Anime perse Umberto Piersanti

  • Accanto ai grandi vetri dello studio sfrecciavano agili i rondoni, gli alberi splendevano di quella luce che solo a maggio puoi vedere. Il dottor Emilio Levantini stava assorto sulle proprie carte, incurante di quella luce e di quel senso di pienezza e letizia che sembrava quel giorno essere stampato dentro l’aria. Quel concorso da primario era stato vergognosamente e ingiustamente
    perso: niente poteva più soddisfarlo, non il denaro che certo non gli mancava: notevole stipendio e grandi beni familiari; neanche l’amore di Antonella, una bruna dalle forme piene e dal carattere docile che da anni gli era accanto. No, la vita non poteva continuare senza un’adeguata risposta a quelle ingiustizie radicali che l’avevano sconvolta. E poi, il vincitore, Giorgio Feduzzi,
    ma quello era uno psichiatra? Cultura approssimativa, incapacità di dialogare con i pazienti, nessuna voglia di partecipare ai corsi più avanzati di formazione professionale. E invece lui, Emilio Levantini, non aveva saltato un corso, una conferenza, un incontro. E il risultato, niente, peggio di niente. Dunque a che valeva informarsi, discutere, faticare? Non aveva forse ragione quel suo paziente che
    aveva ammazzato chi lo aveva derubato nell’impresa e cornificato con quella gran puttana della moglie? Forse la pazzia non esiste, ci sono solo modi di rispondere alle difficoltà e ai dolori della vita. Forse, la normalità non è che timidezza e paura, accettazione delle cose e delle vicende senza tentare di dare una risposta. Forse, l’uomo libero è chi se
    ne frega della morale comune, delle esigenze del galateo sociale, delle inutili aspettative d’una giustizia che non può essere che casuale, provvisoria o spesso ingiusta.Sì, doveva fare qualcosa, doveva dimostrare a se stesso che le vicende della vita, che i trucchi degli avversari, che la società in genere, con le sue innumerevoli ingiustizie, non riuscivano a piegare il dottor Emilio
    Levantini, un uomo che non solo sapeva curare gli altri, ma anche difendere se stesso dalle ingiustizie degli altri uomini e della sorte. Scese nel prato antistante al manicomio, lui lo chiamava così nonostante gli stupidi e goffi tentativi di cambiargli il nome: era come chiamare i ciechi non vedenti e i sordi non udenti. Tutta una serie assurda di
    ipocrisie alle quali le nuove leggi iperliberali e un po’ straccione avevano dato la stura. Si sedette sulla panchina: fuori stava passando un gruppo di ragazzi del liceo lì accanto. Due di loro, un maschio dai capelli bruni e ricci e una ragazza castana dalle lunghe gambe, s’erano fermati a ridosso del muretto e si stavano baciando appassionatamente. Stronzi –
    pensava Emilio – stronzi e fortunati che non avete altro da fare che baciarvi e magari finire tra poco in una stanza a scopare e parlare liberi e divertiti. E lui invece, sempre a tormentarsi su quell’ingiustizia: non ci potevano essere baci e amori, fringuelli in aria e gelsomini nei cespugli che scendevano dai muri, in un tempo in cui
    era stato umiliato e offeso, in un tempo in cui la vita gli s’era rivoltata contro e gli aveva sputato addosso. L’ora, però, della giustizia si avvicinava: avrebbe fatto giustizia, i fringuelli sarebbero tornati a cantare negli alberi, il gelsomino a profumare dai muri. Solo dopo un atto di giustizia, il mondo sarebbe tornato al suo normale corso, l’ordine delle
    cose e dei sentimenti sarebbe stato ristabilito.Era ormai sera quando il dottor Levantini si avviò a passi lenti verso casa: anche il tramonto era splendido, l’arancione brillava tra i muri delle case e una striscia viola si perdeva nel più lontano orizzonte.Non aveva molta voglia di cenare: squillò il telefono, era Antonella.“Emilio ho una gran voglia di stare con te
    questa sera, ceniamo a casa tua e porto anche una bottiglia di prosecco”.“Stasera no, ho un caso importante da studiare, scusami, ci vediamo in un altro momento”.Buttò due uova sul tegamino, sempre distratto e incazzato: erano mezze bruciate quando cominciò lentamente e contro voglia a mangiare quello schifo di frittata. Poi andò a letto, ma non riusciva a prendere sonno.
    Per un momento tentò di scuotersi, di tornare a un pensiero positivo, di convincere se stesso che quel concorso perduto non era poi la fine del mondo. Dopo tutto aveva denaro e affetti. Lisbona bianca e antica, con le sue merlature moresche e i limpidi palazzi settecenteschi, lo aspettavano. Avrebbe cenato con Antonella nella terrazza di un localino sospeso tra
    il porto e il cielo, avrebbero ascoltato il fado che piaceva tantissimo a entrambi. Poi l’amore davanti alla specchiera, che belle le cosce e i seni pieni di Antonella! Dopo si apriva la finestra e una luna immensa scintillava sulle acque del Tago come in un romanzo di avventure della sua adolescenza. Ma il pensiero positivo si sistemò solo per
    pochi momenti nella sua mente: Lisbona e Antonella non potevano fargli dimenticare l’affronto subito, niente lo poteva, lui non poteva vivere e godere senza la vendetta. Sarà una forma di nevrosi ossessiva? Sì, poteva anche esserlo, ma che importa: del resto l’ingiustizia subita non era una sua invenzione, ma qualcosa di palpabile, di certo, gli stava dentro come quelle uova
    nello stomaco che non riuscivano ad andar giù. E allora si decise: Giorgio Feduzzi doveva morire e poi dovevano morire tutti i componenti della commissione e poi anche i colleghi che non l’avevano aiutato e non avevano mosso un dito per lui. Jack lo Squartatore sarebbe stato uno scherzo di fronte a Emilio Levantini: solo che bisognava uccidere senza clamore,
    con assoluta calma e precisione, con assoluta freddezza d’animo. La vita aveva messo un masso nella sua strada e lui aveva il preciso diritto e dovere di rimuoverlo. Non ci sono giustizie divine o umane, ogni uomo libero deve farsi giustizia, ognuno deve avere il diritto di rimuovere i massi che trova per la sua strada. Adesso bisognava semplicemente pensare
    bene a come fare fuori il primo, Giorgio Feduzzi, e poi sarebbe stata la volta di tutti gli altri, uno per uno; gli scacchi da togliere dalla scacchiera, lentamente e inesorabilmente: non era come tirare la boccia contro i birilli, ci voleva calma, pazienza e determinazione. Ma bisognava uccidere in un modo feroce, la carne di Feduzzi doveva essere martoriata
    come la mente di Emilio dalle ossessioni. No, la rivoltella no, non ce l’aveva neanche: bastava un coltello, largo e lungo come quello che teneva in casa per affettare il prosciutto. Da sempre gli piaceva il prosciutto, affettato col coltello sorto e denso, non esile e molliccio come quello che ti incartano nei negozi. Doveva discutere con Giorgio per un
    caso difficile, uno che non riusciva a prendere sonno la notte senza una serie di rituali magici e religiosi che duravano ore e lo stremavano: non si capiva bene quali potevano essere i farmaci più adatti a questo casino psichico di cui tra l’altro Giorgio non capiva assolutamente nulla. Doveva dargli l’appuntamento in un’ora tarda, in un posto appartato: aveva
    anche le chiavi d’una casa di campagna, ma non era una casa, era una specie di casotto dei cacciatori che nessuno sapeva che fosse di sua proprietà, da tempo dimenticato dal catasto, dal fisco e dagli uomini tutti. Sì aveva moltissimo da fare e dunque lo poteva vedere solo per qualche momento: Giorgio ci sarebbe andato sicuramente, aveva troppo bisogno
    del suo consiglio e del suo aiuto, cazzo Giorgio non capiva niente ed era stato promosso! Si addormentò contento, la decisione era presa, immagini e pensieri assenti, anche il viaggio a Lisbona, anche il fado e l’oceano Atlantico, anche i seni e le cosce di Antonella. “Giorgio ci troviamo al caffè Italia e poi andiamo in un posto tranquillo un
    po’ fuori mano a discutere il caso Alimonti, porto anche una bottiglia e così stiamo un po’ meglio”.Sono le otto di sera quando Giorgio ed Emilio s’incontrano al caffè Italia, poche parole e poi Emilio convince il collega a seguirlo al casino di caccia. Entrano, si accende la luce fioca e azzurra. Da una rozza credenza Emilio tira fuori due
    bicchieri, li sciacqua e versa lo spumante. Sono seduti entrambi su due vecchie sedie di sgarza. Emilio apre la finestra: notte di maggio serena e profumata, lontano fra l’erba vola una lucciola finita lì non si sa come. Non c’è la luna, ma nel cielo cupo e azzurro le stelle sono enormi e lucenti: lontano, molto lontano, le risa di
    un gruppo di ragazzi che sta festeggiando qualcosa. “Alimonti…” inizia Giorgio, ma Emilio lo ferma: “Non siamo qui per Alimonti, ma per te”.“Che vuoi dire?”“Tu lo sai che hai vinto il concorso fregandomi, che tu non hai nessuna competenza vera, che quel posto era il mio, assolutamente il mio”.“È un discorso strano, non sono venuto per litigare, ma per parlare
    del caso Alimonti”.Emilio ha già il coltello in mano: gli occhi di Giorgio lo fissano sbarrati, trema come una foglia, ma non riesce a muoversi dalla seggiola.Il primo fendente è sul petto, Giorgio rotola in terra.“Troppo facile morire subito: non te lo meriti”.Emilio continua a colpirlo e questa volta nelle braccia e nelle gambe, l’agonia dell’altro deve essere infinita, infinita
    come l’angoscia che ha pervaso Emilio per tutto questo tempo.“Dottor Levantini, può dire secondo lei quali sono i farmaci più adatti per Olivieri?”“Certo, l’Entumin e il Tavor Oro”.Oreste dirige il centro di recupero Terra Verde: è un uomo alto e sicuro, dal passo fermo e le spalle larghe. Nel suo centro i pazienti sono i più diversi e vengono da
    ogni comunità terapeutica, anche da quell’opg di Aversa dove per anni è stato rinchiuso il dottor Emilio Levantini. Eppure, questo caso lo intriga e lo stupisce, lo meraviglia la perfetta tranquillità di quel paziente, la sua capacità professionale che ha resistito al delitto e alla prigione, la sua calma gelida che nulla e nessuno può minimamente incrinare.Oreste questa volta vuole
    porgli una domanda che verte non su un dato medico, ma esistenziale, vuole sentire dalla voce stessa del dottore una qualche spiegazione di quel crimine atroce: “Uccidere non serve, è vero?” “La mia lista è lunga, se mi faranno uscire di qui se ne accorgeranno. Questa frase la dico solo a lei e in questo momento, poi dirò le parole
    che tutti vogliono e mi comporterò bene. Ma si ricordi, la lista è lunga”.

    "A lui piace quella sciabola, la sfila dal fodero e la guarda, con amore. Con quella sciabola vorrebbe ammazzare tanta gente, tutti quelli, e sono tanti, che lo pigliano per il culo: tutti quelli che vanno con le donne come bere un bicchiere d’acqua, tutti quelli pieni di soldi che girano con le macchine fuori serie."

    Umberto Piersanti Anime perse

Diciotto storie vere, raccolte da Ferruccio Giovanetti nei suoi centri di recupero del Montefeltro, trascritte e interpretate da Umberto Piersanti.
Diciotto lampi di vite smarrite che non sempre han trovato la pace.


 

Enrico ha tagliato la gola a un pescatore per un commento fuori luogo; Mario ha sparato al vicino perché gli rubava la terra. Claudia doveva porre fine alle sofferenze di Lucia; Luisa aveva tutte le ragioni per brindare con la madre, alla morte del padre.
Un tempo si chiamavano manicomi criminali, ora sono centri di recupero: ci arrivano persone che non hanno ucciso per interesse o per calcolo, ma in preda alla follia.
Da dove vengono, cos’è scattato nella loro testa, e cosa pensano ora, come vivono, al riparo dal mondo?
Con delicatezza e immaginazione poetica, senza facili morali e senza mai giudicare, Umberto Piersanti ha condensato in queste pagine le loro storie.