Fare pochissimo Paolo Onori

  • Il giorno che ci eravamo lasciati con Nilde, ero tornato a casa, mi ero accorto che non avevo più le chiavi di casa. Le avevo lasciate, probabilmente, a lavorare, ma a quell’ora, erano le dieci di sera, in redazione non c’era nessuno. Allora ero dovuto tornare da Nilde, suonarle al citofono, dire che ero io. Lei mi aveva
    aperto, mi aveva aspettato sulla porta con la sua faccia mascellona, le usciva un po’ la mandibola, quando era arrabbiata. Io le avevo detto «Te pensi che io voglia far pace, io non voglio, far pace, ho lasciato le mie chiavi a lavorare, ho bisogno della tua copia delle mie chiavi». Lei aveva fatto un passo indietro, mi aveva aperto
    lo sportello del contatore del gas, dove teneva le chiavi della cantina e le altre chiavi che non le servivano tutti i giorni, e era sparita nella sua camera. Io avevo cercato due minuti per capire quali eran le mie, alla fine mi era sembrato di averle riconosciute, le avevo prese su ero andato via. Erano stati due minuti lunghissimi,
    devo dire. Quando litigavamo, io e Nilde, uno degli effetti che si producevano, che il tempo diventava lentissimo. Ero tornato a casa, le chiavi andavano bene. Ero entrato, avevo posato la borsa, mi ero spogliato, avevo fatto la doccia, mi ero messo in pigiama, mi ero messo a pulire la casa da cima a fondo. Ci avevo messo
    cinque ore, avevo finito alle tre del mattino. Poi avevo dormito tre ore, mi ero svegliato, avevo fatto la doccia, avevo preso il caffè, le medicine, mi ero vestito, ero uscito di casa, pioveva. Forte. Ero tornato dentro, avevo salito due piani di scale, avevo preso l’ombrello, ero sceso, ero uscito. Era una mattina qualsiasi del mese di maggio dell’anno
    2017, erano le sette del mattino. Ero andato a piedi fino alla fermata dell’autobus, avevo aspettato ventidue minuti e, dopo i primi cinque, ogni minuto in più mi montava un’offesa come se il servizio dei trasporti pubblici della città di Bologna ce l’avesse con me. La mettevo sul personale. Quel mattino lì la mettevo sul personale. “Ma io adesso
    ne scrivo” avevo pensato, che era la mia variante privata del “Lei non sa chi sono io”, che privata sarà stata anche privata ma era stupida come quella pubblica, secondo me. Poi dopo l’autobus era arrivato, il 20, e ci ero montato sopra e quel mattino, sull’autobus numero 20, a Castelfranco Villa Chiara, i pochi posti liberi non ci
    si poteva sedere perché eran bagnati, pioveva dentro. E la gente, sull’autobus, avevan delle facce così tristi che sembrava che dicessero, tutti, “Anche da lontano, si vede, anche da lontano, si vede, anche da lontano, si vede, che non mi vuoi più bene”. E era una mattina che subito, alle sette e venticinque, avevo frugato nella borsa convinto di
    aver lasciato in casa il caricatore del cellulare. Quando vado in giro per il mondo, c’è sempre un momento che penso di aver lasciato da qualche parte il caricatore del cellulare. Invece c’era, nella borsa. C’è quasi sempre, nella borsa. Quando ero piccolo mi sembrava stranissimo che la gente che c’era nei film non tossissero mai, o non
    starnutissero mai, o non andassero mai in bagno. Adesso che avevo quarantotto anni, mi sembrava stranissimo che la gente, nei film, non cercassero mai dentro le borse il caricatore del cellulare. Era importante, il caricatore del cellulare, è sempre importante, ma quel giorno lì era importante perché ero sicuro che mi avrebbe chiamato Nilde. Tutto il giorno avevo aspettato una
    telefonata di Nilde. Non aveva chiamato.

    “Già fare il giornalista era un mestiere che, ultimamente, avevano così poca credibilità, i giornalisti, che per rimediare a questa mancanza bisognava, adesso io non dico scrivere la verità, che a quelli che pretendevano di scrivere la verità a me mi sarebbe venuto da chiedergli: ‘Non lo sapeva Ponzio Pilato, procuratore della Palestina, che cos’era la verità, volete saperlo voi, che non siete procuratori neanche del vostro condominio?’”

    Paolo Onori Fare pochissimo

In uscita il 9/11/17

Un autobus con dei passeggeri che a guardarli sembra che dicano tutti “Anche da lontano, si vede, che non mi vuoi più bene”, una collega che quando la chiamano al telefono lei dice «Obitorio, buongiorno», una moglie con cui non si è sposati che è grama come le verze bagnate, una barista che quando le chiedi un toast ti chiede se te lo deve scaldare, una figlia che sa a memoria una canzone di Orietta Berti, un prete russo che sta cercando di avviare il processo di beatificazione di Stalin, un avvocato che imita Gianni Agnelli e telefona ai suoi clienti alle sei e quaranta del mattino, un insegnante di religione cattolica che, quando si va a confessare, il primo peccato che dice è: «Insegno la religione cattolica», una collega appassionata di trapani che ha un dogo argentino che si chiama Satana, un protagonista convinto che la vita è orribile e meravigliosa: tutte queste cose, e qualche altra ancora, forse fanno un libro che, se uno ha un po’ di pazienza, forse riesce a leggerlo dall’inizio alla fine.