Breviario del rivoluzionario da giovane Bruno Osimo

  • AMANDA / Amanda ha un anno meno di me, ma si vede subito che è molto più matura. Io in italiano ho 6 e i miei temi sono sempre troppo corti, lei ha 9 e certe volte anche 10, perché scrive benissimo e i suoi temi sono letti ad alta voce in classe, e che classe! È la sezione C,
    quella dove c’è Luciano Aguzzi, l’autore del best seller intellettuale di sinistra Un liceo un luogo di lotta: storia esemplare del Liceo scientifico X di Milano, edito dalla Emme, dove c’è Marpiani che anche se è studente la sua ricerca è un trattato sulla rivoluzione francese e si capisce che è cólto perché ha gli occhiali a goccia spessi un
    dito e quando parla sputacchia come gli intellettuali di sinistra alla tivù. E poi c’è Prugnettini che da grande ha già deciso che farà il fisico e scoprirà una particella che chiamerà ‘prugnettone’. Io lo ammiro molto perché non solo non so cosa vorrei fare da grande, ma non so nemmeno cosa vorrei fare domani, fra cinque minuti, adesso. Quindi
    Amanda ha una superreputazione e sa anche parlare molto bene in pubblico proprio come parlano le professoresse, anche quando interviene in assemblea porta una ventata di correttezza e stile perché usa tutte le parole appropriate, non dice mai ‘fare’ o ‘dire’ o ‘essere’ ma sempre quella giusta-giusta, quella che si usa solo se ci s’ingegna, ‘svolgere’ o ‘esprimere’ o ‘apparire’,
    più anche espressioni nuove che io non so nemmeno cosa vogliono dire come ‘discorso articolato’, ‘tendenza di fondo’, ‘metodologia didattica’, ‘organico’ e ‘referente’, sempre con quella erre uvulare che sembra che le parole, lei, se le cucini, più che pronunciarle. La forma è sostanza – e io trovo la forma di Amanda molto rassicurante – e il mio relativo sottosviluppo
    lessicale ha un suo analogo preciso nel mio sottosviluppo di principio, nella mia approssimatezza esistenziale. Per questo lei mi attira come si attirano gli opposti, o i complementari, ma lo so benissimo che non ho nessuna chance. Quando viene eletta presidente del consiglio d’istituto, è come se fosse eletta ufficialmente mamma della scuola, perché della mamma – giovane e bella
    – ha il fisico e il portamento, ed è materna con tutti. Se qualcuno sta male, va da Amanda, lei lo coccola, gli parla, lo ascolta, lo consola, se necessario dal punto di vista terapeutico lo bacia e fa sesso con lui fino alla remissione almeno parziale dei sintomi. E Amanda, quando ha dei problemi suoi, come fa a risolverli?
    Io di preciso non lo so, ma in apparenza di problemi non ne ha, e se ne ha, li risolve tutti con la sua ‘dialettica’ in modo articolato e funzionale. È la donna del futuro, oltre che la mamma del presente. / ANTIFASCISMO MILITANTE / Prima, quand’ero beneducato buono, nella vetusta concezione borghese, pensavo che non si dovesse far
    male a una mosca. Adesso che sono stato rieducato in senso rivoluzionario, so che ci sono entità viventi sopprimibili: i fascisti. Non solo è legittimo, ma è auspicabile. Non mi pongo il problema della collocazione dei fascisti nello spettro degli esseri viventi e, anzi, non ricollego la loro eventuale sofferenza o morte ad alcun principio di sensibilità come quello che
    mi spinge ad amare gli animali. I fascisti vanno eliminati perché ce lo ordinano i dirigentini, e l’ordine non è filtrato dalla coscienza, ma trasmesso direttamente dal cervello del dirigente al corpo di noi base. In fondo è rilassante, per la coscienza, non dover formulare un giudizio, ma limitarsi a eseguire, una volta scelto il Gruppo giusto, ordini pervenuti dall’alto.
    L’evidenza esterna che gli obbiettivi sono ragazzi come noi, finiti, più o meno come noi, per caso in un certo gruppo di destra anziché nel nostro, è nascosta dietro il vetro opaco del bisogno di rispettare, esagerare le regole per sentirmi accettato. Mia madre non sa nulla di preciso – nemmeno io, del resto – ma qualcosa intuisce e timidissimamente
    manifesta alcune perplessità. Quando dico a mia madre che il fine giustifica i mezzi, le si rizzano i capelli sulla testa e mi cita alcuni dittatori che l’hanno sostenuto prima di me. Meno male che lei non sa cosa sia davvero l’antifascismo militante, pensa solo che io sia un po’ birichino. Che poi a guardarmi, uno scricciolo cespuglioso con la
    vocina da bambino, nessuno potrebbe mai sospettare che io sia in grado di picchiare qualcuno – e infatti non lo sono. Ciò non toglie che io sia stato promosso senza meriti sul campo all’esseò (servizio d’ordine), un gruppo scelto (?) e addestrato (???) per la protezione del corteo e – ove applicabile – all’attacco di altri gruppi. Io alla questione
    se sia una bella cosa o no spaccare la testa ai coetanei che la pensano diversamente da noi con la roba – tondino o chiave inglese – dedico almeno dieci secondi buoni di riflessione, tanto mi basta per passare dalla versione borghese del buono beneducato a quella rivoluzionaria del coscienzioso con spranga. Il beneducato buono era pallosissimo: se ne stava
    a casa da solo per lunghi pomeriggi di noia. Insomma, una volta che mi si dice che non devo più essere beneducato buono, la mia concezione morale tracima completamente, è una specie di Vajont etico, crollato il quale non c’è più argine che tenga, dall’(auspicabile) tram senza biglietto al (teorico) furto in libreria1 al (potenziale) linciaggio di un fascista. Che
    però si dice ‘fascio’. Noi rivoluzionari abbiamo le idee molto chiare anche per quanto riguarda i verbi. “Tozzare i fasci” si dice. È stata anche adattata all’uopo la famosa canzoncina pubblicitaria della Fiesta Ferrero2: “Lasciateci dire / tozziamoci un fascista / questa è un’idea per tipi come noi / lasciateci dire che uno non ci basta / è così bello
    da tozzar”. Così suona molto più virile, da compagni che lottano. L’orgasmo mentale è dato dal sentirmi parte di un gruppo extraparlamentare (il pci è revisionista) che sta cambiando il mondo. Lo slogan pertinente dice: “Milano rossa col sangue dei fascisti”. Sono un ragazzo pieno di ideali, dice la didascalia. Sono giovane, non posso ancora capire il valore della vita
    umana. In questa stagione vanno molto le idee chiare, mentre il dubbio è fuori moda. Preferisco starmene da solo facendo i ragionamenti precisini che ho imparato da piccolo, o disconnettere l’orientatore logico e farmi trascinare dall’onda rivoluzionaria? Sono talmente esaltato all’idea di non essere più solo a casa mia, ma di essere qui in mezzo ai compagni a edificare il
    Radioso avvenire, che queste quisquiglie di ammazzatine di fascisti mi restano un po’ fuori fuoco. “Tutti i fascisti come Ramelli: con una riga rossa tra i capelli”. Questo slogan nasce dopo che il diciottenne del Fronte della Gioventù Sergio Ramelli – un ragazzo che aveva due anni più di me e abitava in una zona molto lontana della città –
    è ucciso a sprangate da qualcuno di ‘noi’, da qualcuno come noi, persone come quelle che frequento io a scuola e alle manifestazioni. Io personalmente se dovessi prendere qualcuno a sprangate prima gli chiederei per favore se si toglie il berretto e piega la testa, poi gli darei un colpetto simbolico piano piano tanto per essere obbediente e gli chiederei
    scusa, tirerei fuori il mercurocromo e i cerotti e lo medicherei. Ma io mi vergogno di essere fatto così, non lo confesserei a nessuno, e con tutto me stesso cerco di assomigliare a un lottatore continuo. O quantomeno a un lottatore discreto. Se ci riesco, forse un giorno potrò aspirare a tenere per mano una figlia dei fiori e
    ammirare il biancore della sua pelle. O anche solo a sfiorarle la mano. Nelle voragini di piacere che ci sono oltre, non riesco a spingermi nemmeno con l’immaginazione. Sono anni di sangue.

    "Io alla questione se sia una bella cosa o no spaccare la testa ai coetanei che la pensano diversamente da noi con la roba – tondino o chiave inglese – dedico almeno dieci secondi buoni di riflessione, tanto mi basta per passare dalla versione borghese del buono beneducato a quella rivoluzionaria del coscienzioso con spranga."

    Bruno Osimo Breviario del rivoluzionario da ...

Da Antifascismo militante a Ciclostile, da Figlia dei fiori a Verbo comunista: l’apprendistato sentimentale di un ragazzo volenteroso e un po’ confuso nei memorabili anni Settanta.

 


Io alla questione se sia una bella cosa o no spaccare la testa ai coetanei che la pensano diversamente da noi con la roba – tondino o chiave inglese – dedico almeno dieci secondi buoni di riflessione, tanto mi basta per passare dalla versione borghese del buono beneducato a quella rivoluzionaria del coscienzioso con spranga. Il beneducato buono era pallosissimo: se ne stava a casa da solo per lunghi pomeriggi di noia.

 

La rivoluzione è alle porte, l’ultima giustizia borghese si è spenta.

A scuola si va per volantinare, manifestare, occupare, riunirsi in assemblea.

Per Bruno, che ha quindici anni nel 1973, si spalancano inaspettate oasi di socializzazione, di appartenenza, di sollievo dalla responsabilità di pensare.

Lui di suo sarebbe timido, delicato, pacifista a oltranza, ma pur di tuffarsi in questo magico fermento accantona volentieri ogni riserva e aderisce ciecamente alle nuove regole: il personale è politico, l’esproprio proletario, la gentilezza bandita e la promiscuità assoluta. Lo stato borghese si abbatte non si cambia.

Tra femministe arrabbiate, maggioranza silenziosa e Katanga, non è sempre facile orientarsi, ma Bruno, rivoluzionario in erba, ce la mette tutta per non essere un compagno che sbaglia.

Con esiti di irresistibile comicità.