HELONEIDA STUDART
La libertà è un passero blu


Recensioni

 

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Glamour
agosto 2008
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La Talpa Libri - Il Manifesto
luglio 2008
Il sole 24ore
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Mangialibri
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Io donna
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l’Unità
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Il giudizio universale
maggio 2008

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“A”
maggio 2008
Marie Claire
maggio 2008

 

pagina12.com
maggio 2008

 I commenti dei lettori su ibs.it

pagina12.com
maggio 2008

Già il titolo fa sognare, porta lontano, verso il sole e il caldo del sud, verso una storia dove la libertà è una conquista faticosa, dove sono doni per pochi la perseveranza e la rabbia per superare i confini del quotidiano.
O Pardal é um Pàssaro Azul, con licenza di traduzione La libertà è un passero blu.
Un racconto lungo o un romanzo breve della brasiliana Heloneida Studart, scritto nel 1975 e solo ora tradotto in Italia grazie alla sempre grande intuizione della Marcos y Marcos, che scopre e offre ai lettori appassionati grandi talenti della letteratura mondiale, senza mai deludere le aspettative (si pensi a Vian, a Fante, a Chraibi, a Durrenmatt ai più recenti Fforde, Futurami, Aitmatov).
La libertà è un passero blu è la prima opera della Studart ad essere tradotta: nel 2009 è già prevista la pubblicazione di altri due romanzi, attingendo alla dozzina di opere narrative (a cui se ne aggiungono altre di saggistica) già pubblicate in Brasile.
La storia è quella di una famiglia matriarcale, in un paese dove la donna deve lottare strenuamente per 

uscire dal suo ruolo tradizionale. E'una storia d'amore, anzi di più amori. Un amore platonico di Marina per un 
uomo, rinchiuso in carcere per aver scritto sui muri "La libertà è un passero blu" e per aver gridato al mondo che sono i poveri a pagare per tutti. Un amore di Joao per un altro uomo, che porta la sventura ovunque vada. Un amore, un sentimento di grande stima, della nonna-matriarca per la nipote prescelta per portare avanti le sorti della famiglia.Il caldo e l'umidità della costa brasiliana; il legame di stima e di collaborazione fra i ricchi possidenti e i poveri, lavoranti, pescatori, contadini; la residenza familiare, con tante stanze, con i muri spessi macchiati dal tempo, il fruscio delle vesti della servitù; la nutrice fidata, depositaria di antichi saperi della magia; e la protagonista Marina, a cui la natura non ha regalato né bellezza né salute, ma un grande cuore e un'intelligenza superiore.
Una bella lettura davvero, dove l'autrice lascia trapelare, con forza e discrezione, la sua grande sensibilità per le tematiche politiche e sociali, che dividevano il Brasile negli anni '70.
Unico mio rammarico, non poter leggere il racconto in lingua originale: la musicalità del portoghese l'avrebbe reso ancor più elegante.
Gian Paolo Grattarola
Mangialibri
luglio 2008

 

La quasi centenaria donna Menina vive ostinatamente asserragliata all’interno della propria sontuosa residenza nel nord-est del Brasile, governando con il pugno di ferro la vita di tutti i componenti della famiglia Carvalhais Medeiros. Dopo la morte del figlio Lucas, costruttore solitario di aquiloni, della figlia Guiomar, rinchiusa in convento dopo aver dato scandalo di sé, e la reclusione in carcere del nipote Joao per aver imbrattato i muri cittadini con la scritta “il passero è un uccello blu”, l’anziana donna pretende dalle ultime due figlie una rigida osservanza delle sue regole, ma finisce per disprezzarle proprio nel momento in cui finiscono per piegarsi alla sua volontà. Luciana, un tempo ragazza bella ed allegra, è tornata a casa vedova e con due bambine, Marina e Dalva, dopo aver contratto un matrimonio contro la volontà materna. Nini, pallida e piatta come una carta da gioco, è una donna scrupolosa e bigotta. La sola persona che ne suscita la simpatia è la nipote Marina, per la sua caparbia volontà di non arrendersi ad un ingeneroso destino. Brutta e di debole costituzione fisica, ella lotta fin da bambina contro le ostilità materne e le ricorrenti crisi asmatiche. S’innamora del cugino Joao, con il quale perlustra ogni angolo più recondito e malfamato della città vecchia. Una volta alla settimana si reca nel penitenziario in cui ora è detenuto per rendergli visita, anche quando le rivelano che Joao è omosessuale ed uno sconosciuto di bellissimo aspetto bussa alla porta della villa…
Ci voleva un editore coraggioso e 'di nicchia' come Marcos Y Marcos per leggere anche in Italia un romanzo della scrittrice brasiliana

 

recentemente scomparsa Heloneida Studart, nella felicissima traduzione di Amina Di Mumno. Il fascino del libro deriva prevalentemente da quelle che sono le caratteristiche centrali della narrativa latino-americana : la capacità di traslare in un contesto realistico gesti e rituali sospesi in un’atemporalità magica e surreale, la funzione vitale delle storie nel loro continuo proporre ed evocare la dimensione collettiva della cultura. Come in un gioco esasperato di ombre e di luci, di angeli e demoni, di posseduti o presunti tali, pagina dopo pagina la Studart ci presenta un affresco di personaggi che si concentra nella cornice cupa di una ricca dimora. Si tratta essenzialmente di un microcosmo femminile, in cui la figura dell’anziana matriarca esercita il proprio potere, cercando di puntellare i valori della tradizione. Ma nell’ostinato ed austero tentativo di sottrarre figlie e nipoti all’effetto contaminante dei nuovi modelli sociali, di fatto provoca in loro la disperata ricerca di un gesto in qualche modo liberatorio o il rancore di un mancato riscatto. Una saga intensa che Heloneida Studart, cantrice dell’esperienza femminile, attinge dalla propria terra con scetticismo e potere visionario, mettendo sotto esame una civiltà. E lo fa affidando la narrazione delle vicende a Marina, una ragazza indomita ed audace, la quale ci offre un punto di vista sulla realtà duro ed amaro, ma al tempo stesso palpitante di aneliti e passioni. Una profonda intuizione sul raccontare ne sostiene la voce, la nutre e la fa risuonare, come un’adolescente precocemente invecchiata in un ambiente familiare, di cui la sua presenza ed il suo temperamento rendono palese l’inadeguatezza.
Non manca nulla perché il romanzo affascini il lettore : ci sono crudeltà, amore, sofferenza, bellezza incantevole e mostruosità inguardabili. Nemmeno la scioltezza accattivante di una scrittura capace di trasmettere emozioni e commozioni, di farci entrare nelle storie fino a trovarci prigionieri di un incanto. Può bastare ? Tutto dipende da ciò che il lettore si aspetta dal romanzo che legge.

Luca Scarlini
La Talpa Libri - Il Manifesto
luglio 2008

Heloneida Studart (1932-2007) è stata un personaggio di spicco nella vita civile brasiliana, con  una lunga  militanza nelle file del Partito dei Lavoratori, di cui fu deputata al parlamento, subì per le sue scelte il carcere e la persecuzione negli anni oscuri della dittatura militare. Femminista appassionata, pioniera del movimento di liberazione delle donne nel suo paese, elabora nei suoi romanzi il mito di una formazione che passa, in primo luogo, dal rifiuto delle imposizioni familiari, dei cupi retaggi che scandirono la sua infanzia nordestina, a Fortaleza, città da cui si separò, giovanissima, per trasferirsi nella tumultuosa Rio de Janeiro. Il suo DNA di narratrice sta in una immagine ricorrente nella sua prosa: quella della cucina, carica di aromi di spezie, in cui la domestica nera, che aveva una speciale passione per lei, le raccontava interminabili storie di eros e terrore, mentre svolgeva i minuziosi rituali in cui si articola la preparazione della classica fejoada. Ora Marcos y Marcos manda opportunamente in libreria La libertà è un passero blu (traduzione di Amina Di Munno, pp. 201, € 14,50), saga di controllo e ribellione, narrata in prima persona da Marina, che cerca in ogni modo di sfuggire al controllo imposto dalla tremenda nonna, la malvagia Menina, che domina a bacchetta uomini e cose e crede con la propria sicumera di poter tenere 

sotto controllo anche il destino. Il libro è quindi la cronaca di una acquisizione di identità che passa in primo luogo dal rifiuto dei comportamenti imposti, in un clima di soffocante conformismo. Impossibile addirittura risulta la relazione con la madre, che non la accetta e infine la teme per la sua volontà di non piegarsi; tutto scorre nella prevedibilità quasi rituale di un luogo fuori dal tempo, finché la Storia non esige il suo prezzo. L’amore di Marina, il cugino João, è omosessuale; le sue scelte politiche lo porteranno in carcere, alla tortura orrenda della convivenza con un ragno velenoso, che spia ogni sua mossa, aspettando che infine venga vinto dal sonno, per pungerlo e dargli la morte. Il suo crimine è avere scritto su un muro che il “passero è un uccello blu” e in questa frase, apparentemente sconclusionata, si cela un complotto per la libertà che nasce dall’aver rifiutato il proprio rango e dall’aver cercato di comprendere le necessità dei più umili. Un pensiero che il potere centrale vuole reprimere ad ogni costo, perché minerebbe la sua stessa ragione di essere. La morte dell’amato blocca il tempo e, come nella replica di una infanzia lontana, la protagonista si trova a ripetere il ritornello magico degli stregoni, che l’anziana Meméia le aveva insegnato: “mio San Benedetto aprimi i cammini”, finché una epifania impossibile blocca il dolore su una ultima immagine lirica. Come in un melanconico samba di Cartola la felicità viene narrata nelle piccole cose del quotidiano, che alimentano i sogni e tengono a bada gli incubi di un  tempo che cerca di reprimere ogni slancio di rinnovamento.

Laura Pariani
Il sole 24ore
luglio 2008

Heloneida Studart trasforma la pagina in una tessitura favolosa
che prolifera di immagini e di slanci visionari.

E lascia incantati.

La scrittrice brasiliana Heloneida Studart (1932-2007) raccontava di essersi buttata nella lotta politica per sfidare una zia che sosteneva che le donne non hanno volontà, e di essere diventata una narratrice per le tante ore trascorse in cucina ad ascoltare leggende paurose dalla bocca di una vecchia domestica nera. Dunque molto di autobiografico c’è nel personaggio di Marina, la protagonista di La libertà è un passero blu: nel romanzo spiccano infatti una nonna che non si stanca di ripetere che le <<donne non contano, così come i neri e i poveri>> e l’anziana serva Meméia che non fa che narrare storie sulla fine del mondo. Al centro della vicenda sta la ricca casa dei Carvalhais Medeiros dove la centenaria Menina regna con pugno di ferro sui figli: Lucas, rintanato in soffitta a costruire aquiloni; la spericolata Guiomar; Nini, bigotta e ossessionata dalla ricerca di un antico tesoro; l’avida Luciana, frustrata in ogni sua ambizione. Tutte ombre inabili o rancorose. Nello strato successivo i nipoti: la frivola Dalva, la ribelle Marina, il sognatore Joao. Intorno, la città portuale con le navi caiche di spezie e papaie, bar dove uomini stanchi si ubriacano di liquore di canna da zucchero, davanzali di finestre a cui si aggrappano vecchie zitelle, strade fiocamente illuminate da lampioni a olio di pesce, sotto cui giocano bambini affamati coi ventri gonfi. E, più oltre, la buccia dura di un’America latina che dorme il sonno pesante della miseria. Su tutto, infine, l’incombere di una catastrofe ecologica che sta avvelenando il mare.

 

Ridotto il clan dei Carvalhais Medeiros a un pugno di donne, dopo che Lucas è morto e Joao è stato rinchiuso in prigione per aver scritto sui muri che il passero è un uccello blu, l’adolescente Marina cerca un sollievo alla sua asma nello spray di adrenalina e nelle storie della vecchia Memèia dai denti limati, con la sua fede nei pajés, la credenza nel regno di Vajucà e negli amuleti invincibili fatti di tele di ragno avvolte in fili di seta ritorti. L’inalatore per respirare, i racconti per vivere una vita più vera: due soluzioni complementari per l’asfissia di Marina. Netta è infatti la sua insofferenza al peso di una casa in cui si deve camminare in punta di piedi; dove l’amore è considerato un peccato che inevitabilmente porta alla “caduta”, vista come un incredibile <<crollo attraverso spazi immensi fino a un luogo oscuro, dove diventiamo carboni spenti>>… Apparentemente è l’arrivo di un misterioso e bellissimo forestiero senza parola a sconvolgere l’immobilità della vita quotidiana. Ma in realtà è l’omosessuale Joao a guidare, anche dal carcere, l’educazione di Marina, sia dal punto di vista sentimentale – sia dal punto di vista politico: ché <<i poveri pagano per tutto. Non si compera un gioiello, una macchina ultimo modello, non si prende un biglietto per l’Europa senza che loro ricevano il conto. Pagano per tutto: dalle candele dell’altare ai vestiti firmati>>.

In bilico tra la narrativa fantastico-allegorica, la saga familiare e il romanzo di formazione, la folla dei personaggi di Heloneida Studart trasforma la pagina di una tessitura favolosa che prolifera di immagini e di slanci visionari.

E lascia incantati.

 

Sergio Pent
l’Unità
giugno 2008

Il “magico” impegno di Heloneida Studart

Quel passero blu che sta sul davanzale

Arriva solo adesso, a morte avvenuta dell’autrice, la prima traduzione italiana di un romanzo della brasiliana Heloneida Studart. Una scrittrice di quelle toste, ci pare, una in grado di coniugare l’ormai mitico realismo magico facente capo a Marquez con l’impegno politico tipico di molti altri autori latinoamericani. La Studart è vissuta tra il 1932 e il 2007, in patria era una celebrità, alla sua morte il sindaco di Rio ha disposto tre giorni di bandiera a mezz’asta per la scrittrice e la pioniera del movimento femminista. Qui da noi, intanto, continuiamo a travisare qualcosa, rendendo introvabile l’opera di Onetti e altarizzando l’onesta mediocrità di un Sepulveda.
La libertà è un passero blu giunge a proposito, per farci rivivere un po’ di quelle magiche, sontuose atmosfere che resero utili e piacevoli le nostre stagioni giovanili degli anni Settanta. Le anime dei grandi autori – i Donoso, i Vargas Llosa, i Callado e molti altri – sembrano

rivivere, con più stringatezza, nella saga familiare in cui predomina la figura della giovane Marina, che nella grande villa di proprietà della gagliarda nonna Menina compie il suo percorso di formazione attraverso l’epica delle leggende popolari, dei racconti, dei racconti che resero grande il Brasile, mentre il cugino Joao, da lei amato, marcisce in carcere per aver scritto sui muri che il passero è un uccello blu. Storia e mitografie latinoamericane si intrecciano in un racconto che procede a balzi, racchiuso tra magia quotidiana e timori politici, mentre prende corpo l’idea – per Marina – che Joao non potrà mai amarla perché è omosessuale. Ma l’amore non muta, non muore, e le visite al carcere diventano il percorso di un fidanzamento voluto con le viscere oltre che col cuore. Quando scoppia il dramma Marina sarà una donna vera in un paese forse non libero. E quel passero che si posa sul davanzale, quel passero è davvero blu, come ogni sogno di riscatto. La dimensione epica, dunque, si sposa con il felice tentativo di dare voce alle dinamiche femminili sottomesse e all’esigenza di parlare liberamente senza di timore di rappresaglie da parte del potere. La scrittura fervida, trasognata ma non artificiosa, rende onore a un romanzo sincero, allegorico, che riesce a scavare nel profondo attraverso la voce sommessa delle grandi suggestioni popolari.

 

Giulia Borgese
Io donna
giugno 2008

La scrittrice brasiliana, è stata per sei legislature deputato del Partito dei lavoratori, femminista, è diventata scrittrice “per le tante ore trascorse con la vecchia domestica nera, ad ascoltare leggende favolose, piene di orrori e sensualità”. Orrori e sensualità animano anche le pagine di questo libro che è un romanzo politico e una storia d’amore e ha il fascino della letteratura sudamericana. La protagonista è Marina, una ragazza dal carattere forte, che appartiene a una famiglia di donne a cui la matriarca ha trasmesso il disprezzo per i maschi..., 

 

Antonella Ottolina
“A”
maggio 2008

In ogni libro di Heloneida Studart l’ombra sinistra della dittatura oscura un Brasile pieno di sole. Anche in queste pagine Marina non sfugge a un matriarcato dispotico, tormentata dal pensiero del suo uomo imprigionato. Finché l’arrivo di un altro uomo non rende la realtà ancora più dolorosa.

 

Marta Cervino
Marie Claire
maggio 2008

Una saga di famiglia (tutta femminile), scritta come solo i sudamericani sanno fare, ma anche una storia di passione, ribellione, libertà. Al centro ci sono Menina Carvalhais Medeiros (matriarca centenaraia e potentissima, che tiranneggia le figlie e la città) e la nipote Marina, l’unica che non si fa piegare, disposta a tutto per salvare João, il suo amore rinchiuso in carcere. Per donne che amano troppo ma riescono a salvare il mondo.

 

Giampaolo Simi
Il giudizio universale
maggio 2008

Matriarcato maschilista. 
E’ una contraddizione, ma contraddittorio e ambiguo è qualsiasi potere autoritario, da quello di nonna Menina nella sua famiglia a quello della dittatura in Brasile


Leggere un romanzo in bozze è per certi versi un piacere a metà. Non si può far frullare le pagine con un dito per sentire l’odore della stampa, della carta, della colla. In compenso puoi aprire la busta e leggere, senza quarte di copertina, senza sapere se il New York Times si sia profuso in lapidari apprezzamenti, senza altri apparati o convenevoli di rito, dal momento che prefazioni e introduzioni sono ormai cadute in disuso. Così, il recensore inizia a leggere La libertà è un passero blu senza neppure aver memorizzato bene il nome dell’autrice, che pare addirittura avere quasi il suono romanzesco e ricercato degli pseudonimi: Heloneida Studart.
Forse per questo, l’inizio in medias res risulta ancora più frastornante di quello che indubbiamente è. Esempio: la prima parola del libro è “lui”, ma per sapere chi sia questo “lui” bisogna arrivare almeno quindici pagine più avanti, al secondo capitolo. Lì sappiamo anche chi è la “lei” che racconta. Si chiama Marina, è una poco più che adolescente gracile di salute ma forte di carattere, innamorata disperatamente di João, “lui”, un suo cugino ribelle e anticonformista, tanto politicamente quanto sessualmente.
In quelle quindici pagine, la Studart ha preferito scaraventarci nel mezzo della famiglia di Marina e di João, il clan dei Carvalhais Medeiros, potentissima dinastiadel Nordeste brasiliano ormai ridotta “a un pugno di donne”. L’unico discendente maschio del patriarca si è infatti rifugiato in una soffitta a costruire aquiloni per difendersi dalle streghe. Ne è sceso solo da cadavere, e a fatica. Era un cadavere “immenso”, di oltre un quintale.

Reggente è quindi la quasi centenaria nonna Menina, di fronte alla quale si prostrano sindaci, governatori e arcivescovi.
Esempio: al suo illustre padre la città vuole dedicare una strada, ma nonna Menina rifiuta con sdegno finché a Salustiano Carvalhais Medeiros non dedicano una rua acconcia, accanto a strade intitolate a re e principesse. Nonna Menina è una tiranna, il cui potere assoluto si basa sul semplice assunto che “le donne non contano, come i neri e i poveri”.
Il loro destino è essere mogli o suore, in alternativa folli o puttane. Se sono brutte sono un’onta, se rimangono zitelle sono inutili, se sono belle costituiscono un pericolo continuo per l’onore della famiglia.
Ecco delineato, in poche pagine di grande potenza, quello che ha tutti i connotati di un matriarcato maschilista, impastato tanto di fondamentalismo cattolico quanto di primitivi retaggi tribali. Una contraddizione in termini? Proprio. Ma che ci fa picchiare con violenza il naso non tanto sulle “contraddizioni di un sistema di potere autoritario” quanto sulla riflessione, ben più ampia, che “il potere autoritario sia sempre, di per sé, una contraddizione”. L’idea ci porta al titolo del libro e alla sua spina dorsale narrativa: l’amato cugino João è infatti imprigionato dal regime (già, perché nel paese di Pelé e di Chico Buarque dal 1965 al 1989 c’è stata una dittatura). La sua colpa è aver scritto sui muri che “il passero è un uccello blu”. E’ così grave che gli mettono come compagno di cella “una tarantola enorme, dalle sopracciglia bianche”, velenosa come un serpente a sonagli. Per non perderla di vista, il prigioniero non dorme e si consuma. Marina lo va a trovare e assiste così alla sua lunga agonia.
Ma cosa vuol dire quella frase? E’ un messaggio in codice, un oscuro incitamento alla rivolta? Forse. Ma forse no.
Forse è il suo essere contemporaneamente chiarissimo e incomprensibile a irritare il potere paranoico che tutto deve sapere, stabilire, prevedere. Un potere addestrato a torturare chi è “contro” le regole, ma disorientato e rabbioso di fronte a chi invece riesce a esserne in qualche modo “fuori”, “oltre”.
Altro sulla trama non diciamo. Dell’autrice, invece, si dice nella scheda. Al lettore la scelta di leggerla adesso. O di abbandonarsi a questa bellissima storia come è capitato al recensore, senza troppe informazioni di supporto.

Scheda del libro

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