DAVIDE LONGO
Il mangiatore di pietre
Cesare tagliò un morso sottile di toma e
richiudendo il coltello guardò la
sera che calava oltre la finestra.
Le creste delle montagne staccavano ancora nell’ultimo sole,
ma i pini in basso avevano il verde opaco del crepuscolo.
Nei prati di là dal fiume restava qualche covone di
fieno. Un vento pigro cullava faggi e castani a mezzacosta
preparandoli al buio.
Mise in bocca la toma con un tozzo di pane e masticò fino
a sentire il formaggio tornare latte, il pane grano. Nella
stanza la luce entrava stentata: contro le pareti si intuivano
una credenza, un vecchio frigorifero, l’acquaio e
poco altro mobilio scurito dagli anni. Una cassapanca di
ciliegio stava accucciata accanto alla porta come un animale
grasso e con le gambe corte.
Un sospiro lungo venne da sotto il tavolo.
Cesare abbassò lo sguardo e trovò gli occhi della lupa che
lo fissavano. – Sei brava Micol, sei brava – le disse allungando
una mano.
La lupa socchiuse la bocca e prese tra i denti la crosta di
formaggio, attenta a non sfiorare le dita.
Cesare la guardò.
Era un incrocio di cani incerti. Dei padri selvatici aveva la
schiena magra e nervosa adatta alla corsa. Il castano degli
occhi e la fedeltà le venivano invece da bestie abituate al
lavoro.
Il telefono squillò.
Cesare senza fretta raggiunse il vecchio apparecchio grigio
sulla mensola.
– Sì?
La voce del parroco uscì lieve dalla cornetta.
– Dite pure, non disturbate.
Mentre ascoltava Cesare lanciò un’occhiata al san Giuseppe
sulla plancia da lavoro. Accanto restavano quattro
ciocchi ancora troppo teneri per il bulino. Su di uno
si intuivano le prove che aveva fatto per le pieghe del
velo.
– Per gli ultimi di ottobre. Se il tempo asciuga – disse, poi
pescò una gitanes dalla tasca della camicia e accese parando
il cerino con la mano. Sorrise di quel gesto che gli
era rimasto addosso da quando viaggiava sulle navi.
Trent’anni senza vedere il mare non erano
bastati a toglierglielo.
Il parroco disse del vento che batteva la valle in quei giorni,
poi di un banco della chiesa da riparare e di tutti quei
lavori che un tempo faceva lui solo e ora non più.
Cesare se lo figurò nel suo nero di sempre, gli occhi quasi ciechi,
ma d’un azzurro vivo, le mani fragili come fiori seccati.
– Bonsoir – lo salutò alla fine, quasi il francese fosse un modo
più garbato per separarsi, poi mise giù la cornetta e
nella stanza tornò il silenzio.
Con gesti lenti preparò la tavola. Posò sopra la cerata il
pintone di vino, una baguette, il cucchiaio, un piatto
fondo e un tovagliolo rosso che portava ricamate due iniziali, una
soltanto sua.
Tolse la pentola dalla stufa e versò la minestra nel piatto.
Uno sbuffo di vapore salì alle travi del soffitto e il profumo
pieno della maggiorana si allargò nella cucina.
Accese la radio.
La voce metallica parlò di un politico finito in manette e
del matrimonio di un reale con più di duemila invitati.
Cesare ascoltò senza muovere gli occhi dalla porzione di
montagna e di cielo che la finestra ritagliava, poi spense l’apparecchio
e bevve il vino che ogni sera chiudeva il pasto.
Portò le stoviglie nell’acquaio e rimboccò le maniche della
camicia per sbrigare i piatti, ma dal rubinetto vennero soltanto
poche gocce e lo sfiatare dei tubi vuoti.
Cesare storse le labbra.
Dieci anni prima era stato l’unico contrario a |
imbrigliare l’acqua
del rio. Gli altri quattro che abitavano la borgata
invece avevano firmato e il comune aveva avviato i
lavori della potabile.
Per due mesi le ruspe avevano sventrato il greto di Cumbo
Scuro.
Le macchine stavano attaccate alla montagna con uncini ricurvi.
Di giorno urlavano fracassando sassi e alberi, la
sera quando gli operai se ne andavano rimanevano sole con
le loro enormi bocche metalliche alzate alla luna.
Da allora, ogni principio d’autunno, i resti del bosco tappavano
la condotta lasciando il paese senz’acqua.
Cesare guardò gli scarponi accanto alla stufa meditando se
salire o aspettare l’indomani, poi dal campanile di Villar
arrivarono sette tocchi che dicevano l’ora pulita di luce
che gli restava.
Allacciò gli scarponi, caricò la stufa e uscì.
Fuori l’aria era serena, ma un vento secco tirava da monte
piegando le punte degli abeti. Cesare chiuse i bottoni della
giacca e guardò la macchia sopra le montagne che
serravano la valle: nuvole cariche di freddo si affacciavano dalla
Francia come qualcuno che si sporge alla finestra
promettendo di venir giù.
Il clacson della corriera salì dalla statale.
Cesare riuscì giusto a vedere il torpedone che infilava il
rettilineo di Torrette, poi il rumore del diesel si allontanò lasciando
un silenzio di tanti piccoli suoni che non riuscivano
a vincere uno sull’altro.
Pensò Adelmo al volante e gli altri seduti dietro.
Avrebbero fatto in tempo a mangiare con chi li aspettava e
vedere le montagne scurire, poi si sarebbero addormentati nei
loro letti e alle sei dell’indomani lo stesso pullman
li avrebbe portati verso un altro giorno uguale di
lavoro.
Sentì dell’amaro in bocca e prima che scendesse allo stomaco
fischiò alla lupa avviandosi verso la borgata.
Attraversato il prato di camomilla e barbasso, passò l’arco
della chiesa, poi, prima delle case, tagliò a sinistra imboccando
la mulattiera per Champaneise.
Il sentiero prese quota con dolcezza. Era stato segnato dalle
donne che un tempo andavano a macerare la canapa al
rio e cresceva in tornanti larghi che lasciavano il fiato per
chiacchierare e guardare attorno. Giunto
al pilone Cesare sedette sui gradini, sotto la corona di
fiori finti e la scritta sbiadita "Virgo Sanctissima".
Accese l’ultima del giorno e attraverso il fumo biondo guardò
le baite della borgata, piccole e piatte sotto di lui.
La sua, sul costone, pareva una scarpa spaiata.
In quelle case uomini e donne per generazioni avevano fatto
il pane, resistito agli inverni e cresciuto figli destinati a
fare lo stesso. Adesso le loro grange erano soltanto dei
gusci vuoti. La maggior parte finita la guerra era emigrata in
Francia, qualcuno in Argentina, una famiglia in Germania.
Negli anni a venire quelli che erano rimasti s’erano
trasferiti uno dopo l’altro nella piana, vicino alle fabbriche
dove erano entrati a lavorare.
Cichin era stato l’ultimo: due anni prima aveva venduto le
vacche ed era sceso al ricovero. Da allora Cesare non
aveva avuto più con chi giocare a carte.
La lupa arrivò e fece qualche giro nervoso intorno.
– Siste – le disse Cesare, perché gli piaceva che ogni cosa
fosse ferma quando fumava, e la lupa sedette.
Dalla fondovalle venne il rumore della camionetta dei finanzieri
che scendevano dopo aver chiuso la sbarra del confine.
Il fiume correva lento e silenzioso assecondando le
curve della strada.
Cesare fece un tiro lungo e con un dito sfiorò la donna che
ballava sul pacchetto delle gitanes.
Come sempre pensò Adele.
Quando la sigaretta fu consumata, le nuvole che aveva visto
lontane si erano mangiate il cielo di ponente. |