DAVIDE LONGO
Un mattino a Irgalem

Le labbra serrate, le braccia abbandonate lungo il corpo, Pietro guardava la linea scura dell’altopiano disegnarsi oltre il finestrino come il fronte buio di un temporale.
Qualcuno al fondo del vagone cantava Violino tzigano mangiando le parole della strofa. Tutti gli altri dovevano dormire. Dal finestrino un vento caldo portava polvere e ossido.
Pietro frugò nel taschino e sentì fra le dita la consistenza fragile del tabacco. Senza togliere gli occhi dal paesaggio lavorò per raccoglierne tra l’indice e il pollice quanto bastava, poi lo portò alle narici e rimase ad annusare.
I lacci degli zaini mossi dal vento urtavano le reti portabagagli con un suono di frusta.
Passi pesanti lo distolsero dal finestrino. Un caporale dalla pelle scura, esile come uno stecco, attraversava il vagone scavalcando i soldati addormentati sul pavimento. Le braccia gli uscivano dalle maniche di camicia nodose come rami.
Sull’ultimo passo inciampò.
"Va in mona" si alzò una voce dal basso.
Le parole della canzone si spensero di netto.
Il caporale si era bloccato come un cane che punta, la cicca all’angolo della bocca.
I suoi occhi si mossero lenti sulle facce dei soldati che aspettavano e trovarono quelli di Pietro. Erano partiti da due giorni e sulle guance aveva già un sughero bruciato.
Sorrise.
"Glielo dica lei tenente. È meglio che se le tengono. Ne avranno da bestemmiare!"
Pietro non diede risposta nemmeno con il capo. Solo strinse un po’ gli occhi.
Allora il caporale spalancò le labbra sui denti piccoli da cane e fece di sì, che s’erano intesi, poi si liberò dalle gambe dei soldati, aprì il portello e si mise a urinare fuori dal treno.
Tutti richiusero gli occhi abbandonandosi al caldo e al dondolio delle rotaie.
Pietro finì di riempire la cartina, le diede forma con due giri secchi e accese.
Attraverso il fumo la piana arida che li separava dall’altopiano si colorò di azzurro.
Da quando avevano lasciato Massaua non avevano incrociato anima viva. Il treno nel mezzogiorno era sfilato accanto a poche capanne abbandonate, ma anche a distanza nessuna figura d’uomo. Solo una pila di pietre piatte messe una sopra l’altra per ragioni che mai avrebbe saputo.
Eppure un attendente del suo plotone era crepato proprio su un convoglio come quello.
Pochi giorni dopo la fine della guerra, una fucilata sparata da chissà dove gli aveva reciso l’arteria femorale. Il convoglio s’era fermato e s’era perlustrato tutto intorno ai binari. 

Quando le squadre erano rientrate senza trovare un bossolo il caporale era già morto, svuotato come un vitello sanato.Pietro si guardò attorno: uno dei soldati s’era sfilata la camicia e studiava il segno del vaccino sulla spalla destra. Si accorse che Pietro lo guardava e scosse il capo come a dire che non era niente. Poi si passò la camicia sotto le ascelle e tornò a sdraiarsi dandogli la schiena.
Il caporale, tornato a sedere, guardava fuori, immobile nell’aria rovente come una lucertola ferma a scaldare il sangue. Aveva trent’anni, forse più, e l’aria di quelli fatti per l’Africa.
Pietro ricordò un tipo simile, con gli stessi occhi: uno di fanteria. Aveva sgozzato il compagno di tenda nel sonno perché l’aveva sentito chiamare il nome di sua moglie.
Durante il processo aveva negato, poi dopo la sentenza aveva confessato di avere ucciso l’amico in sogno e di essersi svegliato la mattina trovandolo morto.
Una folata di carbone invase il vagone e bruciò gli occhi di Pietro. Il treno doveva aver piegato per non finire nella bocca dell’altopiano.
Si lasciò andare contro il sedile rilassando la schiena. Il soldato seduto di fronte dormiva con il moschetto stretto tra le cosce, l’enorme testa a pochi centimetri dalla canna. Un filo di saliva gli colava dall’angolo della bocca macchiando il colletto grigio, proprio sopra la stella d’argento.
"Hai messo la sicura?"
Il ragazzo socchiuse le labbra rivolgendo in giro uno sguardo annacquato. Il filo di saliva si ruppe. Aveva gli angoli della bocca del gatto, il cranio del bue, il naso di qualche animale piccolo abituato a correre nei boschi.
Pietro ripeté la domanda.
"Sissignore!" rispose quello e strinse il moschetto come un bastone di caramello colorato vinto alla fiera.
Bailo tirò l’ultima boccata dalla sigaretta che cominciava a scaldargli la punta delle dita. "Bravo. Facci sempre attenzione".
"Certo signore, ci farò attenzione".
Una decina di uccelli neri avevano preso a volteggiare sopra un punto lontano dai binari. Con pochi colpi d’ali si inseguivano in giri regolari sfruttando l’aria calda che saliva dalla sabbia. Non erano avvoltoi. Le ali erano troppo brevi, la testa incassata. Ma li ricordavano per la traiettoria lugubre. Con un rapido calcolo si sarebbe risaliti da quel cerchio a qualcosa di morto che faceva da centro.
Pietro restò a guardarli finché il treno non fu troppo oltre.
Prima di partire aveva fatto recapitare a Clara un biglietto, in maniera discreta, come sempre.
Doveva tornare in Africa, l’ordine arrivava improvviso. Sarebbe rientrato prima dell’estate, prima che la villeggiatura di lei a Bordighera li allontanasse fino all’autunno.

 

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Comincia così...

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