Intervista  ad Andra Cortellessa, su Stilos

  1. Una delle chicche che rendono davvero imperdibile questo numero monografico di ‘Riga’ sta nella pubblicazione di una serie di inediti (in primis una scelta abbastanza vasta di quegli 'appunti critici' contenuti nei quaderni pavesi e che coprono quasi un ventennio, dal 1948-1956) : una specie di Proto-manganelli o, come afferma lei, 'archeologia del Manga [...] che è, in prevalenza, archeologia critica'. Quali rapporti con il Manganelli più maturo, quello, per esempio, di testi fondamentali quali La letteratura come menzogna o Laboriose inezie?
  2. Il rapporto è, anzitutto, di anteriorità cronologica. Non paia risposta lapalissiana; uno dei problemi coi quali si ha spesso a che fare, studiando Manganelli con la sua poetica così accanitamente formalista e antistoricista, è superare la visione che se ne ha in genere, e che ha contribuito in misura determinante a fondare lui per primo: cioè di un autore che, una volta "sbloccatosi" col testo d’esordio Hilarotragoedia, nel ’64, sia rimasto sempre lo stesso. Uscito perfetto (o, a seconda dei punti di vista, esecrabile) dalla testa di Giove. Un autore senza evoluzione, senza perturbamenti, appunto senza storia. Una macchina per la produzione di testi infallibile, ma alla lunga ripetitiva e stucchevole come ogni macchina. Ha scritto una volta Fortini, per esempio, che Manganelli "ha sempre ragione. Dunque non ha mai ragione". E sarebbe così, in effetti, se Manganelli fosse davvero questo; ma è una visione riduttiva, semplificatoria. La sua scrittura conosce invece un’evoluzione che è intanto evidente dal punto di vista linguistico, in particolare sintattico: se si leggono di séguito Nuovo commento che è del ’69 e Centuria che è di dieci anni dopo, lo si vede all’istante. Ma c’è anche un’evoluzione segreta, sotterranea, che dobbiamo ancora capire e valutare sino in fondo; e che ha a che fare soprattutto, probabilmente, con la sua religiosità.
    In questa storia ha un ruolo fondamentale – anche di cartina di tornasole, diciamo – la scrittura critica. Manganelli nasce come critico; e non solo perché per qualche tempo coltiva fantasie accademiche delle quali resta traccia, stilistica, ancora nei saggi su Wilson contenuti nella Letteratura come menzogna. Nasce critico ben prima dell’incarico universitario poi presto abbandonato, e persino prima degli Appunti critici del Fondo Manoscritti di Pavia (c’è una preistoria addirittura prebellica, che lo vede al fianco di un altrettanto semiadolescente Oreste del Buono: ci sta lavorando Silvano Nigro). Solo che, se nei primi anni Cinquanta Manganelli è già in molti sensi se stesso, non lo è ancora come scrittore. Dunque gli Appunti hanno una scrittura molto diversa da quella brillantissima, ferocemente libera dei saggi degli anni Sessanta e Settanta, per non parlare delle pagine più recenti fra quelle raccolte nell’86 in Laboriose inezie. È interessante confrontare, per esempio, certe pagine degli Appunti su Stevenson col saggio sul Master di Ballantrae contenuto nella Letteratura come menzogna. Si vede che l’idea critica è già quella; ma la scrittura critica è pressoché agli antipodi. Per esempio non è ancora strumento principe del linguaggio critico del Manga l’ossimoro asimmetrico, come si potrebbe definire: ossìa un’espressione in cui a sprizzare scintille siano un aggettivo e un avverbio (apro a caso Laboriose inezie, sui Sette anni di sodalizio con Leopardi del Ranieri: "notizie delicatamente ripugnanti"). Di questo troviamo, negli Appunti critici, solo avvisaglie, primi strattoni.

  3. Sempre a proposito di inediti, ci sono alcune bellissime pagine del Manganelli viaggiatore sui generis e particolarissimo, che lei inscrive all'interno di quello che è ormai può essere considerato alla stregua di un vero e proprio genere letterario, ovverosia l'odeporica manganelliana.
  4. In Riga, oltre alle pagine di Manganelli su Taiwan, c’è su quest’aspetto un bel saggio di Graziella Pulce. E io stesso sto lavorando a un libro che uscirà la prossima primavera da Adelphi e raccoglierà alcuni straordinari scritti di viaggio in Nord Europa, dopo che l’anno scorso abbiamo raccolto invece, nella Favola pitagorica, quelli dedicati all’Italia. Ecco, proprio l’insospettabile attitudine al viaggio di questo grande sedentario – il cui inizio "scritto" si può fissare al 1970, quando redige un ancora tentennante reportage dall’Africa, tuttora inedito – è una di quelle rilevanti soluzioni di continuità che smentiscono lo stereotipo di un Manganelli "parmenideo", uno e sfero. Scrivere di luoghi consente a Manganelli una cosa per lui assai pericolosa, e che infatti nei suoi primi testi si vietava assolutamente: parlare esplicitamente di sé. Naturalmente resta vigente l’interdetto sui ricettacoli della memoria personale, da lui considerati rugiadosi, appiccicaticci, insomma impresentabili (fanno interessante eccezione alcune pagine su Milano di cui parlo io in Riga). Però viaggiando Manganelli si consente uno sguardo diretto a qualcosa che evidentemente avverte solo in parte come proprio: il suo corpo. Si comporta, cioè, come un antropologo moderno, come insegna per esempio Clifford Geertz. Per capire gli altri bisogna analizzare se stessi, le proprie reazioni agli altri: e il corpo è un buon punto di partenza. Per questo parla così spesso, per esempio, dei pasti consumati in viaggio; Manganelli che viaggia è il fisiomante di se stesso (l’espressione la usa lui nelle pagine su Taiwan, nelle quali descrive certi indovini che interpretano il volto e in generale la fisicità del cliente "come una somma di indizi […] ideogrammi che vanno decifrati").

 

  1. Ritornando ai quaderni critici che precedettero la pubblicazione dell'esordio 'romanzesco' di Manganelli (Hilarotragoedia), lei intravede in essi il luogo dove 'si gioca la partita decisiva", un vero e proprio turning-point. Perché?
  2. Oltre a quello di "archeologia" del Manganelli critico e scrittore, gli Appunti critici hanno un valore specifico perché sono appunto un sorprendente insight nella personalità manganellesca, al di là di tutte le ironie e le formazioni difensive degli anni successivi. Sono anche uno straordinario documento delle contraddizioni e degli impacci di un "tipico" giovane intellettuale degli anni Cinquanta (nel marzo del ’55 scrive: "È curioso quanto sia nitida, consapevole, la lotta ideologica che si combatte attualmente dentro di me: ideologia liberale, moralismi, frammenti ideologici cozzano con l’ideologia comunista, marxista: ed è lotta assai dolorosa, terribile, da far desiderare la morte. Né è detto che non si concluda così"). L’espressione turning-point la usa lui stesso quando legge Tonio Kröger: fra il ’53 e il ’55 si consuma una crisi esistenziale perturbantissima, legata alla fine di un’importante storia d’amore, quella con Alda Merini. Manganelli è sull’orlo del cedimento psichico e si salva per miracolo. Dopo questo nadir incontra lo psicanalista Ernst Bernhard che, scriverà, gli insegna a mentire. E allora, finalmente, comincia a scrivere Hilarotragoedia.

  3. Lei è, insieme a Belpoliti, il curatore di questo 'Riga' monografico: non ha mai provato, dovendo scegliere, all'interno di quell' ingens sylva costituita da scritti di e su Manganelli, i testi che più erano confacenti alla costruzione di questa pubblicazione, l'orribile sensazione di dover assumere il ruolo di 'sindaco' paternalista e razionalista, leguleio e 'cofferatiano' che proprio Manganelli condannava attribuendola a De Sanctis e ridicolizzando la sua incapacità di cogliere ciò che più era attraente nella letteratura, ovverosia gli 'incredibili fasti retorici, labirinti barocchi, allucinazioni manieristiche'?

Ogni qual volta si contesta un’istituzione, è legittimo il sospetto che lo si faccia solo per prendere il posto di chi al momento la gestisce. È la storia di tanti rivoluzionari passati a fare i "sindaci", una storia che il costume italiano conosce a menadito. Ma non è assolutamente il caso di Manganelli. Uno degli aspetti più straordinari della sua idea di letteratura – ancora una volta a smentire ogni taccia di meccanicità – è l’imprevedibilità, la libertà mercuriale delle scelte, delle predilezioni e dei disgusti. Negli Appunti critici ci sono pagine su Verga che mai sospetteremmo nell’odiatore dei romanzi e del realismo, ma anche nei suoi scritti critici posteriori Manganelli resta sempre sorprendente, sovranamente libero. La frase che lei cita è in uno scritto del ’71 su, o meglio contro, De Sanctis; e ha un curioso precedente – chissà se il Manga lo conosceva – in un altro grande scrittore-critico, ma di primo Novecento, il Giovanni Boine di Plausi e botte, che già allora definiva "sindaco della cultura italiana" Benedetto Croce. Ecco, la sulfurea anarchia intellettuale di Manganelli una sola cosa proprio non può tollerare, e cioè appunto la pretesa di dettar legge: sul gusto, su ciò che sia lecito o meno considerare letterario. Quindi non sopporta De Sanctis ma nemmeno aderisce a certi scatti pavloviani che hanno talora avuto, nel nostro secolo, le avanguardie. Anche l’anticanone è un canone: e come tale va demistificato.
Quanto poi a noi curatori, speriamo di aver evitato la tentazione della fascia tricolore proprio perché abbiamo cercato di illuminare aspetti di Manganelli che non rientrano in alcun modo nella sua vulgata. Oltre alla sofferta radice esistenziale della sua personalità, quale traspare dagli Appunti critici, abbiamo inteso dar luce per esempio a uno scrittore civile, seppur paradossalmente tale: uno scrittore che, grazie a un’eccezionale intuizione antropologica, è sempre prensilmente attento al presente e dunque anche, seppure in via preterintenzionale, alla dimensione storica dell’agire umano. Se ne occupa Marco Belpoliti ma anche, con un taglio particolarissimo, Mimmo Scarpa. Basti pensare alla miracolosa pagina sulla questione dell’aborto: Manganelli fu l’unico, fra i tanti che si rivoltarono ai paradossi di Pasolini, a non cadere nella sua trappola retorica e a smontarla dalla prima parola all’ultima: seppe farlo proprio perché a sua volta usava da maestro l’arma del paradosso. Ma non vogliamo certo sostituire quest’immagine a quella originaria del Manganelli "manierista" e allucinatorio, retorico e labirintico. È al suo coraggio, alla sua spericolatezza, che Manganelli deve la sua statura. Ma non si tratta solo di un appartato, di un eslege, di "giraffa o canguro", per dirla con Gadda, nel "bel giardino" della letteratura italiana, coi suoi noiosissimi "sindaci". È stato tutto questo, ma – come ha scritto Stefano Bartezzaghi sulla "Repubblica" – è anche stato, in un modo che solum è suo, "sempre presente, e pressoché sempre al centro dei luoghi topici della cultura italiana". Quel che voglio dire è che Manganelli non solo si può godere: lo si può anche "usare". Che è magari un modo di pervertirlo: ma proprio lui, prima di tutti, ci insegna che quella per la letteratura è una devozione perversa.

Linnio Accoroni

 

 

 

Riga Manganelli

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