WILLIAM GOLDMAN
La principessa sposa

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Recensioni 

 

Il giudizio universale
settembre 2007
Il Foglio
settembre 2007
XL
Giugno 2007
raramente.net
maggio 2007
Glamour
aprile 2007
Il Messaggero
aprile 2007

Grazia
aprile 2007

Cooperazione
aprile 2007
La Repubblica delle Donne
aprile 2007

“A”
aprile 2007

Gioia
aprile 2007
Marie Claire
marzo 2007
Libreria Altroquando, Roma
marzo 2009
Il Foglio
settembre 2007

Billy, sceneggiatore impegnato nella stesura di un importante copione, occhieggia le forme della giovane sirena Sandy sul bordo della piscina del Beverly Hills Hotel e non riesce a togliersi dalla testa il ricordo di una storia che suo padre gli leggeva da ragazzino. Mentre cerca di mitigare al telefono la gelosia della moglie, la scena d’avvio di questo scapigliato romanzo si trasforma nella rievocazione di quel fantomatico libro, La principessa sposa, il cui autore, un certo S. Morgenstern, rappresenta per Billy un inarrivabile modello di letteratura fantastica. La storia di Billy lascia spazio a una specie di saga ambientata in tempi antichi tra uomini dai magici poteri e animali spuntati da un copioso bestiario fantastico.
La più nota opera narrativa di William Goldman, scrittore nato nel 1931 nei sobborghi di Chicago e autore di celebri sceneggiature tra cui “Tutti gli uomini del presidente”, diventa così la storia della lattaia Buttercup che nel mitico stato di Florin si innamora dello stalliere Westley. Deciso a emigrare in America per cercare fortuna, Westley è vittima di un attacco di pirati e scompare. Buttercup decide allora di non amare mai più e prima di cedere opporrà lunghe resistenze al 

corteggiamento del Principe Humperdinck che si innamora a sua volta di lei. Le nozze sono quasi decise quando un bizzarro terzetto formato da Inigo Montoya, abile spadaccino, Vizzini, astuto malvivente siciliano, e Fezzik, gigantesco lottatore, rapisce la futura principessa. Anticipando le armate del Principe, un misterioso uomo in nero raggiunge i tre sequestratori e riesce uno dopo l’altro a sconfiggerli.
In un libero copione da letteratura fantastica si moltiplicano i colpi di scena e sotto la maschera del potentissimo uomo in nero appare il redivivo Westley e rinasce l’amore tra il vecchio garzone e la contesa Buttercup. Quando la coppia sembra ormai mettersi in salvo sopraggiunge il furioso Principe Humperdinck che imprigiona Westley nello Zoo della Morte. Il piano del Principe è quello di annientare il rivale tra i dolori più atroci e strangolare la fedifraga Buttercup dopo averla sposata. Ma il fantasmagorico romanzo di Goldman-Morgenstern non è ancora giunto alla fine. Lo spadaccino Inigo Montoya, scortato dal gigante Fezzik, si presenta al castello di Florin e riesce a penetrare nello Zoo della Morte. Westley resuscita per la seconda volta grazie alle pratiche di Max Miracolo e il nuovo terzetto sbaraglia senza pietà Principe e Conte. Prima del lieto fine corretto in agrodolce dall’ironia dell’autore.

Giulia Stok
Il giudizio universale
settembre 2007

La storia è mia e la gestisco io

“Non voglio dire che questo libro abbia un finale tragico, ho già detto nella prima riga che questo è il mio libro preferito. Ma c’è del brutto in arrivo, alle torture siete già preparati, ma c’è di peggio. E’ in arrivo la morte, ed è meglio che afferriate questo punto: muoiono le persone sbagliate. Siate pronti. Questa non è una storiella”.
Così cerca di scoraggiarti l’autore quando
hai superato la metà, e hai già ampiamente compreso che di storiella non si tratta, ma di un’avventura così appassionante da farti chiedere perché ci siano voluti 34 anni per tradurla.
La principessa sposa
è un romanzo che riesce a incarnare più ossimori. Si fa leggere come narrazione allo stato puro, di quelle a cui si resta incollati per sapere come va a finire, ma è un intreccio complicato, racchiuso in più cornici, che riesce a parlare anche di metanarrativa. Il lettore è trascinato dentro la storia tanto da piangere, ma bastano poche parole ed è riportato fuori, a partecipare con occhio disincantato dell’ironia dell’autore. Commuove, e subito dopo fa scoppiare a ridere. Dissacra la letteratura, come quando afferma impunemente che in Moby Dick i capitoli sulla caccia alla balena possono essere saltati, e te la fa amare come non mai. Trent’anni prima di Pennac, Goldman dice apertamente che dei libri si può fare quel che si vuole purché si leggano con piacere: finge che la storia non sia sua, gioco non nuovo per la verità, ma finge anche di tagliarne le parti noiose.

 

Ti riporta bambino e gioca con le tue emozioni: ti fa credere che tutto finirà male e poi con una trovata geniale salva la situazione, ti dà esattamente quell’eccesso di passione che volevi avere, scene epiche in cui buono sconfigge il cattivo con tanto di eroismo, e subito dopo prende in giro passione ed eroismo.
Insomma un po’ prende in giro anche
chi legge, ma riesce a renderlo complice del gioco, tanto che non ci si può offendere, ma solo divertirsi della sua bravura. Soprattutto, gli si perdona tutto per i personaggi, perfettamente disegnati, a cui ci si affeziona subito. E non tanto a quelli che dovrebbero essere i protagonisti principali, ma quelli cosiddetti minori. La principessa è troppo bella (e un po’ stupida) il fidanzato troppo incrollabile nella sua volontà di salvarla: paradossalmente, pur incarnando la storia d’amore che fa da motore alla vicenda, sembrano provare e dare meno emozioni degli altri. Sono lo spagnolo Inigo, spadaccino che vuole vendicare suo padre, e il turco Fezzik, dalla forza spaventosa e amante delle rime, che si fanno amare di più per le loro debolezze.
E che aprono microstorie, scenari
diversi e appassionanti: la Spagna col padre di Inigo che si rifuta di fabbricare spade se non per una sfida vera, la Turchia con i genitori di Fezzik che sfruttano la sua forza nei tornei fin da bambino. E poi i mari col pirata Roberts che in realtà Roberts non è più ma tramanda solo il suo nome e tanto basta a farlo temere, l’uomo dei miracoli decaduto che tira sul prezzo come un moderno guaritore: le trovate narrative sono tantissime, tanto che alla fine la scelta del finale quasi delude.
Ma in parte delude semplicemente
perché un finale c’è, e non se ne avrebbe voglia.
Francesco Dimitri
XL
Giugno 2007

Ridere e piangere con la bella e il pirata

Una ragazza bellissima.
Un uomo in nero. Spadaccini invincibili, macchine ortali. forzuti appassionati di 

rime, duelli e commenti da critico letterario. William Goldman, sceneggiatore americano del film Il Maratoneta racconta la storia di Buttercup, contesa da un principe cattivo e un pirata coraggioso. Intanto prende in giro intellettuali e scrittori ridendo dello snobismo di tanti libri, e facendo ridere il lettore dopo averlo fatto piangere. xxxx

Michele Foschini
raramente.net
maggio 2007

Odio quelle recensioni nelle quali non si capisce mai cosa pensi chi le ha scritte.

William Goldman è Dio.

L’uomo che ci ha dato le sceneggiature de Il Maratoneta, Tutti gli uomini del Presidente e, tra le altre cose, dell’osannato Butch Cassidy and the Sundance Kid, ha sempre voluto fare il romanziere, e per molti anni si è scontrato con le resistenze di un lettorato poco sensibile ai suoi romanzi (per sua stessa ammissione, piuttosto pesanti). Nel 1974 ha scritto La principessa sposa, nel cui incipit spiega ai lettori che si tratta della favola che suo padre, uomo semplice e dai modi spicci, gli leggeva la sera, prima di addormentarsi. Goldman attribuisce all’epicità di questa favola il suo amore per l’avventura e per lo scrivere e la regala (non senza difficoltà, si tratta pur sempre di un’oscura opera scritta nei primi anni del XX secolo) al figlio per il suo decimo compleanno. Quando il ragazzo si è lamenta che l’opera è noiosa, Goldman prende per la prima volta in mano un libro che gli è sempre stato letto da altri, e scopre che in effetti si tratta di un lavoro di bizantina complessità, del quale il padre gli ha sempre letto solo “le parti belle”. E così ci offre, con l’interpunzione salace delle sue note che sembrano quasi telefonate nel mezzo degli eventi (“Salve, sono di nuovo io. A questo punto ho tagliato circa cinquanta pagine, ma sono sicuro che a voi non dispiacerà…”), un classico perduto, l’opera suprema di S. Morgenstern, che potrebbe essere esistito come no, ma dopo un po’ di questo non vi importerà più.
Buttercup è la ragazza più bella del mondo. Ha un garzone, bellissimo e segretamente innamorato di lei, del quale però lei non si cura. Un giorno, quasi per sbaglio, si confessano reciproco amore e lui, per tutta risposta, decide di partire subito per le americhe, lasciando la nativa Florin, per far fortuna ed essere degno di sposare la sua amata. Verrà dato per morto in mare, a causa di un arrembaggio del Terribile Pirata Roberts. Nello stesso periodo, il principe di Florin, Humperdink, decide che è opportuno trovar moglie dato che suo padre, il re, sta per schiattare. Sceglie Buttercup (ne dubitavate?) che, avendo deciso che amare fa troppo male, accetta supina il suo destino.
Passano tre anni di preparativi, e ritroviamo Buttercup quando viene rapita da un improbabile trio di avventurieri: il siciliano Vizzini, lo spagnolo Inigo Montoya, il fortissimo turco Fezzik. I tre mercenari sono stati pagati da Humperdink per rapire e uccidere la sua promessa sposa in modo che la colpa venga attribuita al confinante stato di Guilder, contro il quale il principe intende muovere guerra. Compare un misterioso uomo in nero, con tanto di maschera e mantello, che uno 

 

dopo l’altro sconfigge i tre mercenari e salva la principessa. Si tratta, manco a dirlo, di Westley, il garzone che-non-è-morto-in-mare, ma anzi, è diventato il nuovo pirata Roberts, essendosi ingraziato il predecessore tanto da farsi dire che il titolo viene passato da generazioni di pirata in pirata. Una specie di franchise del terrore marino.
Buttercup è così felice di aver ritrovato il suo amore perduto che, quando Humperdick li trova entrambi, lo consegna al principe, purché gli venga salvata la vita. Buttercup era la donna più bella del mondo, ma non precisamente la più sveglia. Il libro lo rimarca a più riprese.
Massimiliana Brioschi fa uno smagliante lavoro di traduzione, rispettando ed esaltando le commistioni di linguaggio moderno e di archetipi narrativi classici che Goldman mescola in modo salace, forzatamente imbarazzante, irresistibile. È virtualmente impossibile posare questo libro prima di averlo finito, e credo che questo effetto non sia riservato solo a chi, come lo scrivente, nei tardi anni Ottanta ne ha visto la trasposizione cinematografica con Robin Wright e diretta da Rob Reiner (anche se, ammettetelo se l’avete vista, chi di voi non ha mai sognato di dire “Hola. Il mio nome è Inigo Montoya. Tu hai ucciso mio padre, preparati a morire.” Io sì. Molte volte.)
C’è, nella lettura della Principessa sposa il desiderio sotterraneo di scoprire che S. Morgenstern esiste, che Florin è ancora uno stato sovrano nel cui parlamento magari c’è un ritratto del principe Humperdink. È il desiderio che prende chi legge La chiave a stella di Primo Levi, quando desidera fortemente che il Libertino Faussone che parla per tutto il romanzo con lo stesso Levi, chimico di professione, esista realmente.
C’è, nel deus ex machina che risolve l’apertura della scena finale, un ricatto letterario favoloso: a salvare capra e cavoli sarà il vero amore, e non so quanti lettori sarebbero in grado di confutarne l’efficacia ad alta voce. La sospensione dell’incredulità, progressiva e niente affatto scoscesa, che prende il lettore per mano durante il dipanarsi delle vicende di questo libro, è sublime: non solo si crede a ciò che si sta leggendo, si desidera fortemente che le cose siano andate così, e quando si guarda verso il basso si capisce che la propria incredulità è stata sospesa a un’altezza vertiginosa.
E poi si cade.
Perché la vita non è giusta, e chiunque dica il contrario vi sta prendendo in giro, ammonisce Goldman a più riprese, uccidendo e resuscitando personaggi, ammazzandoli una seconda volta e sottoponendoli alle prove più estenuanti e irreali che vi possano venire in mente.
E se il finale non finisce un bel niente, non si apre a un sequel, non risponde alle vostre domande e vi fa sembrare assolutamente criminale che il libro sia già finito, be’, la vita non è giusta.
Ve l’avevamo detto.
Antonella Ottolina
“A”

aprile 2007

Scelto dalla libreria di A

“Il Maratoneta”, “Tutti gli uomini del presidente” e “La storia fantastica” li ha scritti lui. Nel senso: romanzo e/o sceneggiatura. E la lista potrebbe continuare in modo scandalosamente lungo. Come sempre in questi casi, quindi, l’unico libro di 

 

Goldman che al cinema non si è filato nessuno è anche il suo capolavoro. Lui, però, finge di aver solo riscritto quella che da ragazzo era la sua storia preferita, raccontando le peripezie che hanno accompagnato la ricerca di una copia da regalare al figlio. Lo fa interrompendo qua e là la narrazione per intrufolarsi: “State a sentire. Non voglio dire che questo libro abbia un finale tragico. Ma c’è del brutto in arrivo. É in arrivo la morte ed è meglio che afferriate questo punto: muoiono le persone sbagliate”.
Erica Arosio
Gioia

aprile 2007

Uno degli sceneggiatori migliori di Hollywood (suoi Il maratoneta e Tutti gli uomini del presidente) si diverte a fare un gioco: prende una fiaba e la riscrive, togliendo le parti noiose, aggiungendone altre, inframezzandola con aneddoti e ammiccamenti al lettore. Un gioiello che sa unire fantasia, ironia e vita vissuta.

Chicca Gagliardo
Glamour

aprile 2007

Mettetevi comodi e “accendete” il libro. Quello che sta per partire è un vero film (l’autore non a caso è un noto sceneggiatore). Con molta, moltissima magia da fiaba e ancora più humour.

 

Nina Pusterla
Cooperazione

aprile 2007

Un celebre sceneggiatore si ricorda all’improvviso del primo romanzo della sua infanzia, quello che gli ha schiuso le porte della lettura e della letteratura. Era un romanzo d’avventure in cui intrighi e misteri non mancavano e il fiato era sempre 

sospeso. Perché dunque non ritrovarlo per il figlio ancora insensibile alla magia della lettura? E perché non riscriverlo, togliendo le parti stilisticamente brillanti, ma noiose per un lettore avido di narrazione, come pure le divagazioni pungenti e sottili, ma che nulla aggiungono alla storia travagliata dei due innamorati, lasciando però intatto l’impianto narrativo creato dal suo «vero» autore? Il risultato è un meraviglioso incastro di fiaba, romanzo cavalleresco, prosa ironica, di presente e passato, che trasporta il lettore in un mondo non così lontano dalla nostra realtà.

 

Grazia
aprile 2007

Lo sceneggiatore da oscar scrive una storia per il figlio 

Un padre vuole appassionare il figlio alla lettura. Cerca il libro che compì questo miracolo su di lui, quand’era piccolo. Ma s’accorge che è pieno di capitoli noiosi, 

che suo padre tagliava via leggendolo. Decide di riscriverlo, incrociando la storia originale – l’amore tra uno stalliere e la sua bellissima padrona, fidanzata a un principe freddo e calcolatore – con altre nuove, arricchendole di colpi di scena e di dialoghi perfetti. Ne esce un racconto che unisce ultramoderno e classico, romantico e ironico. Dallo sceneggiatore pluripremiato di Il maratoneta, Butch Cassidy, Tutti gli uomini del presidente, un romanzo che è già un caso.

M. C. 
La Repubblica delle Donne
aprile 2007

Un editing da favola 

Siamo tutti legati al fascino delle fiabe dell’infanzia. William Golding, che di mestiere fa lo sceneggiatore (di film spesso immortali come Butch Cassidy & Billy The Kid e Tutti gli uomini del presidente), ha dedicato a queste reminiscenze un romanzo d’avventure, diventato nell’87 anche un film con la bellissima moglie di Sean Penn, Robin Wright. Ingegno e la penna non mancano a Goldman: inventa un 

 

complicato plot in cui il libro che poi darà il titolo al suo è un romanzo di un oscuro autore di nome S. Morgenstern, che suo padre gli lesse da ragazzo. Lui lo scova in una libreria di New York e ne fa dono al figlio obeso, ma lo scarso successo che ha presso di lui lo  convince a operare una pesante opera di editing. È in questa forma “migliorata” che noi leggiamo le avventure della bella Buttercup che da rozza amazzone si trasforma in regina, sempre conservando l’amore per lo stalliere Westley, che affronta ogni sorta di peripezie (diventa pirata, maestro di spada, asceta resistente al dolore) prima di ritrovarla. Con l’aiuto di Inigo, uno spagnolo che in un’impresa degna di Kill Bill deve uccidere l’assassino del padre eccelso costruttore di spade, e di Fezzik, un turco fortissimo ma sensibile, affetto da sindrome da abbandono. 
Roberto Bertinetti
Il Messaggero

aprile 2007

E' un inno d'amore alla splendida e gloriosa futilità dei libri di avventure tanto amati un tempo dagli adolescenti La principessa sposa di William Goldman, uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel 1973 e da allora continuamente ristampato. Adesso questo classico della fantasy contemporanea di lingua inglese arriva in Italia grazie alla Marcos y Marcos (329 pagine, 17 euro) per la gioia di chi si entusiasma di fronte a intrecci mirabolanti e sensazionali che ricordano le magie narrative di Dumas, di Stevenson o di Salgari. L'autore è uno degli sceneggiatori più premiati di Hollywood (di oltre quarant'anni di gloriosa carriera vanno ricordati, tra gli altri, Il maratoneta, Tutti gli uomini del Presidente, Butch

 

Cassidy & the Sundance Kid), che mette il suo sconfinato talento al servizio della letteratura. Il punto di partenza è un ricordo dell'infanzia, quando il padre gli lesse un romanzo ricco di colpi di scena, capace di spalancargli un mondo pieno di sorprese. Una volta adulto si sforza di produrre la stessa magia per il figlio e così riscrive quel volume introvabile in cui si racconta l'eterno amore tra un garzone di stalla e la sua bellissima padrona, ovviamente ostacolato da potenti malvagi, sovrapponendo la sua voce a quella dell'inventore della vicenda. Con il risultato di dar vita a un testo fiabesco e farsesco, ironico e romantico, capace di mettere alla berlina le teorie critiche del postmoderno ma anche di ricostruire con cura l'atmosfera incantata che solo i grandi dell'Ottocento sapevano proporre. Goldman è davvero un genio delle sorprese incantate e La principessa sposa un capolavoro della fantasia adatto a lettori di ogni età. 
Libreria Altroquando, Roma
marzo 2009

William Goldman ha quaranta anni, un’avviata carriera artistica ed una famiglia nella norma, con un figlio ciccione ed una moglie psichiatra infantile che ne giustifica l’obesità (“è perché sceglie, in questa fase, di non essere snello” continua a ripetere).
Suo figlio compie dieci anni e lui decide di regalargli il libro che, alla sua stessa età, gli insegnò ad amare la lettura.
Trovato il testo originale scopre che, quando suo padre glielo lesse, decise – saggiamente – di saltare tutte le critiche ed i riferimenti sociali e politici inseriti dall’autore e di tenere solo la favola: “Scherma. Lotta. Tortura. Veleno. Vero amore. Odio. Vendetta. Giganti. Cacciatori. Uomini malvagi. Uomini buoni. Belle dame. Serpenti. Ragni. Bestie d’ogni natura e tipo. Dolore. Morte. Uomini coraggiosi. Uomini codardi. Uomini più forti. Inseguimenti. Fughe. Menzogne. Passione. Miracoli”.
Decide quindi di completarne il lavoro, riscrivendolo affinché tutti possano apprezzarlo come lui in precedenza.

 

La principessa sposa è una favola ambientata a Florin, luogo immaginario, dove incontrerete giganti turchi amanti delle rime, spadaccini spagnoli in cerca di vendetta, principi ciccioni e uomini in nero, nani siciliani con “la mente più acuta che si sia mai dedicata a scopi illegali” e, naturalmente, la principessa, tanto bella quanto poco colta, le cui scelte saranno spesso discutibili. Tenete conto che tutto ciò accade in una dimensione situata “prima dell’Europa, ma dopo Parigi”; dopo le tasse (“ma tutto avviene dopo le tasse”) e parecchio dopo i parrucchieri, perché “da che esistono le donne, esistono i parrucchieri”.
V’inserirà in un mondo, magico, più vero di quanto potete immaginare, dove non vivono tutti felici e contenti e dove non tutti i cattivi muoiono, anzi: “muoiono le persone sbagliate, e la ragione è questa: la vita non è giusta”.
L’autore vi mette in guardia, vi prepara, non per rovinarvi il finale, ma per non illudervi.
La principessa sposa è un racconto, nel senso letterale del termine. Avrete l’impressione ed il desiderio di leggerlo a qualcuno o di ascoltarlo.
Come nei racconti orali, l’autore lascia spazio all’immaginazione, alle chiose ed ai commenti.

Scheda del libro

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