Battaglia a Magopoli Enzo Fileno Carabba

  • Non so come fanno, ma le cose ti sorprendono sempre. Non vanno mai come pensavi e dove credevi. Sono selvatiche. Io per esempio sono scappato di casa perché non volevo stare a Magopoli. Ma poi, quando le cose mi sorpresero portando via la nostra casa a me e ai miei genitori (per colpa mia), non è che feci salti di gioia.
    Nella nuova casa mi sentivo triste, non avevo fame, non riuscivo a dormire. I miei amici erano lontani, anzi non sapevo proprio dov’erano. Magari erano vicini e non lo sapevo. Il che è peggio. I miei genitori erano diversi da prima: adesso litigavano. Se uscivo di casa mi trovavo in un posto talmente brutto e sconosciuto che mi faceva paura. Un po’
    più in là c’erano anche gli zombi del fango, come dirò poi. Non è quella che si dice una situazione ideale, mi sembra. C’erano momenti in cui avrei tanto voluto essere bravo, buono e magico. Ma non sapevo come fare. Non conoscevo l’incantesimo giusto. Mi deludevo da solo. Nella nuova casa mi sentivo talmente solo che cominciai a raccontare la mia vita a
    un mendicante sordo. Questo individuo stava seduto all’angolo della strada, anzi stava mezzo disteso. Possedeva un cappello, ma doveva avere caldo alla testa, perché lo teneva in terra davanti a sé insieme a un pezzo di cartone con su scritto: “Fate la carità a un povero sordo”. La mamma diceva che era uno scandalo: nel quartiere della nostra vera casa,
    la casa di prima, nel centro di Magopoli, non c’erano mendicanti sordi. Anzi non c’erano proprio mendicanti, neanche quelli che ci sentono benissimo. Quando la mamma si lamentava del nuovo quartiere in cui eravamo finiti a vivere, se quella era vita, mio papà scuoteva la testa da orso con l’aria di chi avrebbe molte cose da dire ma sta zitto non
    si sa perché. All’inizio il mendicante sordo mi faceva paura, ma aveva anche qualcosa che mi attirava. Per questo cominciai a parlargli. Oltre a essere sordo doveva essere anche abbastanza cieco, perché quando mi fermavo davanti a lui e gli raccontavo le mie sventure non mi guardava, era come se non esistessi. Stranamente questo mi invogliava a parlargli. Ci sono certi bambini
    che hanno un amico invisibile, io lo trovo assurdo: un amico invisibile crea un sacco di problemi. Per esempio: come fai a guardarlo? Io preferivo un amico che non ci vede e non ci sente. Considerando le lacrimevoli storie che gli raccontavo, era meglio per lui. Un pomeriggio di settembre ero andato a vedere quella che di lì a poco sarebbe
    stata la mia nuova scuola. Non mi piaceva neanche quella. Tornando a casa passai dall’angolo del mendicante e parlai a ruota libera, tanto non sentiva. Dissi che a Magopoli tutti pensavano di essere maghi, ma non era vero nulla, me lo avevano detto i miei nonni. Era un imbroglio ma la gente ci credeva e tutti stavano impazzendo, a forza
    di fare finta di essere maghi. Dissi che era colpa degli specchi: che non erano veri specchi e rimandavano un’immagine falsa alle persone che li guardavano, facendogli credere di essere quello che non erano. Dette tutte queste cose ripresi fiato e mi venne un dubbio: se mi sbagliavo, se i maghi esistevano davvero, allora potevano esistere maghi così potenti che nonostante fossero
    sordi ci sentivano. Magari questo era uno di quelli. Avrebbe detto a tutti cosa pensavo: sarei stato punito e sbeffeggiato. Il mendicante sordo non reagì alle mie parole, come se davvero fosse uno di quei sordi normali che non ci sentono. Solo un breve sussulto del piede nudo e nero, con cui toccò il cappello, ma forse voleva capire se ci
    avevo buttato dentro dei soldi. Raccontai che io e i miei amici, Lu e Igor, avevamo tentato di fuggire da Magopoli. Il mio amico Igor era stato portato al Tritacarne, un posto terribile dove chiudevano i bambini che non capivano la magia per fargliela capire. Uno di quei posti dove ti portano per il tuo bene. Odio i posti dove ti
    portano per il tuo bene. Raccontai che eravamo riusciti a salvarlo con l’aiuto di una piovra chiamata Nicoletta, di un cinghiale fatto per metà di metallo, chiamato Enzo, e anche con l’aiuto di Berta, il cane dei miei nonni ma anche un po’ mio. Avevamo fatto qualche danno, portando via Igor dal Tritacarne. Ci eravamo dati alla fuga, aiutati dai
    miei nonni, e per un mese avevamo vissuto nelle terre alte. “Ma per quanto tu possa salire viene sempre il momento di scendere” aveva detto la nonna, e così ero tornato a casa con i miei genitori. Le cose non erano andate bene. Qui il mendicante sordo e abbastanza cieco si tirò su seduto, da disteso che era, come se volesse
    seguire meglio. Doveva essere una mia impressione. Continuai a parlare. Avevo un tale bisogno di sfogarmi. Gli raccontai che una volta tornati a casa non c’eravamo restati per molto tempo. La notte la mamma e il papà litigavano senza utilizzare i poteri telepatici che dicevano sempre d’avere. Papà aveva dovuto pagare i danni che avevamo provocato al Tritacarne. La nostra famiglia
    aveva perso di prestigio per colpa mia. A Magopoli la magia era tutto. “È la magia che fa girare il mondo” ripeteva sempre mio padre. E io ero andato a dire in giro che la magia non esiste. Una colpa terribile. Lo sapevo però che era la verità, questo discorso che la magia non esiste. Me lo avevano detto i miei
    nonni. Un’altra cosa clamorosa che mi aveva detto il nonno è questa, tenetevi forte: non è vero che la Terra è piatta, la Terra in realtà è tonda. A queste parole gli occhi del mendicante smisero di essere semichiusi, si spalancarono, come se davvero fosse interessato al mio discorso. Insomma i nonni dicevano cose pazzesche, che la magia non esiste e la
    Terra è tonda. Mamma e papà me lo avevano sempre ripetuto di non starli ad ascoltare, i discorsi dei nonni, che erano vecchie superstizioni di gente buona ma rimbambita che vive in campagna, gente arretrata che non conosce i progressi della Magia Moderna e Contemporanea. Invece gli avevo dato retta, ai nonni. E questo ci aveva perduti. Finché certe cose le dicevano
    i vecchi, Magopoli le tollerava, ma se a dirle erano le nuove generazioni il discorso prendeva un’altra piega. Una sera era venuta la polizia magica in casa e aveva trovato la sfera che mio nonno aveva regalato a papà quando era piccolo. La sfera che raffigura il mondo come se fosse tondo e non piatto. Dunque non era vero che papà
    l’aveva buttata via. Invece l’aveva conservata per tantissimi anni, in segreto, come una cosa preziosa o dimenticata. Quelli della polizia magica l’avevano trovata sotto il letto, dalla parte in cui dormiva papà. Come se ci tenesse, al mappamondo, così lo chiamava il nonno. Alla fine mio padre aveva perso il lavoro, eravamo diventati poveri, eravamo andati a vivere in un posto
    bruttissimo in periferia dove i palazzi marcivano e tutto questo per colpa mia. Speravo che il vecchio mendicante sordo e abbastanza cieco a questo punto dicesse qualcosa per confortarmi. Invece nulla, non aprì bocca. Caspita, è anche muto, mi dissi.

    “Dissi che mi sentivo in colpa perché ero stato la causa della rovina della mia famiglia. Avevamo perso la casa, e papà aveva perso il lavoro. Gli raccontai che non dormivo la notte, per questo. Che di certo anche quella notte non avrei dormito. Troppe erano le sofferenze dentro di me, troppi i dubbi. Detto questo mi addormentai benissimo.”

    Enzo Carabba Battaglia a Magopoli

  • Autore: Enzo Fileno Carabba
  • Genere: ,
  • Collane:
  • Data Pubblicazione: 26/10/2017
  • Numero di pagine: 208
  • Codice EAN: 9788871688046
  • Prezzo di listino: 15 €
  • Lingua Originale:

In uscita il 26/10/17

Agostino è giù di corda; Igor e Lu, i suoi compagni d’avventura, sono lontani.
Gli abitanti di Magopoli sono logorati dallo sforzo di essere magici, e passano il tempo a guardarsi in strani specchi parlanti che deformano la realtà.
Agostino sogna di liberare Magopoli dalla schiavitù della magia, ma per prima cosa deve recuperare i suoi amici, ricomporre la loro piccola squadra.
Gli zombi del fango, una vecchia ballerina e un mendicante muto li aiuteranno a ritrovarsi.
Di nuovo insieme, Agostino, Igor e Lu dovranno affrontare le zecche mutanti, sfuggire alle guardie volontarie, entrare nel Palazzo impossibile.
La loro arma segreta?
La musica di un piccolissimo pianoforte.
Una cornacchia, un cinghiale, una piovra e il cane Berta i loro cavalli di battaglia.

 

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