Il cane di Giacometti Stefano Raimondi

  • Sì, proprio come quando si ritorna / a prendere le cose dalla casa: / i vestiti, il silenzio dopo l’esplosione. / In questo circondario di colpa / di stanza rotta a fiato, solo poche / impronte restano, raccontano / storie rimaste sui cuscini / schiacciati dalle schiene / nei capelli trovati sulla piastrella chiara. / E la porta tiene
    tutto dentro / come fosse una frase rimestata / e si ritorna fuori per svegliarsi, / come fossimo noi persiane / appena aperte, sole appena entrato / di mattina per dire: “Non è vero, / non è successo mai”. – Dalle città non si vedono che le più forti: / le appena morte. // Anche le nostre stelle cantano /
    fanno rumore, gridano. Girano / la luce sulle facce chiuse, come loro / – dai loro corpi, dalle mani / e non è il cielo che li tiene, ma bave / terriccio, pezzi d’ombra – / i padroni di niente, per sempre / di un millimetro o due di unghie / di peli che avanzano tra i chiaroscuri /
    delle ossa e un chiasso di sasso e l’altro. // Ma non è musica di stelle questa / che pareggia, sfiata: fa tremare.

    Si arriva sempre nella vita di qualcuno: / in un punto a corto di saliva e ci si resta / per sentire le crepe scendere, spaccarsi / come una carezza furibonda, da gridare.

    Stefano Raimondi Il cane di Giacometti

  • Autore: Stefano Raimondi
  • Genere:
  • Collane:
  • Data Pubblicazione: 14/09/2017
  • Numero di pagine: 112
  • Codice EAN: 9788871687971
  • Prezzo di listino: 18 €
  • Lingua Originale:

In uscita il 14/09/17

“Da principio scelto come segno di miseria e solitudine, il cane mi pare disegnato adesso come spettro armonico, la linea della schiena che risponde alla linea delle zampe, spettro che sa essere l’esaltazione suprema della solitudine”: così Alberto Giacometti diceva a Jean Genet, visitatore del suo atelier, nei primi anni Cinquanta.

E l’oscillazione tra solitudine, miseria e armonia, tra luce, stella, tremore e senso d’abbandono, è forse davvero la cifra del nuovo libro di Stefano Raimondi, secondo tassello della sua trilogia dell’abbandono. Esplorare l’abbandono, il senso d’abbandono, dentro le parole e dentro l’orizzonte urbano (due dimensioni che in Raimondi da sempre si intrecciano, già a partire dal libro giovanile La città dell’orto, del 2002), ricercarne le costellazioni di immagini, le risonanze interiori, la voragine di un tombino che si spalanca e il viaggio che tuttavia si apre, in una luce incerta: ecco l’orizzonte di quest’opera, che abbandona, e forse supera, il parallelismo ustionante tra vicenda affettiva e devastazione bellica, così forte nel primo tempo della trilogia, Per restare fedeli (2013).

Perché adesso “guardare da qui commuove / e parlare non è più parlare. // Il vero ci porta via”.

Fabio Pusterla