Fermata del tempo Stelvio Di Spigno

  • Dei morti una parte è lunare, silenzio della radura. Neve e rampicanti ricoprono il fossato che dalla memoria porta qui, a questa faglia da spalancare, non per rimpiangere, piuttosto per sapere dove andare. Bisogna sbiancarla e andare oltre, riaprire i cassetti dove vestiti impomatati, berretti, bottoni, e persino mentine conservate da decenni, fanno quel baccano che si sente di notte, nei sogni: fai
    per abbracciare il cuscino, era tuo nonno: te ne accorgi da sveglio. Fai per prendere il soprabito: era la scintilla di qualcuno che ti ha amato. Ricordo Vittorio, sua figlia Rita, sua madre Elena, rivedo foto della Manifattura, le gelosie di lei, l’indifferenza di lui, che era sentimento di chi non sa parlare apertamente. Ricordo Amelia e Velia, ma anche Anna e
    Ciro, dietro il bastione di Porta Capuana, hanno vissuto sempre lì: uno seduto in un negozio, l’altra a parlare con comari e amicizie del borgo. Le parole si svelano con gli anni. Prima sono vento che tace. Quanta luce è possibile che passi da un corpo a un altro, da una mente a un’anima, perché diventi se stessa e non un’altra. Passanti,
    armature finite in casa, la cesta del cucito. Il passato difende la sua tela. È fuoco sparso intorno a montagne secolari di cenere e tabacco intorpidito. Li rivedo in lontananza: per poco che li ho conosciuti, questi alati che si alzarono prima di noi, un altro tempo mi è entrato nelle vene: ho avuto due vite, una loro e una mia,
    so come si parlava nel ’30 o nel ’50. Tra il privilegio di allora, e il dolore di oggi, si formò un uomo, la sua identità. Perché i morti diventano noi, danno la vita a uomini presunti, commuovono tutti e spariscono come fumo. Ringraziare le caste foglie che danno una mano ai semi a diventare piante e arbusti, o addirittura fiori, non è
    orgoglio dell’io. Questo è ciò che scrivo: il poco che rimane, dal futuro a stamani. Peccato per chi mi dice autoreferenziale. O peggio ancora: infame.

    "Me la immagino uguale la mia faccia, / a fissare dal vetro / il mondo che fa paura / e si avvicina, e io fermo per timore / che lasciare la mia casa / mi facesse scordare / chi mi voleva bene."

    Stelvio Di Spigno Fermata del tempo

  • Autore: Stelvio Di Spigno
  • Genere:
  • Collane:
  • Data Pubblicazione: 4/06/2015
  • Numero di pagine: 112
  • Codice EAN: 9788871687254
  • Prezzo di listino: 15 €

“La musa di Di Spigno è – classicamente – figlia della memoria. Il suo sforzo è quello di frenare o addirittura di arrestare il flusso del tempo, di illuminarne una fermata, appunto, per chiarire un’identità che rischia di perdersi, travolta dal corso caotico e inconcludente dei giorni. L’io lirico non si astrae, non si sublima: è nell’ordinario della vita e degli affetti che cerca le proprie ‘radici sepolte’. Ecco allora i nonni, le prozie, la madre, una Napoli intima, sobria, mai convenzionale, mai trasfigurata. Ambienti e personaggi si presterebbero a un gioco crepuscolare; ma qui non c’è gioco, non c’è ironia, non c’è compiacimento: c’è invece una dolentissima serietà, che fa pensare a volte allo Sbarbaro di Pianissimo, soprattutto alle poesie dedicate al padre e alla sorella. Come Sbarbaro, Di Spigno non bara, non ammanta di letterarietà il suo personale rovello; è capace di nominare le cose senza cercare di straniarle o di nobilitarle coi magheggi e coi fiocchi del ‘poetico’. Tutto il libro è percorso da una religiosità mai esibita, ma anche da una collera trattenuta: collera contro il mondo inautentico, la sciatta iniquità, la banalità, la falsità corrente. Ma la collera – per quanto sacrosanta – non riesce a prevalere: alla fine, la speranza si riaffaccia. Fermata del tempo è il racconto di un passaggio dall’adolescenza all’età matura, di una iniziazione al Vero (di Leopardi Di Spigno è stato ed è studioso) che schiva alla fine l’abisso del nichilismo. Il male di vivere è là, solido e trionfante, ma la poesia sa affrontarlo a occhi asciutti, sa addirittura cantarlo.”

Umberto Fiori