Stanislaw Lem
Memorie di un viaggiatore spaziale

Settimo viaggio

Lunedì 2 aprile, mentre passavo in volo nelle vicinanze di Betelgeusa, una meteora non più grande di un fagiolo di Spagna perforò la corazza, fracassò il regolatore di spinta e parte dei timoni. Il razzo perse la capacità di manovra. Mi infilai lo scafandro, uscii all’esterno e cercai di riparare il dispositivo, ma realizzai che per avvitare il timone di riserva, che per prudenza mi ero portato, mi era necessario l’aiuto di un’altra persona. I costruttori avevano progettato il razzo in maniera talmente insensata che era necessario che qualcuno tenesse ferma la testa della vite con la chiave, mentre un altro avvitava la madrevite. In un primo momento non mi detti per vinto e persi alcune ore cercando di afferrare la chiave con i piedi, mentre con la mano tentavo di avvitare la vite dall’altra parte. Ma era passata l’ora di pranzo e i miei sforzi non avevano dato nessun risultato. Quando stavo per riuscirci, la chiave mi scivolò dai piedi e si perse nello spazio cosmico.
Così non solo non riuscii a riparare niente, ma persi anche
un attrezzo prezioso. Rimasi a guardarla impotente mentre si allontanava, sempre più piccola, sullo sfondo del panorama stellare.
Dopo un certo tempo la chiave tornò indietro seguendo il tracciato
di un’ellissi, ma, nonostante fosse diventata un satellite del razzo, non si avvicinava tanto da permettermi di ricuperarla. Rientrai quindi nel razzo e, dopo aver consumato un modesto spuntino, cominciai a riflettere su quale fosse il modo migliore per uscire da quella stupida situazione.
L’astronave volava ora in linea retta a sempre maggiore velocità,
perché quella maledetta meteora mi aveva guastato anche il regolatore di spinta. Sulla mia rotta non c’era nessun corpo celeste,  ma quel viaggio alla cieca non poteva durare all’infinito. Dominai per un po’ la mia ira, ma quando dopo pranzo cominciai a lavare i piatti dovetti constatare che la pila atomica, surriscaldata dall’enorme lavoro, mi aveva mandato a male la porzione di filetto che avevo messo in frigorifero per la domenica. Persi per un attimo il mio equilibrio spirituale e, vomitando le più orribili bestemmie, mandai in pezzi una parte del servizio, il che mi procurò un certo senso di sollievo, ma senza dubbio non fu un gesto molto sensato.
Per di più il pezzo di manzo, gettato fuori bordo, invece di
volarsene lontano, non voleva abbandonare il razzo e girava intorno a lui come un secondo satellite artificiale, provocando regolarmente, ogni undici minuti e quattro secondi, una breve eclisse di sole. Per calmare i miei nervi rimasi fino a sera a calcolare il suo movimento e le perturbazioni dell’orbita provocate dai giri della chiave perduta. Ne conclusi che per i prossimi sei milioni di anni il manzo avrebbe rincorso la chiave, vorticando intorno all’astronave su un binario circolare, per poi superarla. Alla fine, stanco di far conti, andai a dormire. Nel pieno della notte mi parve che qualcuno mi toccasse una spalla. Aprii gli occhi e vidi piegato sul letto un uomo la cui faccia mi era stranamente nota, nonostante non avessi la minima idea di chi potesse essere.
«Alzati» disse «e prendi la chiave, andiamo su e riavvitiamo il
timone...»
«Prima di tutto, caro signore, noi non ci conosciamo tanto che
lei possa permettersi di darmi del tu» ribattei «e in secondo luogo io so benissimo che lei non esiste. Nel razzo sono solo, e da due anni sto volando dalla Terra alla costellazione di Cielo. Pertanto lei non è che un’allucinazione». L’uomo però continuò a scuotermi, dicendo di andare con lui a riprendere l’attrezzo.
«È una sciocchezza» risposi, già un po’ seccato, perché temevo
che quel litigio in sogno mi avrebbe svegliato e so per esperienza quanto mi sia difficile riaddormentarmi dopo un così brusco risveglio. «Io non andrò in nessun posto, perché tanto non servirebbe a nulla. Una vite rimessa a posto in sogno non modifica la situazione che domina nella realtà. La prego di non disturbarmi e di disintegrarsi oppure di andarsene in un altro modo, perché mi posso svegliare».
«Ma tu non dormi affatto, ti do la mia parola d’onore!» esclamò
il fantasma, ostinato. «Non mi riconosci? Guarda!»
Così dicendo, toccò con le dita due nèi grandi come fragole di
bosco che aveva sulla gota sinistra.

Istintivamente mi portai una mano al volto, perché proprio nello stesso punto io ho due nèi tali e quali. In quel momento capii anche perché la figura sognata mi ricordasse qualcuno che conoscevo: era identico a me.
«Lasciami in pace» gridai, chiudendo gli occhi, nel tentativo di
non interrompere il sogno. «Se tu sei me, effettivamente non è il caso di darsi del ‘lei’, ma è la prova che non esisti!»
Detto questo mi girai sull’altro fianco e mi tirai la coperta fin
sulla testa. Lo sentii ancora darmi dell’idiota o qualcosa del genere, ma quando vide che non reagivo gridò: «Te ne pentirai, imbecille!
E ti convincerai, quando sarà troppo tardi, che questo
non è un sogno!»
A ogni buon conto io non mi mossi. Quando al mattino aprii
gli occhi mi ricordai di quella strana storia notturna. Mi sedetti sul letto e cominciai a riflettere sugli scherzi che la mente può giocare all’uomo. Così, senza più nessuna anima fraterna a bordo, di fronte a una necessità impellente, cercai di separarmi da quella fantasia onirica per risolvere il mio problema.
Dopo colazione dovetti ammettere che durante la notte il razzo
aveva acquistato un’ulteriore dose di accelerazione e mi misi a cercare nella biblioteca di bordo un manuale che mi suggerisse un sistema per uscire da quella tragica situazione. Ma non trovai nulla. Distesi quindi sul tavolo la mappa stellare e, nel bagliore della vicina Betelgeusa, oscurato di tanto in tanto dal pezzo di manzo in orbita, cercai nella zona in cui mi trovavo la sede di una qualsiasi civiltà cosmica da cui potessi aspettarmi un aiuto. Ma si trattava di un vero e proprio deserto stellare, evitato da tutte le astronavi come uno spazio particolarmente pericoloso, in quanto vi si troverebbero dei vortici gravitazionali, tanto spaventosi quanto misteriosi, in numero di centoquarantasette, la cui esistenza è spiegata da sei teorie astrofisiche, e da ciascuna in modo diverso.
Il calendario cosmonautico metteva in guardia da quei vortici,
in considerazione degli incalcolabili effetti relativistici che si possono creare attraversando un vortice, quando si viaggi a grande velocità.
Tuttavia ero impotente. Riuscii soltanto a calcolare che avrei
toccato il margine del primo vortice verso le undici; feci in fretta i preparativi per la colazione, per non trovarmi ad affrontare il pericolo a digiuno. Feci appena in tempo ad asciugare l’ultimo piattino, che il razzo cominciò ad agitarsi da tutte le parti, tanto che gli oggetti non ben assicurati volavano giù, sbattuti da una parete all’altra. Mi trascinai a stento fino alla poltrona e, quando mi fui legato a essa, mentre l’astronave era scossa da movimenti sempre più violenti, mi accorsi che una nebbiolina viola chiaro aveva invaso la parte opposta della cabina e che là, tra l’acquaio e il cucinotto, era apparsa una nebulosa figura umana in grembiule che stava versando in una padella il necessario per una frittata.
Mi guardò come per studiarmi, ma senza meraviglia, dopodiché
si dissolse e sparì. Mi strofinai gli occhi. Ero assolutamente solo, attribuii quindi quella visione a un momentaneo offuscamento mentale.
Stando seduto in poltrona, o meglio sobbalzando insieme a essa,
mi resi improvvisamente conto, in un attimo di lucidità, che non era stata affatto un’allucinazione. Quando il grosso volume della Teoria generale della relatività cominciò a volare intorno alla mia poltrona, cercai di acchiapparlo, cosa che mi riuscì soltanto al quarto tentativo. Era difficile sfogliare quel librone in condizioni così critiche (una forza spaventosa agitava l’astronave che sobbalzava come ubriaca), ma alla fine trovai il passaggio giusto.
Vi si parlava dei fenomeni della cosiddetta spirale del tempo, ossia
delle deviazioni nella direzione dello scorrere del tempo che si verificano all’interno di campi gravitazionali molto intensi. Tale fenomeno può talvolta condurre all’inversione dell’andamento del tempo e al cosiddetto sdoppiamento del presente. Il vortice in cui ero giunto non era dei più potenti. Sapevo che se mi fosse riuscito, anche per un attimo, di dirigere la punta dell’astronave verso il polo galattico, avrei incrociato il cosiddetto Vortex Gravitatiosus Pinckenbachii, in cui sono stati osservati più volte fenomeni di sdoppiamento e perfino di triplicazione del presente.
...

Scheda del libro
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