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C’era il mare Fulvio ervas

  • Si dice che i vecchi non amino il buio della notte, né alzare gli occhi per fissare le stelle. «No xé cossì» mormorò l’uomo e rovesciò il capo, seguendo le luci nel cielo. Ingollò il bicchiere di grappa prima di vederle scomparire. Stucky lo imitò. Si dice che la ruota dei vecchi mulini ad acqua non dovrebbe fermarsi mai, altrimenti
    si fermerebbero le stagioni. «No xé cossì» disse il vecchio, indicando la ruota immobile di quello che era stato un mulino al tempo dei cavalli e dei carri, ed era diventato un modesto ristorante. La veranda del locale era sospesa sul fiume e di fronte c’erano i laghetti riempiti dal Sile, barche addormentate, salici, profili di case e stalle, i
    volumi neri dei pioppeti che suggerivano silenzio. Stucky rimase a pensare a quello strano contagio, una malattia rara. Non l’influenza, il morbillo o la scarlattina. Aveva scoperto che altri, nel mondo, avevano gli stessi sintomi. Colpiva indifferentemente ogni fascia d’età e si manifestava a ogni latitudine. Prima qualcosa bussa nella testa, poi, all’improvviso, si è attratti dall’oscurità della notte e
    si corre alla ricerca di una pista d’atterraggio. L’ispettore aveva perlustrato ogni angolo attorno all’aeroporto di Treviso sino a scoprire il luogo perfetto: quel vecchio mulino riadattato, le buone sedie, quel silenzio, la torre di controllo a pochi chilometri. Lì era inciampato in un anziano signore che affermava di essere felicemente entrato nel quinto anno di quella patologia. Il
    vecchio in questione, il cui soprannome equivaleva alla parola anguilla, cioè Bisàt, c’era venuto per vedere nell’acqua una stria fosforescente che scappava dai fondali dei fiumi per esplorare l’oceano. Era l’anguilla d’oro, e portava fortuna, secondo le leggende. Invece aveva alzato gli occhi al cielo e aveva visto le luci degli aerei. «Già» aveva detto l’ispettore Stucky. «I xe bèi»
    aveva detto Bisàt. «Bellissimi» aveva risposto Stucky. «Ma solo de sera» aveva precisato l’uomo. «Vero. Di giorno sembrano delle scatole di latta». «I xe draghi». «Mi sembra una bella immagine» aveva detto l’ispettore. «Draghi a motor». Nel cielo, appena sotto le nuvole, apparivano intermittenze bianche. Era l’aereo di linea, il drago a motore. Ogni aereo seguiva uno spazio tracciato, una
    certezza. «El ghea fa!» «Ma lei si aspetta di vederli cadere?» chiese inorridito Stucky. «No, mi sto co i aerei». «Volevo ben dire!» «E lei, perché viene?» chiese il vecchio in perfetta lingua nazionale. «Perché godo nel sapere che di lì a poco saranno atterrati. S’immagina» disse Stucky «se quel drago capitombolasse in basso, inabissandosi nei laghetti? O, addirittura, travolgesse
    questa veranda, il bicchiere di grappa, e anche noi?» Il vecchio Bisàt spalancò gli occhi. «Me ciucio subito na graspa!» E così dicendo si scolò il liquore trasparente e profumato. A quell’ora della sera, Stucky e Bisàt ne sbirciavano almeno tre, di aerei. Se non scendeva troppo la temperatura, quattro. E mentre le luci di posizione sparivano, e con esse
    il rombo dei motori, l’ispettore pensò che forse veniva per sciogliere nel bicchiere di grappa un cucchiaino del tempo che passa. Per fare i conti con i cambiamenti. Con l’agente Landrulli che imparava lo spagnolo, nonostante una fidanzata brasiliana, con l’agente Sperelli convertitosi dalla pesistica allo hot yoga, convinto che fosse più sexy, con l’agente Spreafico che non riusciva a
    far studiare le sue tre figlie, tutte determinate a diventare fashion blogger o mediatrici della felicità e non architetti o medici. Forse veniva per riverniciare i ricordi, le canzoni che suo padre metteva nel mangiacassette, le ninne nanne dell’Est – ricordava Antoška e la dolcissima Lulajz˙e – i dolcetti persiani di sua madre, le tette di Camilla, la donna che
    aveva più amato, e le donne che stava amando. Quelle di letto e di cuore. Che poi, spesso, coincidevano. Gli sarebbe piaciuto venire lì spesso, ogni settimana, per tutto l’anno, per cinque anni, come il vecchio Bisàt. «Che mestier fètu?» chiese Bisàt. «Che mestiere faccio?» Che mestiere fai, Stucky? «Mah, qualche volta risolvo dei casini» rispose. «Fortunà tì!» esclamò l’uomo,
    e si versò un altro goccio di grappa.

    “La porta era accostata. Sembrava una dimenticanza, chissà se in uscita o in entrata. Tornato tardi o appena uscito? aveva pensato la donna. Invece era disteso sul pavimento e c’era sangue. Sangue dalla testa. E non si muoveva”.

    Fulvio ervas C’era il mare

Dopo il successo del film Finché c’è prosecco c’è speranza
l’ispettore Stucky torna con un giallo dolce e graffiante.

Due omicidi, due piste, due città:
l’ispettore Stucky indaga a Treviso,
Luana Bertelli a Marghera.
Quando un terzo uomo muore a metà strada,
la pista diventa una sola.


 

“Montini si accarezzò amorevolmente     
le mani. Da ciò che gli stava riferendo l’ispettore Stucky, la faccenda Canton
non era una gatta da pelare. Era una lince
da pelare”.


Il primo morto è a Treviso: unico indizio un foglio bianco.
Il secondo è a Marghera: qui invece campeggia una scritta rossa.
Le due indagini – e i due scenari – si alternano, incantandoci con immagini solari mentre realtà più oscure affiorano qua e là.
Stucky interroga banchieri con le scarpe troppo pulite; a casa, il profumo di zucca e zafferano annuncia un’ospite inattesa.
Luana Bertelli la sera va al poligono, insegna alle donne a sparare; davanti a un piatto di seppioline morbide, in piazza, pensa al mare da cui è sorto Porto Marghera.
Un terzo morto, a metà strada tra Treviso e Marghera, fa correre tutto più veloce.
Soprattutto, Stucky e la Bertelli adesso corrono insieme: unendo tasselli, arrivano al cuore del mistero, annidato nelle pieghe della nostra traballante civiltà.