detto e poi ha posto la prima domanda pertinente. “Cos’è questa, una rapina?” Ho sorriso. “No, non è una rapina”. Esitava a formulare un’altra ipotesi, così gli ho dato una mano io. “Sono qui per ucciderla” ho detto. Ha esibito un prevedibile shock. “Uccidermi? Ma perché? Io non l’ho
    mai vista in vita mia”. Ho accennato un altro sorriso. “Per la verità, non è che io voglia propriamente ucciderla. Personalmente non ho nulla contro di lei. Si tratta solo di lavoro, per me. Sto solo portando a termine l’incarico per cui sono stato assoldato”. I suoi occhi erano spalancati. “Lei è un killer professionista?” Ho annuito. Franklin si è
    leccato le labbra. “Chi l’ha assoldata? Mia moglie?” Ho alzato un sopracciglio. “La vuole morto?” Ci ha riflettuto un attimo. “Ecco, non andiamo molto d’accordo, ma questo mi pare vada un po’ oltre…” “Non è stata sua moglie”. Ha fatto un altro tentativo. “Quel delinquente del mio figliastro? Quello mi vuole morto, sono pronto a scommetterci”. Ho sospirato. “Lungi da
    me voler creare conflitti o sospetti all’interno di una famiglia. No, l’individuo che mi ha dato questo incarico non è un membro della sua famiglia, e a quanto ne so nemmeno un lontano parente”. “E allora chi l’ha assoldata?” “Non posso rivelare il suo nome. Normale deontologia professionale, sa. Ma mi creda, non è così importante. Probabilmente non si ricorda
    nemmeno di lui. In fondo, si torna indietro di parecchi anni”. Ha aggrottato la fronte, come scandagliando il suo passato in cerca di indizi. Io, naturalmente, conduco sempre accurate ricerche sulle mie vittime prima di decidermi ad affrontarle. Dunque c’era ben poco che non potessi dirvi di quest’uomo. George Channing Franklin si occupa di operazioni immobiliari su larga scala –
    sviluppo residenziale nelle periferie e roba simile. Nel corso degli anni, il suo nome è apparso spesso sui giornali, e mai a scopo elogiativo. È stato incriminato tre volte per pratiche illecite, inclusa la corruzione di pubblici ufficiali. Ma, nonostante tutte le accuse, non ha mai trascorso un solo giorno in prigione. Ho sorriso di nuovo. “Incontro persone molto strane,
    nel mio lavoro. Persone che covano rancori per anni e anni, e poi improvvisamente sentono il bisogno di ‘esprimersi’. Magari semplicemente perché non avevano mai avuto occasione di incontrare qualcuno come me prima. Io aiuto a esprimere sentimenti che sono rimasti sepolti a lungo”. Franklin mi ha guardato storto. “Swenson? È lui, vero? Non c’è nulla di illegale in quello
    che ho fatto. Gli affari sono affari. Lui ha fatto il suo gioco, e io il mio”. “No. Non è stato Swenson”. “McClintock? Non avrà più un solo centesimo. È già stato fortunato a beccarsi quei cinquemila dollari, e deve ringraziare soltanto il mio buon cuore”. Ho alzato una mano. “Non mi lascerò trascinare da lei in questa incursione nella
    lista dei suoi nemici. Sappia che non le rivelerò l’identità del mio mandante. Non può dirmi nulla che mi faccia cambiare idea”. Chiusa questa via, ne ha tentata un’altra. “Quanto… quanto le ha dato, questo sconosciuto, per uccidermi?” Ho alzato le spalle. “Non vedo motivi per non dirglielo. Cinquemila dollari”. È rimasto a bocca aperta. “Cinquemila dollari? Una simile miseria?”
    Il mio sguardo era sarcastico. “Mio caro signore, cinquemila dollari saranno una miseria per lei, ma le garantisco che non sono una miseria per me”. Si è affrettato a scusarsi. “Non intendevo offenderla. Volevo dire, piuttosto, perché accontentarsi di cinquemila dollari quando potrebbe ricavarne il doppio?” “Il doppio?” Qui ha sorriso lui per la prima volta. “E se io le
    dessi diecimila dollari per non uccidermi?” Ho considerato l’offerta e mi son sfregato il mento. “C’è un problema etico. Ho concluso un affare. Ho dato la mia parola”. “In contanti” ha aggiunto subito. È andato alla parete e ha scostato un quadro, facendo apparire una cassaforte. Ha cominciato a inserire la combinazione. “Ho del denaro, in cassaforte. Nel mio lavoro
    è bene tenere dei contanti a disposizione per le emergenze”. Ha estratto una busta dalla cassaforte e ne ha svuotato il contenuto sul tavolino di fronte a me. “Diecimila. Li conti”. Ho contato le banconote, e in effetti c’erano cento banconote da cento nel mazzo. Mentre contavo, pensavo anche. Dopo aver finito ho fissato il denaro e poi ho sospirato.
    Ho rimesso le banconote nella busta e la busta nella tasca della mia giacca. Franklin si è strofinato le mani. “Ora potrebbe anche dirmi chi l’ha assoldata”. Ho scosso la testa. “Senta, lei ha comprato la sua vita. Ma non c’è somma con cui potrà carpirmi il nome del mio cliente. Dopo tutto, un po’ di senso etico mi rimane
    ancora”. Mi ha studiato. “Ma allora mi resta un problema”. “Problema? Che problema?” “Che cosa impedisce a questo suo cliente di assoldare qualcun altro per uccidermi?” Ci ho pensato su. “Niente, in effetti”. È andato di nuovo alla cassaforte e ne è riemerso con un’altra grossa busta. Ma quante di queste buste tiene in quella cassaforte, mi sono chiesto. Per
    un attimo ho avuto la tentazione di scoprirlo, ma poi ho cambiato idea. Non era nel mio stile. “Altri diecimila” ha detto Franklin. “Rispetti i suoi principi. Non mi serve il suo nome. Ma se quest’uomo del mistero può assoldarla per uccidere me, perché io non potrei assoldarla per uccidere lui? Insomma, quel che è giusto è giusto, no? E
    io pago di più, molto di più”. Ho sospirato pesantemente e fatto scivolare la seconda busta in tasca. “Le garantisco che se non avessi un gran bisogno di soldi non prenderei neanche lontanamente in considerazione…” “Certo” ha risposto, senza nemmeno aspettare che finissi. “Certo”. Ho appoggiato l’automatica sul tavolino accanto a me e mi sono alzato per rimettermi il soprabito.
    La mano di Franklin è scattata veloce. In un lampo aveva afferrato la pistola, e adesso la puntava contro di me. Il mio cuore ha cominciato a correre, ma poi mi sono ricomposto in fretta e ho sorriso debolmente. “È stato terribilmente incauto da parte mia”. Ha concordato. “Cosa si prova ad avere l’arma puntata contro, per una volta?” Sì,
    ho pensato, bisogna ammettere che c’è una bella differenza tra puntare la pistola e vedersela puntare contro. “Si sieda” ha ingiunto. Ho considerato l’ordine per un momento e poi ho deciso di sedermi. “Potrei spararle sul posto. Non credo che avrei problemi a spiegarlo alla polizia”. Sono rimasto lì mentre scorrevano i secondi, chiedendomi se avrebbe veramente premuto il grilletto.
    “Mettiamo che lei mi uccida: non sarebbe controproducente? La mia morte lascerebbe sempre qualcuno là fuori disposto a pagare per vederla morto. Assolderebbe semplicemente qualcun altro che potrebbe non darle l’opportunità di negoziare”. Gli è tornato in mente e ci ha riprovato. “Bene, chi l’ha assoldata per uccidermi?” Ho fatto un sorrisino. “Anche nelle presenti circostanze la mia bocca è
    sigillata”. Mi ha studiato per qualche istante. “Ci ho riflettuto. Lei potrebbe essere il tipo di persona che cerco da tutta la vita. Il denaro può comprare un sacco di gente, ma non tutti. Prima o poi s’incontra qualcuno che rompe le scatole, se capisce quel che voglio dire. Sì, penso che lei potrebbe aiutarmi. Pagherò ventimila dollari per ogni
    incarico. Mi sembra generoso”. Ho indicato la pistola che impugnava. “Perché quindi me la sta ancora puntando contro?” Ha sciolto la tensione. “Solo un riflesso automatico. Ho visto la pistola lì e l’ho afferrata”. Mi ha restituito l’automatica. “Dove posso trovarla quando avrò bisogno di lei?” “Mi farò vivo io. Quando vorrà darmi un incarico, basta che pubblichi un’inserzione sul
    giornale tra gli annunci personali. ‘È tutto perdonato, torna a casa, Ralph’. Mi metterò in contatto con lei subito dopo la comparsa dell’annuncio”. Quando sono tornato in albergo, ho rimesso l’automatica in valigia. Averla addosso mi rendeva nervoso, sebbene sapessi che non era carica. Mi è venuto da sorridere per l’imbarazzo. Se non l’avessi saputo, dubito che sarei stato così
    brillante quando era puntata contro di me. Mi sono chiesto per un momento come avrei reagito se ci fossero state le cartucce – piuttosto male, temo. Non sono un uomo coraggioso, anche se mi sono discretamente divertito a fingermi tale. E non mi sarei sognato di rispondere a quello stupido annuncio se mai Franklin avesse deciso di pubblicarlo. Tanto per
    cominciare, lascerò immediatamente la città. Non voglio stare un minuto di più nella stessa città in cui vive una persona spietata come Franklin. Non ho mai ucciso nessuno in vita mia e non ho nessuna intenzione di farlo mai. Tuttavia, in questo mondo incerto, bisogna ingegnarsi per mettere insieme il pranzo con la cena, e nel farlo trovi molte gatte
    da pelare – e polli da spennare. E mi sembrava che un pollo come Franklin meritasse proprio di essere spennato.

    “Ciao, amore, sono Emily”. Esitai. “Emily chi?” Fece una risatina. “Oh, andiamo, amore. Emily, tua moglie”.

    Jack Ritchie Il grande giorno

  • Autore: Jack Ritchie
  • Genere: , ,
  • Collane:
  • Data Pubblicazione: 1/03/2018
  • Numero di pagine: 240
  • Codice EAN: 9788871688107
  • Prezzo di listino: 18 €
  • Lingua Originale:

Dal maestro del noir più amato da Alfred Hitchcock, quattordici storie dal meccanismo perfetto e senza una parola di troppo.


 

Fred dice che cento la settimana è abbastanza onesto, e si può anche vederla così. Non che sia in grado di provare alcunché. Non c’è nulla che dimostri che l’ho assoldato, e in realtà non l’ho fatto. Forse dovrei smettere di pagare, ma non posso correre rischi. Non si sa mai, con questi ubriaconi. E comunque sia, è pur sempre il denaro di Fay.

Han detto di lui che avrebbe potuto scrivere I miserabili in due paragrafi, perché l’arte della sintesi è una sua grande virtù.
Hitchcock lo amava per questo, e per l’eleganza con cui ti avvince subito e ti spiazza sempre.
Gli bastano pochi tratti per far vivere un personaggio; due frasi per catapultarti nella storia.
Assassini per caso, killer professionisti, studentesse, cuochi, scrittrici, alcolizzati, cassiere, detective, ereditiere, maggiordomi e gigolò ci attirano in case confortevoli, nella cella di un carcere, in una tenuta di campagna, al tavolo di un locale o in vicoli bui, dove c’è stata una vittima, ci sarà presto, o magari non ci sarà.
Ben non sa usare la pistola e chi gliela mette in mano se ne pentirà; fare jogging lungo la scogliera è salutare solo se tua moglie ti vuol bene.
Mentire sul suo piatto preferito può salvare la vita a un condannato a morte, e il sesso con un altro non è la forma più pericolosa di infedeltà.
E se la cassiera uccisa durante una rapina tornasse al mondo con l’unico scopo di redimere il suo assassino? E se il cugino dato per morto, unico erede del castello, ti rubasse le sigarette dal cassetto per farti capire che tanto morto non è?
Nei racconti di Jack Ritchie non ci sono eroi, e il male è sempre relativo: prontezza di spirito, intuito, freddezza e una buona dose di cinismo sono armi vincenti nel gioco delle parti di una possibile realtà.