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Due pub, tre poeti e un desiderio Franco Buffoni

  • Quando mi recai la prima volta a Londra, nel 1969, l’epiteto “camp!” valeva il romano “frocio!” o il milanese “culattun!” La stessa aggressività nel tono di voce e, naturalmente, la stessa destrezza – da parte dei più svegli all’interno del ‘movimento’ (un nome per tutti, Mario Mieli) – nell’appropriarsene come di un gioiellino, un piccolo cammeo, da esibire con britannica
    inflessione, a mo’ di autodefinizione. A Londra quell’estate ebbi modo di leggere le Note sul Camp di Susan Sontag, apparse nel 1964. In effetti l’origine del termine non era volgare né offensiva: era solo ironica. Veniva da ‘campeggiare’, e l’ironia era di quei bontemponi dei gay inglesi ante litteram, che solevano per l’appunto “piantare le tende” nei pressi degli accampamenti militari,
    per alleviare le fatiche dei soldiers dopo le esercitazioni. Studiavo anche tedesco in quegli anni; e apprezzavo la maggiore precisione della lingua di Goethe, che permetteva di distinguere l’aggettivo dal sostantivo: kitschig da Kitsch. Mentre camp era aggettivo, sostantivo, verbo e tante altre cose ancora. Non che Kitsch e camp fossero la stessa cosa, ma certo le radici del camp erano
    nel Kitsch, o almeno anche nel Kitsch. E ciò mi era chiaro avendo letto lo studio di Gillo Dorfles, apparso nel 1968. Il camp, fondamentalmente, è un modo. Un modo di vedere il mondo come un teatro dell’innaturale e dell’artificio: uno stile che celebra l’eccentricità e sublima il Kitsch, trasformandolo in una forma di eccellenza estetica per snob supremi, per meta-snob
    in grado di apprezzare perversamente ciò che l’élite culturale disprezza. Il camp è il dandismo della cultura di massa. Nell’immaginario camp si possono pertanto trovare a pieno titolo – insieme a Greta Garbo, Jean Cocteau, Andy Warhol e Madonna, Mae West e Fassbinder, Coco Chanel e i Velvet Underground – anche Oscar Wilde e Auden. E Byron, assolutamente Byron, come antesignano.
    E in Italia Mario Mieli come approdo di una queerness del camp. Facile, a questo punto, scivolare nel regno delle cosiddette icone gay. Ma ci fermiamo in tempo. Uno degli esempi ricorrenti – quando si vuole ‘spiegare’ il connubio Kitsch-camp – è quello della Drag Queen. Memorabili al riguardo le foto che ritraggono Oscar Wilde, al culmine del fascino e del
    successo, mentre recita en travesti nella parte di Salomé. C’è persino chi – storicamente – vuole riconoscere nell’associazione Kitsch-camp la matrice di una fantomatica ‘sensibilità gay’. Forse un briciolo di ragione l’hanno anche costoro, perché prima che il movimento prendesse piede, quindi prima del 1969 con Stonewall o, se si preferisce, prima del 1967 – quando l’omosessualità venne depenalizzata in
    Inghilterra – tale ‘sensibilità’ non poteva esprimersi se non nella consapevolezza della teatralità quotidiana: gli omosessuali erano costantemente costretti a recitare un ruolo. Come ben ricorda questo passo del Manifesto del Gay Liberation Front inglese (1970): “Abbiamo recitato per tanto tempo. Siamo attori consumati. Adesso possiamo cominciare a vivere. E sarà un gran bello spettacolo”. nelle prime settimane a edimburgo Negli ultimi
    anni di vita di Auden ero frequentemente a Londra per ragioni di studio e potei condividere alcune amicizie ed esperienze con Mario Mieli, che conoscevo dal collettivo milanese di poesia con Milo De Angelis, Angelo Lumelli e Michelangelo Coviello. Insieme ricordo il primo Gay Pride londinese del 1970 e persino un paio di riunioni del Gay Liberation Front nella mitica
    sede di New Caledonian Road. A vent’anni non avevo consapevolezze storiche approfondite e certamente non riflettevo sull’importanza che sul costume londinese aveva avuto la cancellazione del reato nel 1967. Io ero capitato lì subito dopo, e ciò che vedevo e con piacere vivevo mi sembrava assolutamente normale: non ero consapevole di trovarmi nel cuore di uno snodo fondamentale della storia del
    mondo occidentale. Quella per me – dopo anni italiani di ingiunzioni e censure – era solo la vita adulta. E mi piaceva tanto. Per il 1973, l’anno della morte di Auden, avevo concordato con i miei referenti accademici una ricerca sulla poesia pastorale settecentesca scozzese. Così mi recai in Scozia senza minimamente riflettere sul fatto che avevo cambiato paese. E leggi. La
    sensazione nelle prime settimane a Edimburgo – rispetto a Londra – fu quella d’essere diventato trasparente. Camminavo in Princess Street, come ero abituato a fare in Old Brompton Road, ma nessuno sguardo rispondeva al mio. In pochi giorni capii di essere regredito a un tempo che in Inghilterra, per pochi anni, non avevo incrociato. Anzi, avevo conosciuto proprio il suo
    contrario nei soggiorni londinesi tra il 1969 e il 1972: Chelsea col Royal College of Arts e le uscite serali – e persino pomeridiane – al Masquerade o al Catacomb; i pub e i piccoli ristoranti fully licensed, dove dopo pochi minuti arrivava il cameriere con un messaggio da parte di qualcuno seduto tre tavoli più in là che offriva
    un altro bicchiere di vino. Ciò che io chiedevo, a Edimburgo era ancora reato, e poteva essere espletato solo segretamente in modo rapido e senza sorrisi la sera nei vicoli bui, o nei bagni pubblici. Sempre facendo attenzione a che sul più bello non comparisse un policeman, o – cosa ancor peggiore – che costui non fosse in borghese per far
    cadere in trappola il malcapitato dopo il primo approccio (entrapment). Questo era lo stato morale e civile della Scozia in quegli anni, e tale sarebbe rimasto fino al 1980, quando finalmente anche lì il reato venne abolito. Basti pensare che Edwin Morgan, il maggior poeta scozzese del Novecento, solo nel 1990 si decise al coming out. Fino a quella data nelle
    sue poesie al massimo apparivano le corse col suo amore – non meglio specificato – nei boschi attorno a Glasgow… No, quella roba non faceva per me. Mi pentii amaramente di avere accettato di compiere quella ricerca! Ma ormai ero a Edimburgo col soggiorno pagato… Mi chiusi in biblioteca a lavorare: che almeno quel periodo monacale fosse proficuo! Ebbi un infelicissimo
    intercorso al college con uno studente scozzese dominato dal terrore, di nome Alistair. Venni salvato dopo un paio di mesi da un dottorando spagnolo, con cui giocavo in doppio a tennis, dotato di straordinario sex-appeal; ma abitava con la giovane moglie. Fortuna volle che, dopo il lungo weekend, la ragazza dovesse rientrare in Spagna. E fu lui a fare il
    primo passo: capii allora molto bene che cosa fosse (e sia) la bisessualità latina e ne trassi profitto.

    Byron, Wilde e Auden: la loro storia raccontata come tre vite in una. Poesia, avventura e testimonianza civile in uno scorcio di storia d’Inghilterra, dove ora l’omofobia è reato, ma fino a cinquant’anni fa era reato l’omosessualità.

    Franco Buffoni Due pub, tre poeti e un desideri...

  • Autore: Franco Buffoni
  • Genere:
  • Collane: ,
  • Data Pubblicazione: 8/05/2019
  • Numero di pagine: 304
  • Codice EAN: 9788871688527
  • Prezzo di listino: 16 €
  • Lingua Originale:

Byron, Wilde e Auden furono poeti e uomini d’azione, grandi narcisisti e personaggi pubblici: presero coraggiose posizioni politiche e civili e le difesero, vennero esaltati, adorati, ma conobbero anche l’esilio e la polvere. Due pub, tre poeti e un desiderio racconta la loro storia come se insieme avessero vissuto una vita sola. Come se fossero stati una sola persona, che fino a trentasei anni è Byron, dai trentasei ai quarantasei è Wilde, dai quarantasei ai sessantasei è Auden.
Questioni di gender, vita intima e arte universale, rapporto con la società e le sue leggi in tre vicende umane esemplari, che si snodano dallo ‘scandalo’ londinese dello White Swan alla rivolta di Stonewall.