Beautiful Music Michael Zadoorian

  • Segnale di occupato, è tutto quello che sento. È la quinta volta che chiamo. La punta dell’indice mi fa male a furia di fare il numero. Sto telefonando alla CKLW. Per fortuna non è un’interurbana, altrimenti li sentivo, i miei genitori. Oddio, potrebbe anche esserlo, perché la CKLW è una stazione radio canadese e io sono a Detroit, ma spero
    di no. In ogni caso, non so da dove mi è venuta l’idea di chiamarli, ma ormai me lo sono messo in testa, e non c’è niente da fare. Mia madre è di là e non ha ancora cominciato a chiedersi cosa ci faccio al telefono da tutto questo tempo. Sta guardando uno dei suoi programmi alla tele, a volume
    abbastanza alto. Meglio così, ma qui è sempre occupato. Al nono tentativo, con il polpastrello rosso e dolorante, suona libero, finalmente. Dopo tre squilli, una donna risponde e dice: «CKLW buonasera. Può attendere un attimo in linea?» Ci mancherebbe. Che emozione. Dalla cornetta, sento il disc jockey, Ed Mitchell, annunciare In the Year 2525 degli Zager and Evans. Comincia la
    canzone. Suona metallica, disturbata, neanche lontanamente limpida come alla mia radio a transistor Kor/Sonic. Dopo un paio di minuti, vado nel panico, convinto che la tipa della radio si sia completamente dimenticata di me, ma poi qualcuno risponde. La sua voce è così bassa, profonda e nitida che sembra venire da un’altra lunghezza d’onda. Per niente metallica o disturbata. Sto
    davvero parlando con il disc jockey in persona. «Eccoci! Che cosa vuoi ascoltare?» dice, con quel ringhio che conosco tanto bene. Non riesco a parlare, catapultato di colpo in un mondo dove agli adulti interessa quello che voglio io. «Pronto?» È arrabbiato? Non voglio che Ed Mitchell si arrabbi. C’è il rischio che riagganci, quindi butto fuori le parole meglio
    che posso: «Ehm, vorrei ascoltare A Boy Named Sue di Johnny Cash» dico. «Okay! Credevo fosse caduta la linea. Senti, adesso registro la tua richiesta, e la mandiamo in onda più tardi, ti sta bene?» Faccio sì con la testa. «Allora, ti sta bene?» «Sì» dico, intuendo che far sì con la testa al telefono non è una grande idea.
    Cercando di rimediare al mio errore, raccolgo le forze e grido «Yeah!» «Grande!» dice il dj Ed. È un adulto che apprezza che io gridi. «Così va bene. Dillo proprio così. Dì ‘Ehi, Ed Mitchell’. Poi dì come ti chiami, quanti anni hai, e la canzone che vuoi ascoltare. Mettici un po’ di grinta. Capito?» «Credo di sì». «Okay? Sei
    pronto? E… vai!» Faccio casino, ovviamente. Mi dimentico di dire “Ehi, Ed Mitchell”. E mi dimentico anche di dire il mio nome. «Questa volta devi dirlo per bene, o devo chiudere» dice lui, e so che fa sul serio. «Stai pronto. Uno… due… tre… via!» Prendo fiato e sputo fuori veloce: «Ehi, Ed Mitchell, mi chiamo Danny Yzemski, ho dieci
    anni, vorrei ascoltare A Boy Named Sue di Johnny Cash!» «Grandissimo!» ruggisce. È contento di me. Son piaciuto a Ed Mitchell. «Grazie, Danny. Sei stato bravo. Tra un po’ vai in onda». Poi la comunicazione si interrompe. Me ne sto fuori con la mia Kor/Sonic per due ore aspettando di sentirmi alla radio. Continuo a sentire le stesse canzoni. Crystal
    Blue Persuasion, Choice of Colors, Put a Little Love in Your Heart, My Cherie Amour. Sono seduto sul dondolo dietro la nostra casetta nella zona nordovest di Detroit. A un anno dalla sommossa, mia madre finalmente si arrischia a farmi uscire di casa, a condizione che resti in giardino. Ricorda ancora, come del resto anch’io, le torri di fumo nero
    che si alzavano nel cielo lungo la Grand River Avenue, a sei chilometri da qui, il frastuono della razzia al centro commerciale Grandland a un chilometro e mezzo da casa nostra, i blindati che sfilavano lungo la Fenkell dopo che il governatore aveva chiesto l’intervento della Guardia nazionale, i servizi televisivi sui cecchini e i filmati confusi, convulsi di persone
    che corrono dentro e fuori edifici in fiamme. Lei decisamente preferirebbe che io non mi muovessi da casa. Mark e Jim, ciò che ho di più simile a degli amici, si fermano a parlare, ma io tengo la radio premuta sull’orecchio. «Tra poco vado in onda» gli dico. «Come no, Tub-ski» fa Mark, poi se ne vanno a giocare a
    pallone. Non fa niente, tanto non ho il permesso di allontanarmi da casa. E poi non posso assolutamente perdermi la mia voce alla radio. Dopo un’ora e mezzo, mi viene il timore che l’“Ed Mitchell Show” finisca senza che facciano sentire me o la mia canzone. O che si scarichi la batteria. Sento un altro ragazzino chiedere una canzone. È
    un bambinetto di colore che dice «Come va, Ed Mitchell? Voglio ascoltare Girl You’re Too Young di Archie Bell and the Drells». Solo che quando dice il nome del gruppo lo allunga così tanto che suona the Durr-ells. Ho paura che la sua richiesta abbia annullato la mia. Invece passa mezz’ora e, dopo una canzonetta pubblicitaria per il servizio Chevrolet di
    Gene Merollis (“Gene Merollis, un grande!”, cantata da un tizio che sembra avere un sigaro piantato nell’angolo delle labbra), sento la mia voce che gracchia e rimbomba nell’etere (la mia voce è più bassa rispetto alla media dei ragazzini della mia età perché sono robusto). Sono così emozionato che non riesco nemmeno a parlare. Seduto sul dondolo dietro casa, oscillo freneticamente,
    senza neppure ascoltare la canzone, lasciando solo risuonare nella testa la mia voce registrata alla radio. Non faccio in tempo a mettermi davvero ad ascoltare, che la canzone è alla fine. Johnny Cash sta per sparare a suo padre per averlo chiamato Sue. …But you oughta thank me before I die For the gravel in your guts and the spit
    in the eye… Pochi attimi dopo, Johnny Cash tace e la musica sfuma. Lo so, anche se la CKLW farà ascoltare centinaia di volte questa canzone nelle prossime settimane, questa è l’ultima volta che la sentirò proprio così.

    “Sta succedendo, lo sento. La musica mi sta cambiando, anche se non so esattamente come. Di certo mi ha aiutato a casa, nel compito snervante di gestire mia madre. Mi ha aiutato a capire cosa voglio fare da grande: lavorare alla radio. Mi sembra che la musica mi indichi la strada, confidandomi i suoi segreti”.

    Michael Zadoorian Beautiful Music

  • Autore: Michael Zadoorian
  • Genere:
  • Collane:
  • Titolo Originale: Beautiful Music
  • Data Pubblicazione: 24/05/2018
  • Numero di pagine: 400
  • Codice EAN: 9788871688206
  • Prezzo di listino: 18 €
  • Lingua Originale:

Come sgusciare dall’adolescenza e conquistarsi un posto al sole in America, tra bulli, droghe e casini razziali? Dedicato a tutti quelli che almeno una volta sono stati salvati dalla musica.


Danny non ha i vestiti giusti, non è sportivo, non è abbastanza figo.

Per le ragazze è trasparente, per i bulli del liceo un bersaglio mobile.

Suo padre gli ha insegnato a non scappare, a guardare negli occhi l’avversario.

Lui ha un’arma che lo rende invulnerabile: il rock fantastico delle radio indipendenti, dei dischi comprati con i suoi risparmi; la musica che lo accompagna sempre nella testa, che gli dà la carica a ogni passo.

Danny è sempre triste quando la musica finisce, perché altre cose brutali lo assordano. Una notizia che non vuole ascoltare.

Le urla degli scontri razziali che forse a Detroit non finiranno mai.

La televisione sempre accesa, il frigorifero vuoto, il perenne mal di testa di sua madre. Ma la professoressa Floyd è così bella che sembra una santa. Gli offre l’occasione che sta aspettando: lavorare alla radio della scuola. Leggerà gli annunci meglio di chiunque al mondo, farà ascoltare Jimi Hendrix, i Led Zeppelin, gli Sly and the Family Stone… Finalmente la sua vita è a una svolta.

 


Un tuffo nel rock graffiante dei Led Zeppelin e nella rabbia animalesca degli Stooges, rimbalzando da Johnny Cash ai Fleetwood Mac, da Alice Cooper ai Jethro Tull: ecco la playlist per accompagnare Danny nel suo viaggio attraverso la musica.


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Marcos y Marcos a porte aperte
Beautiful Music