Intervista ad Andra Cortellessa, su Stilos
Il rapporto è,
anzitutto, di anteriorità cronologica. Non paia risposta lapalissiana;
uno dei problemi coi quali si ha spesso a che fare, studiando Manganelli
con la sua poetica così accanitamente formalista e antistoricista, è
superare la visione che se ne ha in genere, e che ha contribuito in
misura determinante a fondare lui per primo: cioè di un autore che, una
volta "sbloccatosi" col testo d’esordio Hilarotragoedia,
nel ’64, sia rimasto sempre lo stesso. Uscito perfetto (o, a seconda
dei punti di vista, esecrabile) dalla testa di Giove. Un autore senza
evoluzione, senza perturbamenti, appunto senza storia. Una macchina per
la produzione di testi infallibile, ma alla lunga ripetitiva e
stucchevole come ogni macchina. Ha scritto una volta Fortini, per
esempio, che Manganelli "ha sempre ragione. Dunque non ha mai
ragione". E sarebbe così, in effetti, se Manganelli fosse davvero
questo; ma è una visione riduttiva, semplificatoria. La sua scrittura
conosce invece un’evoluzione che è intanto evidente dal punto di
vista linguistico, in particolare sintattico: se si leggono di séguito Nuovo
commento che è del ’69 e Centuria che è di dieci anni
dopo, lo si vede all’istante. Ma c’è anche un’evoluzione segreta,
sotterranea, che dobbiamo ancora capire e valutare sino in fondo; e che
ha a che fare soprattutto, probabilmente, con la sua religiosità. In Riga, oltre alle pagine di Manganelli su Taiwan, c’è su quest’aspetto un bel saggio di Graziella Pulce. E io stesso sto lavorando a un libro che uscirà la prossima primavera da Adelphi e raccoglierà alcuni straordinari scritti di viaggio in Nord Europa, dopo che l’anno scorso abbiamo raccolto invece, nella Favola pitagorica, quelli dedicati all’Italia. Ecco, proprio l’insospettabile attitudine al viaggio di questo grande sedentario – il cui inizio "scritto" si può fissare al 1970, quando redige un ancora tentennante reportage dall’Africa, tuttora inedito – è una di quelle rilevanti soluzioni di continuità che smentiscono lo stereotipo di un Manganelli "parmenideo", uno e sfero. Scrivere di luoghi consente a Manganelli una cosa per lui assai pericolosa, e che infatti nei suoi primi testi si vietava assolutamente: parlare esplicitamente di sé. Naturalmente resta vigente l’interdetto sui ricettacoli della memoria personale, da lui considerati rugiadosi, appiccicaticci, insomma impresentabili (fanno interessante eccezione alcune pagine su Milano di cui parlo io in Riga). Però viaggiando Manganelli si consente uno sguardo diretto a qualcosa che evidentemente avverte solo in parte come proprio: il suo corpo. Si comporta, cioè, come un antropologo moderno, come insegna per esempio Clifford Geertz. Per capire gli altri bisogna analizzare se stessi, le proprie reazioni agli altri: e il corpo è un buon punto di partenza. Per questo parla così spesso, per esempio, dei pasti consumati in viaggio; Manganelli che viaggia è il fisiomante di se stesso (l’espressione la usa lui nelle pagine su Taiwan, nelle quali descrive certi indovini che interpretano il volto e in generale la fisicità del cliente "come una somma di indizi […] ideogrammi che vanno decifrati").
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Oltre a quello di "archeologia" del Manganelli critico e scrittore, gli Appunti critici hanno un valore specifico perché sono appunto un sorprendente insight nella personalità manganellesca, al di là di tutte le ironie e le formazioni difensive degli anni successivi. Sono anche uno straordinario documento delle contraddizioni e degli impacci di un "tipico" giovane intellettuale degli anni Cinquanta (nel marzo del ’55 scrive: "È curioso quanto sia nitida, consapevole, la lotta ideologica che si combatte attualmente dentro di me: ideologia liberale, moralismi, frammenti ideologici cozzano con l’ideologia comunista, marxista: ed è lotta assai dolorosa, terribile, da far desiderare la morte. Né è detto che non si concluda così"). L’espressione turning-point la usa lui stesso quando legge Tonio Kröger: fra il ’53 e il ’55 si consuma una crisi esistenziale perturbantissima, legata alla fine di un’importante storia d’amore, quella con Alda Merini. Manganelli è sull’orlo del cedimento psichico e si salva per miracolo. Dopo questo nadir incontra lo psicanalista Ernst Bernhard che, scriverà, gli insegna a mentire. E allora, finalmente, comincia a scrivere Hilarotragoedia. Ogni qual volta si
contesta un’istituzione, è legittimo il sospetto che lo si faccia solo
per prendere il posto di chi al momento la gestisce. È la storia di tanti
rivoluzionari passati a fare i "sindaci", una storia che il
costume italiano conosce a menadito. Ma non è assolutamente il caso di
Manganelli. Uno degli aspetti più straordinari della sua idea di
letteratura – ancora una volta a smentire ogni taccia di meccanicità
– è l’imprevedibilità, la libertà mercuriale delle scelte, delle
predilezioni e dei disgusti. Negli Appunti critici ci sono pagine
su Verga che mai sospetteremmo nell’odiatore dei romanzi e del realismo,
ma anche nei suoi scritti critici posteriori Manganelli resta sempre
sorprendente, sovranamente libero. La frase che lei cita è in uno scritto
del ’71 su, o meglio contro, De Sanctis; e ha un curioso precedente –
chissà se il Manga lo conosceva – in un altro grande scrittore-critico,
ma di primo Novecento, il Giovanni Boine di Plausi e botte, che
già allora definiva "sindaco della cultura italiana" Benedetto
Croce. Ecco, la sulfurea anarchia intellettuale di Manganelli una sola
cosa proprio non può tollerare, e cioè appunto la pretesa di dettar
legge: sul gusto, su ciò che sia lecito o meno considerare
letterario. Quindi non sopporta De Sanctis ma nemmeno aderisce a certi
scatti pavloviani che hanno talora avuto, nel nostro secolo, le
avanguardie. Anche l’anticanone è un canone: e come tale va
demistificato. Linnio Accoroni
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