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Poeta,
autore di saggi, ma soprattutto scrittore di fantascienza, Stanislaw Lem,
nato in Polonia nel 1921, è, insieme a Philip Dick e a Kurt Vonnegut,
uno dei grandi narratori dell'anti-utopia contemporanea. Questi tre
autori hanno descritto con anticipo di venti-trent'anni il destino
antropologico delle società occidentali, in cui scienza e tecnologia la
fanno da padrone. "Il congresso di futurologia", uscito nel
1971, sembra stampato solo qualche ora fa. Un astronauta, Ijon Tichy, si reca al congresso di futurologi che si tiene in uno Stato del Centro America, dove è in corso una guerra civile, funestata da atti di terrorismo, interventi dell'esercito e incursioni di militari americani. La prima parte del romanzo è un succedersi di colpi di scena con distruzioni di alberghi e fuga attraverso le fogne. Il tono del racconto è paradossale e grottesco. Il lettore si abbandona divertito alle descrizioni in prima persona di Ijon, antieroe timido, che comincia a non distinguere più tra realtà e allucinazione. Trasportato da un elicottero americano, dopo un'operazione e una lunga ibernazione, l'astronauta si risveglia nel 2039. È a New York e vive in una società in cui sono stati eliminati i conflitti e le guerre.Con il suo diario Ijon Tichy ci rivela, dettaglio dopo dettaglio, la realtà di una società dominata dagli psicofarmaci: a una serata mondana un commensale gli getta nel tè una sostanza e subito Ijon si mette ad adorare il tovagliolo. Tutto è regolato da pastiglie e sostanze chimiche. In questa anti-utopia anche il linguaggio è manipolato mediante trasformazioni: ogni vecchio termine è tradotto in un nuovo linguaggio che altera le parole originarie. Il suo mentore, il professor Trottelreiner, proveniente come lui dal congresso di futurologia, gli spiega che la nuova realtà è solo una falsificazione ottenuta attraverso un gioco e controgioco di sostanze: la realtà non è bella e accogliente, bensì squallida e orrenda. Sogno dentro il sogno, l'astronauta ci descrive un mondo che è simile al nostro, solo un po' più allucinato e paradossale, ma non più di tanto. Lem è uno scrittore satirico, capace di rinnovare non solo il genere fantascientifico, ma anche di recuperare la lezione delle avanguardie polacche dei primi decenni del Novecento, oltre a quella di scrittori originali come Witkiewicz e Schulz. La forza del suo modo di raccontare, come mostra questo godibile romanzo, sta nell'intreccio di comicità ed etica, e in umorismo leggero ma perforante. Marco
Belpoliti |
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