Bastaddi Stefano Amato

  • Il terreno del signor Zingale si trovava in un punto imprecisato della campagna fra Corleone e San Giuseppe Jato, non lontano dalla Strada Provinciale che univa i due paesi. Il punto non era imprecisato per modo di dire. Davvero ci si doveva ancora mettere d’accordo su una questione di non secondaria importanza: a quale comune apparteneva il terreno? Qualcuno sospettava
    che si trovasse a cavallo di due comuni, forse addirittura tre, ma Zingale – un vedovo che viveva lì con le tre figlie – non aveva mai avuto voglia di perdersi negli uffici della Regione e della Provincia per firmare carte, fare file, chiedere favori. Lui era un contadino, si disse affondando la zappa nel terreno, la fronte ricoperta di
    sudore, la maglia incollata alla schiena; un contadino, sissignore, e in quanto tale doveva rispondere a un solo padrone: la terra. La quale a sua volta aveva un unico padrone, e cioè... il clima, azzardò. Mentre il clima... A chi doveva ubbidire il clima? Al sole, forse? Al vento? Alla luna? Il signor Zingale smise di zappare il piccolo orto ricavato
    dietro il casale – aveva intenzione di regalarlo per il suo compleanno a Carla, la figlia minore – e si asciugò la fronte con l’avambraccio. Nonostante fosse soltanto l’inizio dell’estate, si crepava già di caldo. Non era servito a niente aspettare che l’ombra scivolasse su quel piccolo pezzo di terra. Bah, pensò tornando al ragionamento di prima, comunque sia abbiamo
    tutti un unico padrone, il Signore. Quindi che senso aveva stabilire tutte quelle gerarchie? Chi se ne fregava se forse non esisteva? Il punto non era quello, diceva sempre a Daniela, la primogenita e unica diplomata della famiglia, quando si ritrovavano a parlarne. Il punto non era quello. Quale fosse poi esattamente il punto, Zingale doveva ammettere di non saperlo
    mai spiegare come si deve. Finiva sempre con l’impappinarsi, gesticolando come un invasato e innervosendosi, anche perché Daniela con la sua parlantina riusciva chissà come a convincerlo che credere in Dio fosse da stupidi. E la cosa peggiore era che Zingale per un momento ci si sentiva stupido, cose da pazzi. Proprio come ci si sentiva ripensando a quel figlio di
    buttana di Munafò, buonanima, che mesi prima gli aveva venduto un trattore come ‘praticamente nuovo’. Come no. Dopo due settimane quel rottame era morto e ora se ne stava parcheggiato nella stalla ad arrugginirsi. L’idea di essersi fatto fregare a quel modo mandava ancora in bestia Zingale. Gli faceva salire la pressione e digrignare i denti. E gli procurava pensieri
    sgradevoli: del tipo che Munafò, alla fine, aveva avuto quello che si meritava. Ma durava poco. Subito dopo infatti si mordeva le labbra e più tardi, prima di addormentarsi, citava il poveretto e la sua famiglia nelle occasionali preghiere serali. È vero, con tutte quelle chiacchiere sulla religione e il socialismo Daniela lo faceva sentire stupido e arretrato. Ma dopo un
    po’ gli passava. La pressione gli calava. E la sera tardi, quando le ragazze dormivano e lui restava da solo in soggiorno a guardare “La domenica sportiva” con un bicchiere di Marsala in mano, ripensava a Daniela e ai suoi discorsi e si sentiva fiero di lei. Fiero per quello che lo aveva convinto a fare in cantina. Già, la cantina. Da
    dove si trovava, Zingale poteva vedere lì in basso il piccolo vasistas che aveva montato per cambiare l’aria della cantina. Lo fissò per alcuni secondi, dopo i quali sospirò e concluse che sì, il Signore esisteva, non poteva essere altrimenti. O almeno, Zingale se lo augurò con tutto il cuore. Il contadino aveva appena sollevato di nuovo la zappa quando sentì
    qualcosa. Restò in ascolto e si voltò verso Carla, che a poca distanza stava spargendo il mangime per le galline. Anche lei aveva interrotto il lavoro e fissava il vuoto concentrata. Nel momento in cui i loro sguardi s’incontrarono, Zingale capì che non c’erano dubbi: era una macchina. Girarono l’angolo del casale e la videro. Anticipata dalla polvere che sollevava,
    una macchina aveva lasciato la Provinciale per immettersi a tutta velocità nella trazzera in terra battuta che portava al loro terreno. Passò del tempo prima che Zingale riuscisse a distinguere il modello: una Regata beige. Lui e la figlia tornarono a guardarsi negli occhi.

    "La rovina dell’umanità sono certi film." Michele Greco, boss di Ciaculli

    Stefano Amato Bastaddi

  • Autore: Stefano Amato
  • Genere:
  • Collane:
  • Data Pubblicazione: 23/04/2015
  • Numero di pagine: 240
  • Codice EAN: 9788871687117
  • Prezzo di listino: 16 €
  • Lingua Originale:

Avete presente Bastardi senza gloria, di quel genio di Tarantino?
Otto uomini feroci e selvatici, caricati a odio puro, minano alle fondamenta il dominio nazista.
In questo romanzo invece siamo in Sicilia, ed è la mafia l’oppressore.
Il tenente Ranieri, al comando dei suoi otto Bastaddi assetati di giustizia, colleziona scalpi di Cosa nostra.
Il Capo dei capi è sempre più nervoso.
Il Maxiprocesso con tutte quelle condanne è semplicemente intollerabile, e questi Bastaddi assatanati una spina nel fianco. Di questo passo, dove andremo a finire? Occorre proprio un gesto simbolico, una celebrazione della mafia, con i suoi picciotti, il suo onore, i suoi film.
Una bella serata mafiosa in un cinema di Siracusa sarà il giusto segnale per tutti.
La cupola di Cosa nostra concentrata in un cinema?
Che occasione meravigliosa, per i Bastaddi.
E se il cinema per giunta appartiene a Carla, che ha perso tutta la famiglia in una strage mafiosa… si scatenerà una gara esplosiva a chi stermina i mafiosi per primo nella sala buia.
Perché al cinema, o nei romanzi, i buoni in qualche modo ce la fanno, i cattivi muoiono quando devono morire.
E Falcone e Borsellino brinderanno in pace a una Sicilia finalmente libera, sorrideranno ancora.

Una cover letteraria di grandi passioni, umane e civili.

“Bastaddi”